Le parole con cui Sibilla Aleramo apre il suo celebre romanzo Una donna costituiscono una delle più intense e poetiche riflessioni sulla memoria dell’infanzia presenti nella letteratura italiana del Novecento:
«La mia fanciullezza fu libera e gagliarda. Risuscitarla nel ricordo, farla riscintillare dinanzi alla mia coscienza, è un vano sforzo. Rivedo la bambina ch’io ero a sei, a dieci anni, ma come se l’avessi sognata. Un sogno bello, che il menomo richiamo della realtà presente può far dileguare. Una musica, fors’anche: un’armonia delicata e vibrante, e una luce che l’avvolge, e la gioia ancora grande nel ricordo».
Sibilla Aleramo e il suo primo romanzo
In queste righe è racchiuso uno dei temi più universali dell’esperienza umana: il rapporto tra il presente e il passato, tra ciò che siamo diventati e ciò che siamo stati. L’infanzia appare come una stagione lontana, luminosa e quasi irreale, che la memoria tenta continuamente di recuperare senza riuscire mai a restituirla nella sua completezza.
La prima frase colpisce immediatamente per la forza delle parole scelte: «La mia fanciullezza fu libera e gagliarda». Gli aggettivi non sono casuali. “Libera” richiama l’assenza di costrizioni, la spontaneità, la capacità di vivere senza il peso delle responsabilità adulte. “Gagliarda”, invece, suggerisce energia, vitalità, forza interiore. Non si tratta dunque di un’infanzia fragile o malinconica, ma di un periodo caratterizzato da entusiasmo e pienezza di vita.
Eppure, subito dopo, emerge una consapevolezza dolorosa: è impossibile recuperare davvero quel tempo perduto. Aleramo scrive che tentare di «risuscitarla nel ricordo» è un «vano sforzo». La memoria possiede infatti un limite fondamentale. Può evocare immagini, emozioni e frammenti del passato, ma non può restituire integralmente ciò che è stato.
Questo tema attraversa gran parte della letteratura moderna. Gli scrittori hanno spesso cercato di recuperare il passato attraverso il ricordo, ma hanno scoperto che la memoria non è una fotografia fedele. Essa trasforma, seleziona, ricostruisce. Ciò che ricordiamo non coincide mai perfettamente con ciò che abbiamo vissuto.
La stessa Aleramo sembra avvertire questa distanza quando afferma di rivedere la bambina che era stata «come se l’avessi sognata». L’immagine è estremamente significativa. Un sogno appartiene a noi e tuttavia ci appare sfuggente. Possiamo ricordarne alcuni particolari, ma non riusciamo mai ad afferrarlo completamente. Allo stesso modo, l’infanzia resta presente nella coscienza, ma assume contorni incerti, quasi irreali.
L’autrice introduce così una riflessione profonda sull’identità personale. La bambina che era stata esiste ancora nella sua memoria, ma appare quasi come una persona diversa. Il passare del tempo crea infatti una distanza tra il nostro io presente e quello passato. Guardandoci indietro, riconosciamo noi stessi e nello stesso tempo ci sentiamo estranei a quella figura lontana.
Questa sensazione è comune a molte persone. Spesso capita di osservare vecchie fotografie o di ripensare a episodi dell’infanzia con un sentimento ambiguo. Da una parte sappiamo che quel bambino eravamo noi; dall’altra ci sembra quasi di osservare qualcuno che non conosciamo più. Il tempo modifica il carattere, le esperienze, le convinzioni e persino il modo di percepire il mondo.
La metafora del sogno è seguita da un’altra immagine altrettanto suggestiva. L’infanzia diventa una musica: «Un’armonia delicata e vibrante». Questa espressione sottolinea il carattere emotivo del ricordo. Non vengono evocati fatti precisi o episodi dettagliati. Ciò che rimane è soprattutto una sensazione, un’atmosfera, una tonalità affettiva.
