Con queste parole, scritte nello Zibaldone, Giacomo Leopardi attribuisce al riso una forza sorprendente, quasi una forma di potere. Il poeta e pensatore non si limita a osservare che ridere può essere piacevole o contagioso: individua nel riso un comportamento capace di modificare i rapporti tra le persone, di creare una gerarchia momentanea e di mettere chi ride in una posizione di vantaggio rispetto a chi lo circonda. Il passo, apparentemente paradossale, si inserisce perfettamente nella riflessione leopardiana sulla natura umana, sulle illusioni, sulla società e sui meccanismi attraverso i quali gli uomini cercano di affermare la propria superiorità.
«Il semplice rider alto vi dà una decisa superiorità sopra tutti gli astanti o circostanti senza eccezione. Terribile ed awful è la potenza del riso: chi ha il coraggio di ridere, è padrone degli altri, come chi ha il coraggio di morire.»
Giacomo Leopardi sulla forza del sorriso
L’espressione centrale è «rider alto». Non si tratta semplicemente di sorridere o di lasciarsi sfuggire una risata: Giacomo Leopardi insiste sull’atto di ridere apertamente, senza timore, davanti agli altri. La risata manifesta infatti una disposizione d’animo che gli altri possono percepire immediatamente. Chi ride forte dimostra di non essere intimidito dalla situazione, dalle convenzioni sociali o dal giudizio degli astanti. Al contrario, sembra padroneggiare la scena. Proprio per questo, secondo Leopardi, «il semplice rider alto» conferisce «una decisa superiorità» su tutti coloro che si trovano intorno.
Il ragionamento è interessante perché trasforma un comportamento apparentemente spontaneo e quotidiano in un gesto sociale. Ridere non riguarda soltanto chi ride: coinvolge necessariamente anche chi ascolta. Una risata improvvisa, sonora e sicura può attirare l’attenzione, interrompere la serietà di una situazione, mettere in imbarazzo qualcuno, sottolineare l’assurdità di una circostanza oppure ridimensionare simbolicamente l’autorità di una persona. Chi riesce a ridere senza preoccuparsi delle conseguenze comunica dunque una particolare libertà.
È proprio questa libertà a produrre superiorità. Nella vita sociale gli individui sono continuamente condizionati dalle aspettative degli altri: si controllano, scelgono le parole, moderano i gesti, cercano di apparire seri quando la situazione lo richiede. Chi invece si concede una risata franca sembra sottrarsi, almeno per un momento, a questo sistema di regole. Il suo comportamento introduce un elemento di imprevedibilità e, proprio per questo, può diventare una forma di dominio.
Leopardi definisce infatti la potenza del riso «terribile ed awful». La presenza dell’inglese awful, insolita nel tessuto della frase italiana, accentua l’idea di qualcosa di impressionante, quasi inquietante. Non è il riso innocente e rassicurante a interessare Leopardi, ma la forza psicologica che esso può assumere nei rapporti umani. Il riso può essere benevolo, ma può anche essere ironico, derisorio, aggressivo. Può unire le persone oppure escluderne una. Chi ride insieme agli altri appartiene al gruppo; chi diventa oggetto della risata rischia invece di esserne allontanato.
In questa prospettiva il riso è strettamente legato al potere. La persona che viene derisa perde, almeno momentaneamente, il controllo della propria immagine. La sua dignità viene sottoposta allo sguardo degli altri. Al contrario, chi ride mantiene la posizione di osservatore e giudice. È significativo che Leopardi parli di una superiorità «sopra tutti gli astanti o circostanti senza eccezione»: il potere della risata non dipende necessariamente dal prestigio sociale, dalla ricchezza, dalla cultura o dall’autorità ufficiale di chi ride. Può essere sufficiente il coraggio di manifestare apertamente la propria ilarità.
Il concetto di coraggio diventa così fondamentale. Leopardi conclude infatti con un paragone radicale: «chi ha il coraggio di ridere, è padrone degli altri, come chi ha il coraggio di morire». La frase accosta due comportamenti apparentemente lontanissimi: ridere e morire. Eppure, sul piano della riflessione leopardiana, esiste un elemento comune: entrambi possono rappresentare una forma estrema di liberazione dalla paura.
Chi ha il coraggio di morire, nella formulazione leopardiana, non teme più la minaccia fondamentale attraverso cui gli altri possono esercitare potere su di lui. Analogamente, chi ha il coraggio di ridere apertamente non sembra più sottoposto alla necessità di mantenere un determinato contegno. In entrambi i casi viene meno una forma di soggezione. Il primo si sottrae alla paura della morte; il secondo alla paura del giudizio sociale.
La frase non deve naturalmente essere interpretata come una semplice celebrazione della risata o come l’affermazione che chi ride sia realmente superiore agli altri. Leopardi sta piuttosto osservando un meccanismo psicologico. Il coraggio di ridere produce l’impressione della superiorità perché dimostra un’indipendenza dalle convenzioni e dal giudizio altrui. È una superiorità percepita, sociale e momentanea, non necessariamente una superiorità reale.
