Una frase di Pier Vittorio Tondelli sul destino che ci cerca

14 Aprile 2026

Leggiamo assieme questa citazione di Pier Vittorio Tondelli in cui l'autore parla del fatto che non siamo noi a scegliere ciò che ci piace, ma viceversa

Una frase di Pier Vittorio Tondelli sul destino che ci cerca

Pier Vittorio Tondelli nasce a Correggio, in Emilia, nel 1955 e muore a trentasei anni nel 1991, stroncato dall’AIDS in una stagione in cui quella malattia non aveva ancora un nome comune nella letteratura italiana. La sua morte prematura ha contribuito a farne una figura quasi mitica: il ragazzo di provincia che arriva a Milano, che scrive «Altre stanze» e «Pao Pao» e «Rimini», che fonda le antologie «Under 25» per dare voce a una generazione di giovani scrittori italiani allora del tutto ignorata dall’editoria.

Tondelli è lo scrittore della notte, della musica, del viaggio, degli amori che bruciano senza avviso. La sua prosa ha un ritmo: si muove come una colonna sonora, come una strada che scorre dal finestrino di un’auto alle due di notte. Non teorizza: racconta. Non moralizza: osserva. E in questa osservazione — acuta, affettuosa, a volte feroce — coglie qualcosa di vero sulla generazione che è stata la sua e che è rimasta, in larga misura, senza una voce narrativa all’altezza.

«Molto spesso non siamo affatto noi a scegliere le nostre letture, i nostri dischi o i nostri amori, ma sono gli accadimenti stessi che vengono a noi in un particolare momento, e quello sarà l’attimo perfetto, facilissimo e inevitabile: sentiremo un richiamo e non potremo far altro che obbedire.»

«L’abbandono», da cui proviene la citazione, è un testo di prosa lirica e riflessiva, meno narrativo e più saggistico delle sue opere di finzione. In esso Tondelli ragiona sulle forme dell’innamoramento, sulle perdite, sui libri che ci cambiano e sulle canzoni che segnano i momenti. La frase che analizziamo ha la struttura di un’intuizione: nasce da un’osservazione apparentemente semplice e si apre, nel finale, su una visione del rapporto tra noi e la cultura che è al tempo stesso umile e liberatoria.

Pier Vittorio Tondelli sovverte cercatore e ricercato

La citazione inizia con un avverbio che nega: «molto spesso non siamo affatto noi a scegliere». La negazione è doppia — il «non» e l’«affatto» — e colpisce il soggetto più ovvio e più dato per scontato: noi. Non siamo noi, dice Tondelli. E in questo «non noi» è già tutto il rovesciamento della prospettiva.

L’idea che siamo noi a scegliere è una delle più radicate nella cultura moderna: siamo individui autonomi, liberi, razionali, e le nostre preferenze sono l’espressione più genuina di chi siamo. Scegliamo i libri che leggiamo, la musica che ascoltiamo, le persone che amiamo. Queste scelte ci definiscono, ci costruiscono, ci identificano. Chi siamo è ciò che scegliamo.

Tondelli mette in crisi questa certezza con la delicatezza di chi non sta polemizzando ma semplicemente descrivendo ciò che ha osservato. Non dice che la scelta non esiste: dice che «molto spesso» non è nostra. L’avverbio di frequenza è importante: non «sempre», non in modo assoluto. Ma spesso, abbastanza spesso da meritare attenzione. Abbastanza spesso da cambiare il modo in cui guardiamo ai momenti in cui un libro, un disco, una persona ci raggiunge.

Le letture, i dischi, gli amori: la triade della formazione

Tondelli mette sullo stesso piano tre cose apparentemente molto diverse: le letture, i dischi, gli amori. Questa accostamento non è casuale né decorativo: è una scelta che dice qualcosa di preciso sulla sua visione della cultura e della vita affettiva.

Per la generazione di Tondelli — quella che è cresciuta negli anni Settanta e Ottanta, tra la musica rock e punk e la letteratura americana e la prima televisione commerciale — i dischi e i libri avevano un peso formativo che forse oggi è difficile da comprendere. Un album non era un file da scaricare: era un oggetto fisico che si comprava, si portava a casa, si ascoltava da cima a fondo, si covava. Una canzone poteva segnare un’estate intera, diventare la colonna sonora di qualcosa che non avrebbe mai avuto altro nome. E un libro — trovato per caso in una libreria, prestato da un amico, regalato da qualcuno che ti conosceva bene — poteva cambiare il modo in cui vedevi il mondo.

Mettere accanto a questi oggetti culturali gli «amori» significa riconoscere che il processo è lo stesso: nessuno sceglie razionalmente chi amare, così come nessuno sceglie razionalmente quale libro cambierà la propria vita. Ci si innamora, si legge, si ascolta: tutte e tre sono forme di apertura, di ricezione, di disponibilità a essere trasformati da qualcosa che viene dall’esterno.

Gli accadimenti che vengono a noi: la temporalità dell’incontro

Il nucleo filosofico della citazione sta nella formula «sono gli accadimenti stessi che vengono a noi in un particolare momento». Tre elementi qui sono decisivi: il soggetto (gli accadimenti), il movimento (vengono a noi), il tempo (in un particolare momento).

Il soggetto è gli accadimenti: non noi, come ci aspetteremmo, ma le cose stesse. I libri, le canzoni, le persone non aspettano passivamente di essere scelti: hanno quasi un’iniziativa propria, un momento in cui arrivano, in cui si fanno presenti. Questo non è misticismo: è una descrizione fenomenologica di qualcosa che tutti hanno sperimentato. Quel libro che giaceva su uno scaffale da anni e che un giorno si prende in mano — perché quel giorno, perché non il mese scorso? Quella canzone che si sentiva già e che improvvisamente, in un certo pomeriggio, smette di essere rumore di fondo e diventa qualcosa che riguarda direttamente noi.

