La felicità è davvero qualcosa che possiamo imparare a costruire? Per Aristotele sì, almeno in parte. Più di duemila anni fa, nell’Etica Nicomachea, il filosofo greco si interrogava su che cosa significhi vivere bene e su quale sia il bene più alto a cui possiamo aspirare. La sua risposta conduce proprio alla felicità, che non coincide semplicemente con il piacere, la ricchezza o un momento fortunato della nostra esistenza.
Secondo il filosofo classico greco, infatti, essere felici riguarda il modo in cui viviamo, le azioni che compiamo, le virtù che coltiviamo e persino le persone di cui scegliamo di circondarci. E c’è un’idea particolarmente affascinante nel suo pensiero: la felicità non si misura in un singolo momento, ma nell’arco di una vita. Come scrive nella sua grande opera, “una rondine non fa primavera, né un sol giorno” e, allo stesso modo, poco tempo non basta a rendere qualcuno felice.
Abbiamo scelto 10 frasi di Aristotele tratte dall’Etica Nicomachea che ci permettono di seguire il pensiero di Aristotele sulla felicità e di scoprire perché, a distanza di secoli, alcune delle sue riflessioni possono ancora aiutarci a vivere meglio.
10 frasi di Aristotele sulla felicità che possono aiutarci a vivere meglio
La felicità è davvero qualcosa che possiamo imparare a costruire? È una domanda che continuiamo a farci ancora oggi, cercando spesso la risposta nel successo, nel denaro, nell’amore o semplicemente nella possibilità di vivere senza preoccupazioni. Eppure Aristotele se la poneva già più di duemila anni fa.
Nell’Etica Nicomachea il filosofo greco parte proprio dalla ricerca del bene più alto a cui possiamo aspirare. Un bene che, scrive, tanto la maggioranza quanto le persone più autorevoli chiamano «felicità», identificando il “vivere bene” e il “riuscire” con l’“essere felici”. Il problema è che gli uomini non sono affatto d’accordo su che cosa sia davvero questa felicità: per alcuni è il piacere, per altri la ricchezza, per altri ancora l’onore.
La risposta di Aristotele è molto più complessa. La felicità non è semplicemente qualcosa che possediamo o una sensazione piacevole che proviamo. Ha a che fare con il modo in cui viviamo, con le nostre azioni, con le virtù che coltiviamo e con le scelte che ripetiamo nel tempo. Ed è proprio per questo che alcune delle sue riflessioni sembrano parlare anche a noi.
Per comprendere le frasi di Aristotele sulla felicità bisogna partire da un punto fondamentale: per il filosofo la felicità è il fine che desideriamo per se stesso, non uno strumento attraverso il quale ottenere qualcos’altro. Possiamo desiderare il denaro perché ci permette di acquistare ciò che vogliamo, oppure ricercare l’onore, il piacere o altri beni perché crediamo che possano renderci felici. La felicità, invece, viene scelta «sempre per se stessa e mai in vista di altro».
Ma questo non significa che basti desiderare di essere felici. Nel libro Aristotele lega il bene dell’uomo a «un’attività dell’anima secondo la sua virtù» e aggiunge immediatamente un elemento decisivo: tutto questo deve realizzarsi «in una vita compiuta».
È qui che compare una delle immagini più belle dell’intera opera: «una rondine non fa primavera, né un sol giorno». Allo stesso modo, osserva Aristotele, un solo giorno o un breve periodo non bastano a rendere una persona felice.
La felicità diventa così qualcosa che si costruisce nel corso della vita. Contano le nostre abitudini, il modo in cui agiamo, la capacità di trovare equilibrio, le amicizie che coltiviamo e persino il modo in cui affrontiamo ciò che la sorte mette sul nostro cammino.
Ed è proprio seguendo questo percorso nell’Etica Nicomachea che possiamo leggere 10 frasi di Aristotele sulla felicità e provare a capire che cosa possano ancora insegnarci sulla nostra vita.
1. La felicità è qualcosa che desideriamo per se stessa
“Di tale natura è, come comunemente si ammette, la felicità, perché la scegliamo sempre per se stessa e mai in vista di altro, mentre onore e piacere e intelligenza e ogni virtù li scegliamo, sì, anche per se stessi (sceglieremmo infatti ciascuno di questi beni anche se non ne derivasse nient’altro), ma li scegliamo anche in vista della felicità, perché è per loro mezzo che pensiamo di diventar felici.”