Questa distinzione è importante anche per comprendere la complessità del pensiero di Giacomo Leopardi. L’autore dello Zibaldone studia frequentemente i comportamenti umani partendo da gesti concreti, apparentemente banali, per arrivare a conclusioni più generali sulla società. Il riso diventa così una piccola manifestazione di una dinamica molto più ampia: l’uomo cerca continuamente di proteggere la propria immagine e di conquistare una posizione favorevole rispetto agli altri.
Il riso come libertà
La risata può dunque funzionare come una forma di smascheramento. Quando qualcuno ride di una situazione, può rivelarne il lato ridicolo e togliere prestigio a ciò che prima appariva serio e intoccabile. È per questo che il riso può risultare particolarmente efficace contro le autorità, le pretese, la vanità e l’ostentazione. Una persona che si prende troppo sul serio può essere messa in difficoltà da una semplice risata, perché la risata costringe gli altri a guardare ciò che viene presentato come importante da una prospettiva diversa.
In questo senso il passo leopardiano presenta anche una dimensione quasi teatrale. Gli «astanti» e i «circostanti» sono spettatori, mentre colui che ride occupa improvvisamente il centro della scena. La risata modifica la distribuzione dell’attenzione. Chi la emette diventa il punto di riferimento del gruppo, mentre gli altri sono costretti a reagire: possono ridere a loro volta, restare seri, sentirsi offesi o domandarsi quale sia la ragione di quella manifestazione. Il gesto individuale produce dunque immediatamente un effetto collettivo.
Non è casuale, inoltre, che Leopardi parli di «coraggio». Il riso veramente libero richiede, secondo la sua osservazione, una certa capacità di sfidare le aspettative. Ridere in un momento in cui tutti sono seri significa assumersi il rischio di apparire fuori luogo. Ridere di fronte a una persona potente significa rischiare di offenderla. Ridere di qualcosa che gli altri venerano significa mettere in discussione un valore condiviso. In tutti questi casi la risata diventa un atto di autonomia.
La riflessione conserva una notevole attualità. Anche nella società contemporanea il rapporto tra riso e potere è evidente. La satira, la caricatura, l’ironia e la comicità possono ridimensionare personaggi pubblici, istituzioni e atteggiamenti apparentemente incontestabili. Il potere della risata consiste spesso proprio nel rendere meno intimidatorio ciò che viene presentato come assoluto. Una volta trasformato in oggetto di ironia, un personaggio può perdere parte della propria autorevolezza.
Ma la stessa forza può essere utilizzata anche in senso opposto. Il riso può essere uno strumento di esclusione e di umiliazione. Ridere con qualcuno significa creare una complicità; ridere di qualcuno significa invece collocarlo in una posizione inferiore. Leopardi sembra interessato soprattutto a questa dimensione gerarchica del fenomeno. Il riso non è quindi necessariamente buono o cattivo: è potente. La sua potenza dipende dall’uso che se ne fa e dalla posizione occupata da chi ride e da chi viene coinvolto nella risata.
Il paragone finale con chi «ha il coraggio di morire» rende il passo ancora più intenso. Leopardi individua nel coraggio una capacità di sottrarsi alla paura, e la paura è uno dei principali strumenti attraverso i quali gli esseri umani vengono condizionati. Chi non teme il giudizio, la derisione o la perdita di prestigio dispone di una libertà maggiore rispetto a chi deve continuamente preoccuparsi dell’opinione altrui. Il riso diventa quindi il segno esteriore di una libertà interiore, anche se soltanto momentanea.
La citazione dello Zibaldone ci invita così a guardare con maggiore attenzione a un gesto che consideriamo normalmente spontaneo. Ridere sembra una delle azioni più semplici e naturali dell’uomo, ma dietro una risata possono nascondersi rapporti di forza, forme di solidarietà, esclusioni, sfide all’autorità e desideri di libertà. Leopardi, con la consueta capacità di trasformare un dettaglio della vita quotidiana in materia di riflessione filosofica, mostra che anche un semplice «rider alto» può cambiare per un istante l’equilibrio di una stanza.
La forza del passo sta infine nel suo paradosso: il riso, apparentemente leggero, può essere «terribile». Proprio perché sembra innocuo, può diventare uno strumento potentissimo. Chi ride manifesta di non essere completamente prigioniero delle regole che governano gli altri; per questo può assumere una posizione dominante. Leopardi non invita semplicemente a ridere, ma ci mostra quanto il riso riveli della natura umana. Dietro una risata possono esserci libertà e paura, coraggio e aggressività, complicità e derisione. E soprattutto può esserci quella momentanea sensazione di dominio che nasce quando un individuo trova la forza di non lasciarsi governare dallo sguardo degli altri.

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