Maria Grazia Deledda è stata una figura che ha lasciato un’impronta indelebile nella letteratura, non solo italiana ma mondiale. Il suo percorso, da giovane donna nata in un’isola all’epoca profondamente isolata a vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura nel 1926 (conferito l’anno successivo a Stoccolma), rappresenta già di per sé un testamento di straordinaria determinazione e potenza creativa. Ad oggi, resta l’unica donna italiana ad aver ricevuto questo massimo riconoscimento letterario.
La motivazione del Nobel sottolinea la sua capacità di ritrarre in modo plastico la vita della sua isola, ma soprattutto la sua abilità nel trattare “con profondità e con calore problemi di generale interesse umano”. Non era, insomma, una scrittrice meramente “regionale” o folcloristica, ma un’autrice universale. Rileggere oggi le sue frasi più celebri non significa solo fare un viaggio nel passato, ma confrontarsi con una saggezza antica e disarmante, capace di insegnarci molto su come affrontare l’esistenza.
30 frasi di Grazia Deledda che ci insegnano il valore del silenzio e della semplicità
Scopri una selezione di alcune tra le più celebri frasi di Maria Grazia Deledda che ci insegnano a ritrovare noi stessi attraverso il valore del silenzio, della natura e della semplicità.
1. Ci sono molte donne che vivono nel ricordo di un amore fantastico, e l’amore vero è per esse un mistero grande e inafferrabile come quello della divinità.
2. Il matrimonio d’amore è il matrimonio di Dio, quello di convenienza è il matrimonio del diavolo.
3. L’amore è quello che lega l’uomo alla donna, e il denaro quello che lega la donna all’uomo.
4. Il cuore le si sbatteva dentro quasi avesse messo le ali e anelasse a volar via.
5. Le più grandi cose si dicono in silenzio. Guarda la luna.
6. “Il rimedio è in noi” sentenziò la vecchia. “Cuore, bisogna avere, null’altro…”
7. La vita passa e noi la lasciamo passare come l’acqua del fiume, e solo quando manca ci accorgiamo che manca.
8. Infanzia!… È forse questa una parola magica e misteriosa, un geroglifico orientale, inteso indistintamente dall’anima, dalla mente, dal cuore, nei quali desta ricordi soavi, dolcissimi, benché sfumati tra le nebbie del passato, e sorrisi vagolanti e dolci come quei ricordi, e sussulti di rimpianto e dimenticanze del presente?
9. Tutti siamo impastati di bene e di male, ma questo ultimo bisogna vincerlo.
10. Possibile che non si possa vivere senza far male agli innocenti?
11. E come i bambini ed i vecchi si mise a piangere senza sapere il perché, – di dolore ch’era gioia, di gioia ch’era dolore.
12. I santi, Nostra Signora e Gesù stesso in persona pigliano spesso viva partecipazione in molte leggende sarde. Non c’è Madonna che non abbia la sua storia, e quasi tutte le chiese, specialmente le chiesette di campagna, le piccole chiese brune perdute nelle pianure desolate o nei monti solitari, e che hanno l’impronta delle costruzioni pisane o andaluse, sono circondate da una tradizione semplice o leggendaria.
13. La famiglia ricomposta? Il vaso rotto riattaccato col mastice, incapace a contenere più il liquido: aria soltanto.
14. Se vostro figlio vuole fare lo scrittore o il poeta sconsigliatelo fermamente. Se continua minacciatelo di diseredarlo. Oltre queste prove, se resiste, cominciate a ringraziare Dio di avervi dato un figlio ispirato, diverso dagli altri.
15. Ho vissuto coi venti, coi boschi, con le montagne. Ho mille volte appoggiato la testa ai tronchi degli alberi, alle pietre, alle rocce per ascoltare la voce delle foglie; ciò che dicevano gli uccelli, ciò che raccontava l’acqua corrente;…ho ascoltato i canti e le musiche tradizionali e le fiabe e i discorsi del popolo, e così si è formata la mia arte, come una canzone od un motivo che sgorga spontaneo dalle labbra di un poeta primitivo.
16. Mettiti sull’orlo del mare, e conta e conta tutti i granelli della terra: quando li avrai contati saprai che essi sono un nulla in confronto degli anni dell’eternità.
17. Sentivo i suoi passi, dietro di me, come quelli di un bambino; mi raggiunse mi toccò lievemente col muso per avvertirmi ch’era lì, e come per chiedere il permesso di accompagnarmi. Mi volsi e gli accarezzai la testa di velluto; e subito ho sentito che finalmente anch’io avevo nel mondo un amico.
18. Egli sentì le labbra di lei bagnate di lacrime lasciargli sulle dita come l’impronta di un fiore umido di rugiada.
19. Doveva essere bello nelle sere d’inverno stendersi sulle stuoie davanti al fuoco di tronchi, e ascoltare la voce della foresta in colloqui selvaggi col vento.
20. Da una muraglia nera una finestra azzurra vuota come l’occhio stesso del passato guarda il panorama melanconico roseo di sole nascente.
21. Il vento leggero che stormiva nei boschi, lontano, gli sembrava una voce confusa, ora dolce, ora paurosa. Che diceva? che diceva il vento? Che mormorava la selva? Egli avrebbe voluto sentir distinta quella voce, e si angosciava, s’inteneriva, s’irritava, non riuscendovi.