Aristotele, Etica Nicomachea, Libro I, 7, 1097b
Aristotele arriva a questo passaggio mentre cerca di individuare il bene più alto a cui tendono le nostre azioni. Alcune cose vengono desiderate anche per ciò che permettono di ottenere. La ricchezza è uno degli esempi più immediati: ha valore perché può essere utilizzata per raggiungere altri scopi. Onore, piacere, intelligenza e virtù hanno una natura diversa, ma anche questi beni, secondo Aristotele, vengono scelti pensando alla felicità.
Alla felicità assegna un posto particolare. La scegliamo “sempre per se stessa e mai in vista di altro”. Essere felici non serve a raggiungere un obiettivo successivo: rappresenta già il fine verso cui tendiamo. Poco dopo Aristotele la descrive infatti come “qualcosa di perfetto e autosufficiente”, proprio perché è il fine delle azioni che compiamo.
È un ragionamento che si riconosce facilmente anche nella vita di oggi. Lavoro, denaro, riconoscimento, relazioni e progetti personali occupano una parte importante delle nostre giornate e spesso diventano traguardi sui quali concentriamo tempo ed energie. Aristotele permette di guardarli da una prospettiva più ampia: ciascuno di questi elementi può contribuire a una vita felice, ma la felicità resta il fine che dà un senso complessivo a ciò che scegliamo e facciamo.
2. Il bene dell’uomo si realizza attraverso la virtù
“Il bene dell’uomo consiste in un’attività dell’anima secondo la sua virtù, e se le virtù sono più d’una, secondo la migliore e la più perfetta.”
Aristotele, Etica Nicomachea, Libro I, 7, 1098a
Per arrivare a questa conclusione Aristotele parte dalla funzione propria dell’essere umano. Nel testo usa l’esempio del citaredo: suonare la cetra è la sua attività, mentre il buon citaredo è colui che riesce a svolgerla bene. Lo stesso ragionamento viene applicato all’uomo, la cui vita è legata alla ragione e alla capacità di agire secondo virtù.
La felicità acquista così un significato più concreto. Aver individuato il bene più alto, come abbiamo visto nella prima frase, non è sufficiente: per Aristotele conta il modo in cui viviamo e agiamo. La virtù si manifesta nelle azioni e nel modo in cui esercitiamo le nostre capacità nel corso della vita.
Questa idea sposta l’attenzione dalla ricerca di una condizione ideale al modo in cui conduciamo la nostra esistenza. Il lavoro che facciamo, le decisioni che prendiamo, il rapporto con gli altri e il modo in cui affrontiamo le situazioni quotidiane diventano parte di questo percorso. Per Aristotele una vita buona prende forma attraverso ciò che facciamo e attraverso la qualità delle nostre azioni.
E c’è un elemento che completa questo ragionamento: il tempo. Subito dopo Aristotele precisa che tutto questo deve avvenire “in una vita compiuta”. È il passaggio che introduce una delle sue immagini più note, quella della rondine che da sola non fa primavera.
3. Una rondine non fa primavera
“Ma bisogna aggiungere: in una vita compiuta. Infatti, una rondine non fa primavera, né un sol giorno: così un sol giorno o poco tempo non fanno nessuno beato o felice.”
Aristotele, Etica Nicomachea, Libro I, 7, 1098a
Con l’immagine della rondine Aristotele chiarisce cosa intende quando parla di una “vita compiuta”. Un giorno felice, una soddisfazione o un periodo particolarmente favorevole possono avere un grande valore, ma rappresentano soltanto una parte della nostra esistenza.
Lo stesso vale per i momenti difficili. Una delusione, un fallimento o una fase complicata possono occupare completamente i nostri pensieri mentre li stiamo vivendo, senza per questo definire tutto ciò che siamo stati e saremo.
La felicità descritta nel libro riguarda quindi la vita considerata nel suo insieme. A darle forma contribuiscono le azioni, le scelte e le virtù che si consolidano nel corso degli anni. La celebre rondine di Aristotele serve proprio a ricordare quanto possa essere limitato giudicare un’intera esistenza partendo da un solo momento.
4. Le virtù si imparano attraverso le nostre azioni
“Invece acquistiamo le virtù con un’attività precedente, come avviene anche per le altre arti. Infatti, le cose che bisogna avere appreso prima di farle, noi le apprendiamo facendole: per esempio, si diventa costruttori costruendo, e suonatori di cetra suonando la cetra. Ebbene, così anche compiendo azioni giuste diventiamo giusti, azioni temperate temperanti, azioni coraggiose coraggiosi.”
Aristotele, Etica Nicomachea, Libro II, 1, 1103a-1103b
Aristotele lega la formazione delle virtù all’abitudine. Poco prima spiega che le virtù etiche non nascono già formate in noi: abbiamo la capacità di svilupparle e ci perfezioniamo attraverso l’esercizio.