La musica possiede infatti una capacità unica di suscitare emozioni senza bisogno di parole. Essa agisce direttamente sulla sensibilità e sulla memoria. Definire l’infanzia una musica significa riconoscere che il passato sopravvive dentro di noi soprattutto come esperienza emotiva, come eco lontana che continua a risuonare nel presente.
Anche la luce svolge un ruolo importante nel brano. Aleramo parla di «una luce che l’avvolge». La luce è tradizionalmente simbolo di purezza, felicità, innocenza. Nell’immaginario dell’autrice, la fanciullezza appare immersa in una luminosità quasi irreale, come se fosse circondata da un’aura speciale.
Tuttavia questa luce non appartiene soltanto al passato. Essa nasce anche dal modo in cui il passato viene ricordato. La memoria tende spesso a idealizzare l’infanzia, mettendone in risalto gli aspetti positivi e attenuando quelli dolorosi. Ciò non significa che il ricordo sia falso, ma che viene filtrato dalla sensibilità adulta.
Tra passato e presente
Un elemento particolarmente interessante della citazione è il contrasto tra il passato e il presente. Aleramo osserva che «il menomo richiamo della realtà presente» può far svanire quel sogno. La realtà quotidiana interrompe continuamente il dialogo con la memoria. Le preoccupazioni, gli impegni e le responsabilità dell’età adulta rendono difficile conservare intatta quella dimensione di leggerezza e di incanto.
In questa tensione si riflette uno dei temi centrali del romanzo. Una donna è infatti un’opera che racconta la difficile ricerca di libertà e di autonomia da parte della protagonista. L’infanzia rappresenta, almeno in parte, il simbolo di una libertà originaria che la vita adulta metterà duramente alla prova.
La citazione acquista così anche un significato esistenziale. L’essere umano porta dentro di sé il ricordo di una condizione perduta, di un tempo in cui il mondo appariva più semplice e più aperto alle possibilità. Crescere significa inevitabilmente allontanarsi da quella stagione, ma anche continuare a custodirne la memoria.
Dal punto di vista stilistico, il brano mostra le qualità migliori della scrittura di Sibilla Aleramo. La prosa assume un andamento lirico e musicale, vicino alla poesia. Le immagini del sogno, della musica e della luce si intrecciano creando un’atmosfera delicata e malinconica. Non si tratta di una descrizione realistica dell’infanzia, ma di una sua trasfigurazione poetica.
L’autrice riesce a esprimere una verità universale attraverso un’esperienza personale. Chiunque può riconoscersi nella difficoltà di recuperare il passato e nella nostalgia per un’età che appare irrimediabilmente lontana. Proprio questa capacità di trasformare il vissuto individuale in esperienza condivisa rappresenta una delle caratteristiche più importanti della grande letteratura.
La citazione invita inoltre a riflettere sul valore del ricordo. Anche se non possiamo rivivere il passato, esso continua a influenzare il nostro presente. La bambina che Aleramo era stata non esiste più, eppure continua a vivere nella sua memoria, nelle sue emozioni e nella sua identità. Il passato non può essere recuperato integralmente, ma può ancora illuminare il presente.
Le parole che aprono Una donna costituiscono una straordinaria meditazione sul tempo, sulla memoria e sull’infanzia. Sibilla Aleramo descrive la fanciullezza come un sogno luminoso, una musica delicata, una stagione di libertà e vitalità che il ricordo conserva senza poterla restituire pienamente. Attraverso immagini di grande intensità poetica, l’autrice mostra come il passato rimanga sempre presente dentro di noi, avvolto da una luce nostalgica che il tempo non riesce a spegnere del tutto.
La sua riflessione continua ancora oggi a parlare ai lettori, perché tocca un’esperienza universale: il desiderio di ritrovare ciò che siamo stati e la consapevolezza che ogni ritorno al passato è, inevitabilmente, incompleto e fragile come un sogno.
