Un tramonto che si concede con minore generosità e una giacca leggera sulle spalle. Si avvia alla conclusione così, in punta di piedi, l’estate. Ed è proprio quando l’abbronzatura, ancora evidente, comincia a sbiadire che l’estate inizia già a mancarci.
Del resto, è quando abbiamo ancora qualcosa tra le mani e sentiamo che comincia a sfuggirci, come la presa di un bambino, che la mancanza si fa più evidente.
“Ecco, il gioco è fatto; state avendo nostalgia del momento che state vivendo in questo momento. È una nostalgia al futuro.”
Antonio Tabucchi, Viaggi e altri viaggi, Feltrinelli, 2010
Il paradosso dell’estate
Forse è proprio qui il paradosso: il presente, nel momento stesso in cui accade, è già passato. Siamo qui, ma non siamo più esattamente lì. Ogni confine, quello che delimita un prima e un dopo, un luogo o un sentimento, porta con sé una duplice consapevolezza: ciò che è stato e ciò che avrebbe ancora potuto essere. Dare un nome a questa emozione, sospesa tra memoria e possibilità, è forse un modo per illudersi di poterla contenere.
Gli antichi, con il termine greco nóstos, indicavano il “ritorno”, soprattutto il ritorno a casa dopo un lungo viaggio. Ma la storia personale di ognuno di noi ce lo insegna: dopo un viaggio non si torna mai a casa uguali, perché qualcosa di ciò che abbiamo vissuto rimane con noi.
“I luoghi sono prepotenti. Ti restano addosso come certi odori.”
Antonio Tabucchi, intervista a la Repubblica, 2010
La frase è riferita dall’autore al rapporto fra viaggio, luoghi e scrittura. Ci sono vette sulle Alpi delle quali rimane impresso il suono del silenzio, dopo il battito martellante del cuore che ha accompagnato la salita. Ci sono spiagge dove ogni angolo finisce per custodire una storia, una di quelle capaci di attraversare un’intera esistenza.
E ci sono muri in pietra di case abbandonate che continuano a raccontarci saghe familiari e storie ascoltate da bambini. I luoghi non rimangono nella memoria per ciò che sono, ma per la relazione che abbiamo intessuto con loro, in un mutevole scambio.
La fine dell’estate nelle parole di Tabucchi
La fine dell’estate diventa quindi una sorta di nóstos quotidiano: torniamo a casa, ma, tornando, ci accorgiamo che qualcosa è rimasto altrove. Non soltanto in un luogo preciso, ma in un tempo che non possiamo più raggiungere. La valigia ancora aperta ai piedi del letto e il bucato steso ci riportano all’ordinarietà della nostra esistenza, dove tutto ha un ordine e una collocazione. Le strade sono quelle di sempre, gli impegni tornano a scandire le giornate e ogni deviazione diventa un intralcio.
Eppure, nella quotidianità ritrovata, la vetta, la spiaggia, il muro in pietra esistono ancora. Ma l’estate che abbiamo vissuto non esiste più.
E forse è proprio qui che la poetica di Tabucchi trova una delle sue forme più profonde: il ritorno non ci restituisce ciò che abbiamo realmente lasciato; ci restituisce piuttosto l’interpretazione di ciò che abbiamo lasciato nella nostra memoria.
In questa nostalgia, così densa e complessa, si cela però qualcosa di ancora più ineffabile: tutto ciò che non è stato.
Le strade che non abbiamo percorso, le persone con le quali non abbiamo parlato, le mete che non abbiamo raggiunto. Quello che pesa sullo spirito, al rientro, è aver assaporato qualcosa fuori dall’ordinario e, insieme, aver intravisto l’infinita distesa delle possibilità rimaste inesplorate.
Perché ci manca l’estate?
Giacca sulle spalle e giornate più brevi. La malinconia non è soltanto per i luoghi assaporati, anche se per poco. È anche per la versione di noi che custodiva ancora il potere dell’esplorazione e della conquista. Per la possibilità di indossare abiti che lasciano intravedere più corpo. Per l’opportunità di parlare una lingua che non ci appartiene.
Per quel tempo che ha smesso, almeno per un poco, di essere tiranno e che, da galantuomo, ci ha mostrato il nostro riflesso in uno specchio più gentile di quanto non faccia, nei giorni comuni, quello di casa.
Forse ci manca l’estate nel momento in cui ci sta sfuggendo perché, insieme a lei, sentiamo svanire una possibilità di noi stessi.
Non soltanto ciò che abbiamo vissuto, dunque. Ma anche ciò che, per un poco, abbiamo potuto immaginare di essere. Siamo qui, ma non siamo più esattamente quelli che erano lì.

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