22. “Ma perché questo, Efix, dimmi, tu che hai girato il mondo: è da per tutto così? Perché la sorte ci stronca così, come canne?”
“Sì”, egli disse allora, “siamo proprio come le canne al vento, donna Ester mia. Ecco perché! Siamo canne, e la sorte è il vento.”
“Sì, va bene, ma perché questa sorte?”
“E il vento, perché? Dio solo lo sa.”
23. Mutiamo tutti, da un giorno all’altro, per lente e inconsapevoli evoluzioni, vinti da quella legge ineluttabile del tempo che oggi finisce di cancellare ciò che ieri aveva scritto nelle misteriose tavole del cuore umano.
24. Solo le foglie delle canne si movevano sopra il ciglione, dritte rigide come spade che s’arrotavano sul metallo del cielo.
25. Ah, per questo non amo neppure tornare laggiù; mi pare che ci ho lasciato qualche cosa e che non la ritroverei più…
26. Efix mangiava e raccontava, con parole incerte, velate di menzogna timida; ma quando ebbe gettato le briciole e il fondo del bicchiere sul pavimento, – poiché la terra vuole sempre la sua piccola parte del nutrimento dell’uomo, – si drizzò un po’ sulla schiena e i suoi occhi si circondarono di rughe raggianti.
27. Del resto tutti nella vita siamo così, in carcere, a scontare la colpa stessa di esser vivi.
28. I pensieri di lei si ritirano nel loro nascondiglio più segreto: nessuno al mondo deve saperli, e questo non tanto per orgoglio quanto perché lei ama la sua anima come la sua casa, che tutto sia in ordine, pulito, chiuso nelle casse, appartenente a lei sola.
29. Intendo ricordare la Sardegna della mia fanciullezza, ma soprattutto la saggezza profonda ed autentica, il modo di pensare e di vivere, quasi religioso di certi vecchi pastori e contadini sardi (…) nonostante la loro assoluta mancanza di cultura, fa credere ad una abitudine atavica di pensiero e di contemplazione superiore della vita e delle cose di là della vita. Da alcuni di questi vecchi ho appreso verità e cognizioni che nessun libro mi ha rivelato più limpide e consolanti. Sono le grandi verità fondamentali che i primi abitatori della terra dovettero scavare da loro stessi, maestri e scolari a un tempo, al cospetto dei grandiosi arcani della natura e del cuore umano…
30. Siamo il regno ininterrotto del lentisco, delle onde che ruscellano i graniti antichi, della rosa canina, del vento, dell’immensità del mare. Siamo una terra antica di lunghi silenzi, di orizzonti ampi e puri, di piante fosche, di montagne bruciate dal sole e dalla vendetta. Noi siamo sardi.
Cosa ci insegnano queste frasi
Le parole di Grazia Deledda ci insegnano innanzitutto una grande lezione di resilienza e di accettazione di fronte ai misteri del destino. Paragonando l’uomo saggio all’acqua che sa adattarsi prendendo “la forma del vaso ove la si versa”, l’autrice ci invita a piegarci alle avversità della vita per evitare di spezzarci.
Inoltre, le sue frasi ci insegnano a dare valore alla nostra interiorità e alla semplicità: ci ricordano che “Le più grandi cose si dicono in silenzio” e che il rimedio per i nostri tormenti risiede sempre dentro di noi, se solo impariamo ad avere cuore.
Infine, il suo pensiero ci trasmette un profondo rispetto per le nostre origini e per la natura, suggerendoci che possiamo apprendere le verità più limpide e consolanti fermandoci ad ascoltare la voce degli alberi, dell’acqua e del mondo naturale.
L’insegnamento più grande: la saggezza delle “Canne al Vento”
Il cuore pulsante dell’insegnamento di Grazia Deledda risiede nella celeberrima immagine che ha dato il titolo al suo romanzo più famoso. Attraverso le parole dei suoi personaggi, come il servo Efix, l’autrice dipinge la fragilità dell’essere umano di fronte al destino imperscrutabile. Al “perché questa sorte?” Efix risponde amaramente, eppure con rassegnata saggezza, che gli uomini sono come le canne, e la sorte è il vento. Dio solo sa perché il vento soffi in quel modo.
Questa metafora ci consegna una lezione formidabile sulla resilienza. Le canne sono fragili, sottili, apparentemente indifese contro la furia degli elementi. Eppure, proprio perché sanno piegarsi senza opporre una resistenza rigida che le spezzerebbe, riescono a sopravvivere alle tempeste. È l’apologia dell’adattabilità, concetto ribadito dall’immagine dell’acqua: essa è saggia “perché prende la forma del vaso ove la si versa”.
Grazia Deledda ci insegna, quindi, che la vera forza non sta nell’inflessibilità orgogliosa o nella pretesa di controllare un destino inafferrabile, ma nella capacità di adattarsi agli urti della vita. Ci invita a trovare il “rimedio” dentro noi stessi, ad avere “cuore”, e ad apprezzare la bellezza silenziosa delle cose semplici, perché spesso “le più grandi cose si dicono in silenzio”, magari guardando semplicemente la luna. La sua voce, levatasi da un’isola aspra e antica, continua a parlarci, ricordandoci la dignità profonda dell’esistenza umana.

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