Una frase di Carlo Cassola sul valore della semplicità
Quattordici parole. Una frase senza subordinate, senza aggettivi ornamentali, senza figure retoriche vistose. Eppure queste quattordici parole di Carlo Cassola contengono una delle affermazioni più radicali che la letteratura italiana del Novecento abbia mai pronunciato sul senso della vita e sul compito della narrativa. Dire che nulla è più stupefacente di un’esistenza comune significa rovesciare…

Quattordici parole. Una frase senza subordinate, senza aggettivi ornamentali, senza figure retoriche vistose. Eppure queste quattordici parole di Carlo Cassola contengono una delle affermazioni più radicali che la letteratura italiana del Novecento abbia mai pronunciato sul senso della vita e sul compito della narrativa. Dire che nulla è più stupefacente di un’esistenza comune significa rovesciare secoli di estetica che hanno cercato lo straordinario nell’eccezionale, il sublime nel grandioso, il significato nell’avventura. Cassola dice il contrario — e lo dice con la placida certezza di chi ha già smesso di discutere.
«Nulla è più stupefacente di un’esistenza comune, di un cuore semplice»
Carlo Cassola e la poetica del quotidiano
Carlo Cassola nacque a Roma nel 1917 e morì a Montecarlo di Lucca nel 1987. Scrittore appartato, controcorrente per scelta e per temperamento, fu una delle voci più singolari della narrativa italiana del dopoguerra. Il suo romanzo La ragazza di Bube, premio Strega nel 1960, lo rese celebre a un vasto pubblico, ma la sua opera più autentica e caratteristica si trova altrove — nei racconti brevi, nei taccuini, nelle prose minori dove la sua voce si fa più pura, più essenziale, più vicina a ciò che davvero gli premeva dire.
Gita domenicale, da cui proviene la citazione, è uno di questi testi minori nel senso migliore del termine: una raccolta di racconti e prose in cui Cassola insegue la sua ossessione centrale, quella per la vita ordinaria degli uomini e delle donne comuni — operai, contadini, donne di provincia, vecchi — che vivono le loro giornate senza grandiosità, senza eroismo, senza storia con la S maiuscola, eppure con una pienezza e una densità che Cassola percepisce come il vero sostrato dell’esistenza umana.
La «gita domenicale» del titolo è già di per sé un programma estetico: non la battaglia, non il viaggio iniziatico, non la conquista — ma la gita della domenica, il passo lento sul sentiero di campagna, il pranzo in osteria, il ritorno a casa nel pomeriggio.
La grammatica dello stupore
Vale la pena sostare sulla struttura grammaticale della frase. «Nulla è più stupefacente» — la costruzione superlativa relativa, con il «nulla» come termine di confronto assoluto, è la più forte che la lingua italiana metta a disposizione. Non «poche cose sono altrettanto stupefacenti», non «molto è stupefacente nella vita ordinaria»: Cassola sceglie il grado massimo, l’assoluto, il «nulla» che esclude ogni concorrenza. L’esistenza comune non è una delle cose meravigliose: è la cosa più meravigliosa, senza paragone, senza rivali.
La parola scelta per indicare il grado di meraviglia è poi rivelatrice: non «bello», non «commovente», non «importante» — ma «stupefacente». Lo stupore è qualcosa che blocca, che paralizza momentaneamente la mente davanti a qualcosa di inatteso, di imprevedibile, di eccedente la capacità di comprensione immediata. È la parola che usiamo di fronte ai fuochi d’artificio, ai paesaggi mozzafiato, ai colpi di scena. Cassola la usa di fronte a un’esistenza comune. Questo spostamento semantico è il cuore di tutto: il quotidiano, guardato con gli occhi giusti, produce lo stesso effetto di disorientamento meravigliato che producono le cose eccezionali.
Lo stupore non è la risposta all’eccezionale: è la risposta giusta all’ordinario, quando finalmente lo si vede per quello che è — un miracolo che si ripete ogni giorno senza che nessuno se ne accorga.
Il cuore semplice: una tradizione illustre
La seconda parte della frase — «di un cuore semplice» — è altrettanto densa. Cassola non dice «di una persona comune» o «di una vita ordinaria»: dice «di un cuore semplice», spostando l’attenzione dall’esterno all’interno, dalla circostanza alla disposizione interiore. Il «cuore semplice» è chi accoglie la vita senza pretese di grandezza, chi non si illude di essere il protagonista di un dramma cosmico, chi vive l’esistenza com’è — con le sue piccole gioie, i suoi dolori misurati, le sue giornate che si assomigliano — senza reclamare di più.