Il movimento è fondamentale: «vengono a noi», non «noi andiamo a loro». La direzione è invertita. Non siamo noi i cercatori attivi: siamo i riceventi, quelli che stanno — forse inconsapevolmente — in attesa. Questo rovesciamento della postura esistenziale è uno dei gesti più coraggiosi del pensiero di Tondelli: rinunciare alla pretesa del controllo, accettare che alcune delle cose più importanti della propria vita arrivino invece di essere conquistate.

Il tempo è «un particolare momento»: non generico, non qualunque. Un momento specifico che ha le sue caratteristiche irripetibili — l’umore di quel giorno, la stanchezza accumulata, una recente perdita o una recente gioia, la luce che entra dalla finestra — e che fa sì che quell’accadimento possa raggiungere noi invece di scivolare via. Lo stesso libro letto un anno prima sarebbe rimasto muto. La stessa persona incontrata in un altro momento non ci avrebbe mosso. È il momento che crea la ricezione.

L’attimo perfetto

La frase culmina in un’espressione di grande forza: «l’attimo perfetto, facilissimo e inevitabile». I tre aggettivi meritano ciascuno una riflessione.

«Perfetto»: non nel senso di migliore possibile o privo di difetti, ma nel senso di compiuto, di realizzato nella sua forma esatta. L’attimo è perfetto perché è il momento giusto: la convergenza tra la persona e l’accadimento è avvenuta nel punto in cui poteva avvenire con il massimo effetto. Come un’incastro che funziona.

«Facilissimo»: e questo è forse il termine più sorprendente. Ci aspettiamo che le cose importanti della vita siano difficili, che richiedano sforzo, volontà, ricerca. Tondelli dice che l’attimo in cui un libro o un amore ci trova è facilissimo: non si deve fare nulla di particolare, non si deve essere pronti in un senso straordinario. L’accadimento arriva e la ricezione avviene con una naturalezza disarmante. La facilità non è banalità: è grazia, nel senso quasi teologico del termine.

«Inevitabile»: il termine che chiude la triade e che le dà il suo peso maggiore. Inevitabile perché, una volta avvenuto, non si può immaginare che sarebbe potuto andare diversamente. Perché quella lettura, quel disco, quell’amore sembrano — guardandoli dal di dentro — l’unica cosa che poteva succedere. Il senso di inevitabilità è la prova dell’autenticità dell’incontro: quando qualcosa ci raggiunge davvero, si ha la sensazione di averlo sempre aspettato senza saperlo.

Il richiamo e l’obbedienza: un’etica della ricezione

La chiusa della frase porta tutto a compimento con due parole di grande peso: «sentiremo un richiamo e non potremo far altro che obbedire». Il «richiamo» è una metafora acustica: qualcosa chiama, e noi rispondiamo. Non è una scelta: è una risposta. Non è una decisione razionale: è un atto riflesso dell’essere toccati.

«Obbedire» è una parola che di solito ha connotazioni di costrizione, di sottomissione non libera. Qui invece Tondelli la usa in un senso positivo e quasi liberatorio: obbedire al richiamo è la cosa più autentica che si possa fare. Non si può fare altro, dice — e questo «altro» non è una limitazione ma una conferma. Quando un libro, un disco, una persona ci chiama davvero, resistere sarebbe la cosa artificiosa. Obbedire è l’atto naturale.

C’è in questa etica della ricezione qualcosa di profondamente diverso dall’individualismo consumistico che governa il nostro rapporto con la cultura: l’idea che siamo noi i sovrani assoluti del nostro gusto, che scegliamo ciò che ci piace e che ci piace ciò che scegliamo. Tondelli suggerisce invece una postura di apertura e di umiltà: la cultura migliore non si conquista, si riceve. Le letture più importanti non si scelgono, ci scelgono. Gli amori più profondi non si decidono: arrivano, in un particolare momento, e non si può far altro che obbedire.

Pier Vittorio Tondelli è morto giovane, e non ha fatto in tempo a vedere cosa sarebbe diventato il mondo della cultura con Internet, con lo streaming, con gli algoritmi di raccomandazione che oggi ci dicono cosa leggere e ascoltare in base a ciò che abbiamo già letto e ascoltato. Non ha fatto in tempo a vedere i «filter bubble», le bolle informative, la cultura della scelta infinita che paradossalmente riduce ciò che incontriamo.

Eppure la sua intuizione è più attuale che mai. In un mondo in cui gli algoritmi cercano di anticipare e soddisfare le nostre preferenze, in cui tutto ciò che è «nuovo» ci arriva filtrato attraverso ciò che già ci piace, la possibilità dell’incontro imprevisto — del libro trovato per caso, del disco ascoltato su consiglio di qualcuno, della persona incontrata dove non ci si aspettava — si riduce. E con essa si riduce la possibilità dell’attimo perfetto: quello in cui un accadimento arriva nel momento giusto e ci cambia.

Leggere Pier Vittorio Tondelli oggi è anche questo: un invito a uscire dai percorsi ottimizzati, a lasciare spazio all’imprevisto, a non saturare ogni momento con scelte premeditate. A restare disponibili a ricevere. A tenere un posto libero per il richiamo che non si sa ancora da dove verrà, ma che — quando arriverà — sarà facilissimo e inevitabile riconoscere.

 

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