La frase di Franco Battiato in arabo che svela perché i sogni hanno bisogno dell’autunno

Scopri la frase di Franco Battiato che racconta cosa accade quando la vita si ferma: tra attesa, speranza e una chiamata che può cambiare tutto.

La frase di Franco Battiato in arabo che svela perché i sogni hanno bisogno dell'autunno

C’è una frase di Franco Battiato che riesce a dar voce ai momenti della vita in cui tutto sembra cambiare improvvisamente misura. Ciò che fino a poco prima appariva come una corsa frenetica o una conquista irrinunciabile perde peso, mentre un istante di penombra, una pausa forzata o un momento di stasi acquistano un valore enorme.

È ciò che accade soprattutto quando attraversiamo le fasi di blocco o di apparente fallimento. Proprio nei momenti in cui le cose non vanno come vorremmo, possiamo scoprire di guardare con occhi diversi il tempo che stiamo vivendo e di riconoscere, dentro un’attesa che avremmo voluto diversa, una direzione ancora più profonda.

È la riflessione che Battiato affida a Veni l’autunnu, capolavoro contenuto nell’album Fisiognomica del 1988. Di fronte all’affanno dell’uomo che cerca di piegare la realtà ai propri desideri, Battiato racconta la straordinaria capacità dell’anima di ritrovare la rotta attraverso il silenzio e la pazienza:

لكل شيء وقت وأذان
لكل حلم مثابر أمل

Likulli shay’in waqtun wa-adhan
Likulli hulmin muthabirin ‘amal

Ogni cosa ha il suo tempo e la sua chiamata.
Per ogni sogno perseverante c’è una speranza.

Sono parole che possono sembrare un semplice richiamo alla rassegnazione. Ma raccontano qualcosa di molto più profondo: non è necessario che la vita ci dia tutto e subito per poterne sentire il valore. Siamo noi, attraversando l’autunno dei nostri progetti, a imparare a guardare diversamente il tempo che abbiamo davanti.

Veni l’autunnu: la storia dietro la frase di Franco Battiato

Per comprendere fino in fondo la vertigine e il senso profondo della sentenza in lingua araba che chiude il brano, bisogna prima calarsi nel muro di disillusione che Franco Battiato erige pochi istanti prima attraverso la cruda ed essenziale musicalità del dialetto siciliano.

Al centro di Veni l’autunnu c’è la presa d’atto dell’impossibilità di sognare attraverso le consuete illusioni umane. Per raccontare questo vicolo cieco, Battiato non usa astrazioni filosofiche, ma salda insieme due modi di dire della tradizione popolare siciliana dal significato estremamente preciso, dettati dalla stessa radicata mancanza di illusione di fronte alla durezza della vita:

Mo patri m’insignau lu muraturi
Pi nan sapiri leggiri e scriviri

In questo verso, l’insegnamento del lavoro manuale trascende il dato reale dell’analfabetismo. Nell’uso proverbiale siciliano, “pi nun sapiri né leggiri né scriviri” significa agire per pura prudenza pragmatica, a scanso di equivoci, scegliendo la via più sicura. È il passaggio di testimone di una visione del mondo in cui non c’è spazio per i sogni: di fronte alle incognite della vita, la sola garanzia è la materia grezza, la calce e la fatica fisica.

Il mestiere manuale è garanzia di un lavoro che permette di mangiare, di poter sopravvivere alle insicurezze della vita.

A questa cautela si agganciano subito dopo due distinti modi di dire della tradizione isolana, fusi in una sola sequenza spietata:

È inutili ca ‘ntrizzi e fai cannola
Lu santu è di mammuru
e nan sura

(È inutile che ti fai trecce e boccoli
il santo è di marmo
e non suda)

Qui Battiato accosta due immagini dall’efficacia plastica straordinaria. La prima, “’ntrizzi e fai cannola”, descrive letteralmente l’atto di acconciarsi i capelli intrecciandoli e arricciandoli in boccoli (cannola); in senso figurato, diventa l’emblema dello sprecare tempo ed energie in orpelli, ghirigori, moine, strategie o lusinghe per apparire migliori, sedurre o catturare l’attenzione, rappresentando l’illusione tutta umana di poter cambiare le cose attraverso la forma, il bell’aspetto o il sotterfugio.

A quell’affanno cosmetico risponde poi la spietata immutabilità della realtà evocata da “’u santu è di mammuru e nan sura”: l’immagine del santo patrono scolpito nel marmo (mammuru) che, per quanto lo si aduli, lo si preghi, lo si porti in processione o ci si affanni davanti a lui, rimane rigido, insensibile e immobile, senza versare mai una goccia di sudore.

È la metafora dell’interlocutore cinico, del destino sordo o di una realtà sociale che non si lascia commuovere né ammorbidire dalle suppliche o dalle furbizie umane.