L’esempio del costruttore rende il ragionamento immediato. Si impara a costruire costruendo e a suonare uno strumento suonandolo. Per Aristotele qualcosa di simile avviene con il carattere: diventiamo giusti compiendo azioni giuste, temperanti attraverso azioni temperate e coraggiosi comportandoci con coraggio.
Le azioni quotidiane acquistano così un peso che va oltre il singolo gesto. Ripetendo determinati comportamenti sviluppiamo abitudini che, poco alla volta, contribuiscono a formare il nostro modo di essere. Nel capitolo Aristotele precisa infatti che, a seconda di come ci comportiamo con gli altri o davanti ai pericoli, possiamo diventare giusti o ingiusti, coraggiosi o vili.
Il legame con la felicità passa proprio da qui. Se una vita buona richiede l’esercizio della virtù, come abbiamo visto nei passaggi precedenti, le nostre abitudini diventano una parte concreta del percorso descritto dal filosofo.
5. La virtù cerca una misura tra eccesso e difetto
“L’eccesso e il difetto sono propri del vizio, mentre la medietà è propria della virtù.”
Aristotele, Etica Nicomachea, Libro II, 6, 1106b-1107a
La “medietà” di cui si parla in questo passaggio non indica una posizione tiepida tra due possibilità, né significa scegliere sempre una soluzione a metà. Il testo precisa che si tratta di una misura “in rapporto a noi”, individuata attraverso un criterio e riferita alle nostre passioni e alle nostre azioni.
Gli esempi forniti nelle pagine successive aiutano a capire meglio il concetto. Di fronte alla paura, il coraggio occupa una posizione intermedia tra due estremi: da una parte la temerarietà, dall’altra la viltà. Lo stesso schema viene applicato alla temperanza, al rapporto con il denaro e ad altri aspetti del comportamento umano.
Trovare questa misura richiede quindi di valutare le circostanze. Una stessa reazione può risultare eccessiva in una situazione e insufficiente in un’altra. La virtù consiste nella capacità di scegliere ciò che è adeguato, evitando di lasciarsi trascinare verso gli estremi.
È un’idea che possiamo riconoscere in molte situazioni quotidiane: nel modo in cui reagiamo a una provocazione, affrontiamo una paura, spendiamo il nostro denaro o cerchiamo il riconoscimento degli altri. La misura cambia a seconda delle circostanze, mentre resta centrale la capacità di scegliere con criterio.
6. Anche una vita felice ha bisogno di amici
“Nessuno, infatti, sceglierebbe di possedere tutti i beni a costo di goderne da solo: l’uomo, infatti, è un essere sociale e portato per natura a vivere insieme con gli altri. […] L’uomo felice, dunque, ha bisogno di amici.”
Aristotele, Etica Nicomachea, Libro IX, 9, 1169b
Possedere tutto ciò che desideriamo perde parte del suo valore se non abbiamo qualcuno con cui condividere la nostra vita. È da questa considerazione che nasce il legame tra amicizia e felicità sviluppato nel Libro IX.
Il ragionamento parte dall’autosufficienza. Si potrebbe pensare che chi è davvero felice, proprio perché possiede ciò che gli serve per vivere bene, non abbia bisogno di nessuno. Nelle pagine dedicate all’amicizia emerge invece una conclusione diversa: sarebbe assurdo immaginare l’uomo felice come un solitario, perché vivere insieme agli altri appartiene alla natura umana.
Conta anche con chi scegliamo di condividere le nostre giornate. Il passo parla infatti di amici e di “persone virtuose”, preferibili agli estranei o “ai primi che capitano”. L’amicizia entra così nella vita felice come una relazione che permette di vivere, agire e condividere ciò che consideriamo buono.
È forse uno dei passaggi più vicini alla nostra esperienza quotidiana. Successi, beni e soddisfazioni personali possono contribuire al nostro benessere, ma una parte della felicità passa anche dalle persone con cui costruiamo la nostra vita.
7. La felicità non dipende soltanto dalla sorte
“Noi pensiamo, infatti, che l’uomo veramente buono e saggio sopporta dignitosamente tutte le vicende della sorte e tra le azioni che gli si prospettano compie sempre quelle più belle, come anche il buon generale usa l’esercito di cui dispone nel modo più efficace in guerra, e il buon calzolaio col cuoio che gli viene dato produce la calzatura più bella.