L’espressione richiama immediatamente un testo fondamentale della letteratura europea: Un cuore semplice di Gustave Flaubert, il racconto del 1877 che narra la vita di Félicité, una domestica normanna di cui Flaubert segue l’esistenza povera e oscura con una cura e un rispetto che hanno dell’atto d’amore. La Félicité di Flaubert non è eroica, non è istruita, non è bella né particolarmente intelligente: è semplicemente fedele, nel senso più profondo del termine — fedele alla vita, agli affetti, al suo piccolo mondo. Eppure il racconto di Flaubert è tra i più commuoventi dell’intera letteratura occidentale, proprio perché mostra come in quel cuore semplice ci sia più umanità che in molti cuori complicati e ambiziosi.
Cassola conosce bene Flaubert — lo ha letto, lo ha studiato, ne ha subito l’influenza profonda. Quando scrive «un cuore semplice» sta anche parlando con quel testo, sta riconoscendo una genealogia, sta inserendosi in una tradizione che ha scelto i piccoli come soggetto della grande letteratura. È la tradizione che va da Flaubert a Cechov, da Cechov a Katherine Mansfield, da Mansfield ad Alice Munro: scrittori che hanno capito che la grandezza non sta nei soggetti grandi ma nel modo di guardare, e che uno sguardo attento e amorevole trasforma qualunque vita in un universo.
Il rovesciamento dell’eccezionalismo
Per capire la portata dell’affermazione cassaliana bisogna collocarla nel contesto letterario e culturale del suo tempo. Il dopoguerra italiano era dominato, almeno nei suoi anni più fecondi, dalla grande stagione del neorealismo: letteratura e cinema che guardavano alla realtà sociale con urgenza politica, che facevano della lotta, della resistenza, della rivendicazione i propri temi privilegiati. Era una letteratura dell’eccezionale storico — la guerra, la Resistenza, la miseria come scandalo politico — che chiedeva alla narrativa di rendere conto dei grandi traumi collettivi.
Cassola, pur essendo stato partigiano e pur avendo scritto di Resistenza, si muove in una direzione diversa. La sua narrativa non nega la storia, ma la ingloba nella vita dei personaggi in modo tale che essa diventa sfondo, cornice, uno dei tanti elementi che compongono un’esistenza — non il suo senso ultimo. Il senso ultimo, per Cassola, è altrove: è nel ritmo quotidiano, nel lavoro ripetuto, nelle stagioni che passano, nei rapporti tra le persone che si amano o si tollerano o si lasciano andare. È, appunto, nell’esistenza comune.
Questo lo portò a scontrarsi con la critica militante del suo tempo, e in particolare con la feroce stroncatura di Pier Paolo Pasolini, che nel 1959 liquidò la narrativa di Cassola — insieme a quella di Giorgio Bassani — come «letteratura del cuore» in senso deteriore, come rifugio borghese dall’impegno politico, come estetismo del privato. Il dibattito che ne scaturì è uno dei più noti della storia letteraria italiana del dopoguerra, e vale la pena ricordarlo perché dice qualcosa di importante: la scelta di Cassola per l’ordinario non era ingenuità né disimpegno — era una posizione filosofica precisa, difesa con coerenza per tutta la vita.
Lo stupore come postura morale
C’è infine una dimensione etica nella frase di Cassola che merita di essere esplorata. Dire che l’esistenza comune è stupefacente non è soltanto una dichiarazione estetica: è anche un atto di rispetto verso le persone che vivono quelle esistenze. È il contrario dell’atteggiamento — diffuso nella cultura moderna, e ancor più in quella contemporanea — che misura il valore di una vita dalla sua visibilità, dalla sua produzione di eventi degni di essere raccontati, dalla sua capacità di distinguersi dalla massa.
La cultura dello spettacolo, del successo, della narrazione di sé ha reso sempre più difficile trovare degno di attenzione ciò che è ordinario. La vita «normale» — il lavoro quotidiano, la famiglia, le amicizie di quartiere, i pomeriggi senza eventi — viene percepita come qualcosa da superare, da rendere più interessante, da trasformare in contenuto. Cassola dice il contrario: quella vita è già interessante, anzi è la cosa più interessante che esiste. Guardarla senza volerla cambiare, senza volerle aggiungere dramma o avventura, è la forma più alta di attenzione che si possa prestare all’esistenza umana.
Quattordici parole che durano
Cassola non è uno scrittore di moda, oggi. La sua prosa asciutta, la sua rinuncia alla complessità formale, il suo disinteresse per i grandi temi della contemporaneità lo hanno reso, agli occhi di molti, uno scrittore minore nel senso sbagliato del termine. Eppure quelle quattordici parole — «Nulla è più stupefacente di un’esistenza comune, di un cuore semplice» — resistono al tempo con una solidità che molte opere più ambiziose e rumorose non hanno. Resistono perché dicono qualcosa di vero, che vale ieri come vale oggi: che la vita ordinaria non è la vita che aspetta di diventare qualcosa d’altro. È già, in se stessa, la cosa più straordinaria che ci sia capitata.