Saldando l’inanità del belletto umano alla freddezza minerale della pietra, Battiato non fa folklore, ma attinge alla stessa spina dorsale della grande letteratura siciliana. In questa coppia di proverbi risuona l’ideale dell’ostrica de I Malavoglia di Giovanni Verga, dove chi prova a staccarsi dallo scoglio per cercare fortuna altrove finisce divorato dal mare; vi si riconosce l’immutabilità tragica de II Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, convinto che in Sicilia ogni slancio di rinnovamento sia destinato a sciogliersi nella stanchezza e nel sonno secolare. E vi riaffiora il disincanto lucido di Leonardo Sciascia, per il quale la realtà si presenta spesso come una struttura impermeabile al cambiamento.

È la rappresentazione di un mondo che ha decretato il proprio autunno perenne: una terra dove sognare sembra un atto di ingenuità e dove l’unica legge apparentemente valida è quella di rassegnarsi alla durezza del marmo.

L’incomunicabilità intima: il sentimento “strano e complicato”

Solo dopo aver eretto questo muro di disillusione collettiva e storica, Battiato sposta lo sguardo dalla piazza al cuore, facendo emergere il dramma intimo dell’incomunicabilità tra padre e figlio e l’immensa solitudine di chi non ha nessun confronto:

Chi stranu e cumplicatu sintimentu
Gnonnu ti l’aia diri
Li mo peni
Cu sapi si sì in gradu di capiri
No sacciu comu mai
Ti vogghiu beni

È la seconda, dolorosa frattura del brano. Dopo la morte delle illusioni terrene, si consuma l’impossibilità di condividere il proprio mondo interiore. Il figlio custodisce tormenti e “pene” che vorrebbe rivelare, ma si scontra con la consapevolezza amara che il padre non ha gli strumenti culturali ed emotivi per comprenderle (“cu sapi si sì in gradu di capiri”).

Non si tratta di mancanza d’amore, ma dell’impossibilità di parlarsi. Sopra il muro dell’incomunicabilità e sopra la freddezza del marmo, sopravvive soltanto un affetto viscerale, irrazionale e indissolubile (“no sacciu comu mai ti vogghiu beni”).

È il punto di massimo isolamento dell’umano: la percezione dolorosa di una terra che ti abbandona, ti chiude le porte e finisce per espellerti. È il dramma che tantissimi hanno dovuto sopportare, ovvero la necessità di spezzare il cordone ombelicale per cercare altrove, lontano da casa, il modo di concretizzare i propri sogni e non soffocare la propria vocazione.

È proprio quando l’impasse è assoluta e subentra l’autunno – con le giornate che si accorciano (“Scura cchiù prestu”) e gli alberi che perdono le foglie – che Battiato compie il suo scarto profondo.

Sulle macerie del silenzio e della lontananza, spegne il dialetto della terra natìa e spalanca la porta alla lingua araba. Per Battiato, l’arabo non è una scelta esotica o una citazione colta, ma rappresenta la vera chiave d’accesso al risveglio e alla conoscenza profonda. È la lingua dell’essenza e del viaggio: la strada che guida chi è stato costretto ad andarsene a trovare una rotta superiore oltre l’amarezza dello sradicamento. Per il cantautore siciliano è la lingua, o meglio l’incontro, che conduce alla conoscenza di sé stessi.

La svolta: dentro la sentenza in lingua araba

Nel punto più buio del brano, quando la saggezza popolare ha stabilito che “il santo è di marmo e non suda” e il dialogo umano è rimasto sospeso nell’incompiutezza, Battiato compie questo salto linguistico e metafisico. Spegne la lingua della terra natìa e fa risuonare la lingua araba – matrice spirituale, ponte storico del Mediterraneo e veicolo di risveglio per la sua ricerca interiore – recitando due versi solenni:

لكل شيء وقت وأذان
لكل حلم مثابر أمل

Likulli shay’in waqtun wa-adhan
Likulli hulmin muthabirin ‘amal

Ogni cosa ha il suo tempo e la sua chiamata.
Per ogni sogno perseverante c’è una speranza.

Questa frase non è un consolatorio “andrà tutto bene”, né un pio augurio. È una vera e propria equazione spirituale in cui ogni singola parola araba risponde punto su punto al vicolo cieco descritto pochi secondi prima in siciliano, attingendo a un bacino di suggestioni sapienziali che uniscono l’Antico Testamento e la mistica orientale.

La prima parte del verso (Likulli shay’in waqtun wa-adhan) affronta direttamente il nodo del tempo. Il termine Waqt indica il tempo cronologico, la stagione e il momento opportuno, ponendosi come la risposta diretta a chi spara fuochi d’artificio o agghinda i capelli con trecce e boccoli (‘ntrizzi e fai cannola) per pretendere risultati immediati.

L’arabo ci ricorda che l’universo possiede i suoi ritmi inesorabili, proprio come l’autunno che arriva a spogliare gli alberi. Questa struttura presenta una profonda affinità con uno dei passi più celebri dell’Antico Testamento, il Libro dell’Ecclesiaste (Qohelet 3,1), dove ritorna la stessa idea di un tempo stabilito per ogni cosa.