Aristotele, Etica Nicomachea, Libro I, 10, 1101a
La sorte occupa un posto particolare nel discorso sulla felicità. Ci sono eventi che non possiamo scegliere e che possono modificare profondamente la nostra esistenza. Il testo riconosce apertamente che le grandi avversità portano sofferenza e possono ostacolare molte delle nostre attività.
Eppure le circostanze esterne, da sole, non decidono tutto. Ciò che rimane nelle nostre mani è il modo in cui affrontiamo quello che accade e le azioni che scegliamo di compiere. È qui che diventano efficaci le due immagini utilizzate nel passo: il buon generale deve usare l’esercito che ha a disposizione, così come il calzolaio deve lavorare con il cuoio che gli è stato dato.
Nella vita accade qualcosa di simile. Possiamo trovarci davanti a condizioni favorevoli oppure attraversare periodi nei quali molte cose sembrano andare nella direzione sbagliata. Una parte della felicità dipende anche da questi elementi esterni, ma per il pensatore greco restano essenziali “le attività conformi a virtù”.
La felicità, quindi, non richiede una vita nella quale tutto vada sempre bene. Il punto è riuscire a utilizzare nel modo migliore ciò che abbiamo a disposizione, proprio come il calzolaio cerca di ottenere la scarpa migliore dal cuoio che gli è stato affidato.
8. Per essere felici non servono “molte e grandi cose”
“Certo non dobbiamo pensare che, se non è possibile essere beati senza i beni esteriori, si avrà bisogno per giungere alla felicità di molte e grandi cose: non è nell’eccesso, infatti, che consistono l’autosufficienza e l’azione, ma è possibile compiere belle azioni anche senza comandare in terra e in mare, giacché anche con mezzi misurati si può agire secondo virtù. […] È sufficiente avere quanto basta alla virtù, poiché sarà felice la vita di chi agisce conformemente alla virtù.”
Aristotele, Etica Nicomachea, Libro X, 8, 1179a
Il rapporto tra felicità e beni materiali viene affrontato senza ridurre tutto a una scelta tra ricchezza e povertà. Salute, cibo e una certa disponibilità di beni esteriori sono necessari anche per poter svolgere le nostre attività. La questione riguarda piuttosto quanto sia necessario possedere.
La risposta è che una vita felice non richiede necessariamente abbondanza, potere o grandi ricchezze. Nel testo compare l’espressione “mezzi misurati”: anche disponendo di risorse limitate è possibile agire secondo virtù. Subito dopo viene ricordato che persino chi conduce una vita privata può compiere azioni virtuose quanto, e talvolta più, di chi detiene il potere.
È una distinzione che conserva una certa attualità. Avere abbastanza per vivere dignitosamente conta, mentre accumulare sempre di più non rappresenta automaticamente un passo ulteriore verso la felicità. Denaro e beni possono creare le condizioni per vivere bene, ma non coincidono con il vivere bene.
Il punto torna così alle azioni: ciò che possediamo può aiutarci, ma è il modo in cui conduciamo la nostra vita a occupare il centro del ragionamento.
9. La vita secondo l’intelletto è la più felice
“Ciò, infatti, che per natura è proprio di ciascun essere, è per lui per natura la cosa più buona e più piacevole; e per l’uomo, quindi, questa cosa sarà la vita secondo l’intelletto, se è vero che l’uomo è soprattutto intelletto. Questa vita, dunque, sarà anche la più felice.”
Aristotele, Etica Nicomachea, Libro X, 7, 1178a
Verso la conclusione dell’opera il discorso sulla felicità arriva alla vita contemplativa. Dopo aver esaminato le virtù, le azioni, l’amicizia e il piacere, il filosofo cerca di stabilire quale attività possa rappresentare la forma più alta della vita felice.
La risposta conduce all’intelletto, considerato la parte migliore dell’essere umano. Vivere “secondo l’intelletto” significa quindi esercitare questa capacità attraverso la conoscenza e la contemplazione. Nel capitolo successivo il legame viene espresso ancora più chiaramente: quanto maggiore è la contemplazione, tanto maggiore è la felicità, fino alla conclusione che “la felicità sarà una forma di contemplazione”.
È importante distinguere questa idea dal semplice essere intelligenti. Il punto riguarda piuttosto una vita nella quale trovano spazio il pensiero, la comprensione e la ricerca della conoscenza, attività che hanno valore anche per se stesse.
Dopo aver dato grande importanza a ciò che facciamo, alle abitudini che costruiamo e alle relazioni che coltiviamo, queste pagine aggiungono così un’altra dimensione alla felicità: anche il modo in cui usiamo la nostra mente fa parte del vivere bene.
10. La felicità non coincide con il divertimento
“La felicità, dunque, non sta nel divertimento: e, in effetti, sarebbe strano che il fine dell’uomo fosse un divertimento, e che ci si affaticasse e si soffrisse per tutta la vita al solo scopo di divertirsi. […] Si ritiene, poi, che la vita felice sia conforme a virtù: e questa vita implica seria applicazione, e non consiste nel divertimento.”
Aristotele, Etica Nicomachea, Libro X, 6, 1176b-1177a
Divertirsi fa parte della vita, ma per il filosofo non basta a renderla felice. La distinzione è importante perché il piacere di un momento e la felicità di un’esistenza non vengono messi sullo stesso piano.
Il divertimento ha comunque una sua funzione. Nel passo viene accostato al riposo: abbiamo bisogno di interrompere la fatica e di recuperare le energie proprio perché non possiamo essere continuamente impegnati. Il problema nasce quando questo momento necessario viene trasformato nel fine verso cui orientare tutta la vita.
È una differenza che possiamo riconoscere facilmente anche oggi. Una serata piacevole, un viaggio, un hobby o qualsiasi esperienza capace di farci stare bene possono regalarci piacere e leggerezza. Sono parti preziose dell’esistenza, ma da sole non dicono se stiamo vivendo bene.
La lezione di Aristotele sulla felicità che vale ancora oggi
Letti uno dopo l’altro, questi passaggi dell’Etica Nicomachea restituiscono un’idea di felicità molto più complessa di quella a cui spesso siamo abituati. Non coincide con una sensazione piacevole, con il successo, con la ricchezza e neppure con una serie di giornate in cui tutto sembra andare per il verso giusto. È qualcosa che riguarda l’intera vita e, soprattutto, il modo in cui quella vita viene condotta.
È anche per questo che Aristotele insiste tanto sulle azioni. La felicità non viene descritta come una qualità che possediamo una volta per tutte: prende forma nell’attività, nell’esercizio delle virtù e nelle scelte che, ripetute, contribuiscono a costruire il nostro carattere. Diventiamo giusti compiendo azioni giuste, coraggiosi comportandoci con coraggio, temperanti attraverso azioni temperate. In questa prospettiva, vivere bene non è un risultato che arriva improvvisamente, ma qualcosa che si realizza concretamente nel modo in cui agiamo.
Questo non significa che tutto dipenda dalla volontà individuale. Nel testo c’è spazio anche per ciò che non controlliamo. Salute, beni materiali, condizioni favorevoli e avversità possono facilitare oppure rendere più difficile una vita felice. Il filosofo non cancella il peso della sorte e non sostiene che basti comportarsi bene per essere immuni dalla sofferenza. La sua riflessione lascia però all’essere umano uno spazio decisivo: quello delle azioni che può scegliere di compiere anche all’interno delle circostanze che gli sono state date.
Lo stesso vale per gli altri. La felicità non è immaginata come un’impresa solitaria. Gli amici appartengono alla vita felice perché l’essere umano è, per natura, portato a vivere insieme agli altri. E neppure l’accumulo di beni rappresenta la soluzione: servono condizioni materiali sufficienti per vivere e agire, ma non sono necessarie “molte e grandi cose”. Anche con “mezzi misurati”, scrive Aristotele, è possibile agire secondo virtù.
Alla fine dell’opera compare poi la dimensione contemplativa. Una vita pienamente realizzata non riguarda soltanto ciò che facciamo, ma anche l’esercizio dell’intelletto, la conoscenza e quella parte dell’essere umano che il filosofo considera più elevata. È un ulteriore elemento che allontana la felicità dalla semplice ricerca del piacere: divertirsi e riposarsi hanno un loro valore, ma non possono diventare da soli il fine dell’esistenza.
A tenere insieme tutti questi elementi c’è l’immagine incontrata all’inizio del nostro percorso: “una rondine non fa primavera”. Un successo non rende felice un’intera vita, così come una sconfitta non basta necessariamente a definirla. La prospettiva si allarga dall’istante all’esistenza nel suo complesso.
Ed è qui che il pensiero di Aristotele riesce ancora a parlare al presente. In un’epoca in cui la felicità viene spesso associata a risultati immediati, esperienze da accumulare, benessere personale o traguardi da raggiungere, l’Etica Nicomachea propone una misura diversa. La domanda non è soltanto che cosa possa renderci felici, ma quale vita stiamo costruendo attraverso ciò che facciamo, le persone che scegliamo di avere accanto e il modo in cui utilizziamo ciò che abbiamo a disposizione.
La felicità, vista da questa prospettiva, smette di essere un momento da inseguire e diventa il risultato di una vita considerata nella sua interezza.

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