In questa prospettiva, Battiato sembra riprendere l’antica consapevolezza del ritmo inesorabile dell’esistenza, accostandovi la parola Adhan, che nella tradizione islamica indica la chiamata alla preghiera recitata dal muezzin, l’annuncio sacro che il momento stabilito è finalmente giunto.

Il tempo non è più soltanto il semplice scorrere delle stagioni, ma diventa un tempo scandito da un richiamo interiore. La lezione è chiarissima: il santo di marmo non suda e non cede davanti alle nostre pretese e lusinghe perché non è ancora la sua ora; le cose non accadono quando lo decide la nostra ansia, ma quando scocca il loro Adhan, il momento esatto in cui la realtà ci chiama a compierle.

Il Mediterraneo come sintesi universale

In questo innesto tra il dialetto isolano e l’arabo si rivela la cifra più alta dell’arte di Battiato: la capacità di attingere a quella che possiamo definire la grande human culture, il patrimonio condiviso della civiltà umana che supera ogni confine geografico, dogmatico o confessionale.

In Veni l’autunnu, Battiato mostra così una Sicilia che non è un’isola chiusa nel proprio dolore, ma il cuore di un Mediterraneo inteso come crocevia sapienziale. Il realismo dei proverbi popolari siciliani entra in dialogo con un’idea del tempo che richiama l’Ecclesiaste biblico e trova una significativa consonanza anche con la sapienza sufi dell’Al-Hikam (Le Sentenze di Saggezza), celebre raccolta di aforismi del mistico egiziano Ibn ‘Ata’ Allah al-Iskandari (m. 1309), uno dei maggiori maestri della Shadhiliyya.

È la prova che le domande fondamentali dell’uomo – la sofferenza, la stasi, la ricerca del senso, l’attesa del tempo opportuno – non appartengono a una sola cultura, ma costituiscono un’unica grande grammatica dell’anima. La cultura umana diventa così la casa comune in cui il limite della provincia si dissolve e l’esperienza individuale si scopre parte di un’armonia universale.

La “Chiamata” come luogo del dialogo ritrovato

È qui che si compie la sintesi perfetta di Franco Battiato. Far dialogare queste assonanze bibliche e orientali con il realismo del dialetto siciliano significa compiere un’operazione culturale ed emotiva di altissimo profilo.

La sentenza in arabo non smentisce il disincanto della terra, ma lo riscatta e lo trasforma. La lingua araba si rivela la strada che guida l’anima alla conoscenza vera, oltre le apparenze, la durezza della materia e il dolore del distacco.

Se Verga, Tomasi di Lampedusa e la tradizione popolare ci avvertono che la realtà è una pietra immutabile e che chi cerca fortuna altrove rischia di smarrirsi, Battiato risponde che il “marmo” cede soltanto davanti alla maturazione del tempo e alla perseveranza di chi sa attendere e costruire la propria strada, anche lontano da casa.

E proprio dentro la parola Adhan (la chiamata) si scioglie anche la ferita più intima: l’incomunicabilità con il padre. In quest’ottica, la figura paterna trascende il singolo legame familiare e diventa l’incarnazione stessa della propria terra natìa, di un mondo immobile e severo che chiude gli orizzonti e tarpa le ali ai sogni, ostacolando l’accesso alla vera conoscenza.

Se nella vita quotidiana il dialogo tra generazioni e con le proprie radici è rimasto incompiuto – frenato dal pudore, dal lavoro della pietra e dalla necessità di cercare altrove il proprio futuro -, la “chiamata” diventa il luogo del risveglio metafisico. L’autunno spoglia gli uomini del superfluo, spegne il rumore della piazza e crea il silenzio sacro in cui ogni distanza geografica, culturale ed emotiva si annulla.

Per chi ha avuto il coraggio di percorrere quella strada difficile e solitaria, l’incontro futuro è il momento in cui tutto il male, l’amarezza dello sradicamento e il senso di incomprensione svaniscono d’incanto. Quel ricongiungimento tra il figlio e il padre-terra trascende la vicenda umana e diventa il punto più alto dell’esistenza: il varco attraverso cui vivere il sogno più grande, ovvero la riconciliazione con le proprie origini e la fusione finale con l’Assoluto.

La speranza (‘Amal) di cui parla Battiato smette così di essere un’illusione infantile: diventa la certezza che la capacità di sognare non è morta nell’esilio, ma ha solo avuto bisogno di liberarsi dalla fretta e dalla rassegnazione. Per chi sa restare Muthābir, saldo, costante e capace di custodire nel buio quel sentimento “strano e complicato”, l’autunno non è la fine di una terra senza futuro, ma la soglia benedetta oltre la quale si attua il vero risveglio e l’anima, finalmente, ritrova la sua dimora infinita.