Viviamo in un’epoca paradossale: non siamo mai stati così capillarmente connessi, eppure mai così drammaticamente isolati. Nelle case, nelle aule scolastiche, nelle piazze reali e virtuali, il rumore di fondo è continuo, ma la vera comunicazione sembra essersi smarrita in un cono d’ombra.
A pagare il prezzo più alto di questa frattura sono i giovani, gli adolescenti, spesso etichettati con sbrigativa superficialità come apatici, fragili o ribelli senza causa. Eppure, dietro il loro silenzio o dietro le loro improvvise esplosioni di rabbia, si nasconde una richiesta d’aiuto che il mondo adulto fatica a decifrare.
A mettere a fuoco con chirurgica lucidità questo nodo nevralgico è Paolo Crepet, psichiatra, sociologo e tra i più acuti osservatori delle dinamiche affettive contemporanee. Tra le pagine di uno dei suoi libri più emblematici, “Non siamo capaci di ascoltarli. Riflessioni sull’infanzia e sull’adolescenza” (Einaudi), si trova una riflessione che suona come un monito imprescindibile per chiunque abbia a cuore l’educazione e il futuro dei ragazzi:
“Credo che il mondo degli adolescenti vada ascoltato, ma che per essere degli ascoltatori credibili e vicini, gli adulti debbano mostrare di non essere sordi e lontani dalle proprie stesse difficoltà.”
In queste poche righe si concentra l’intera complessità dell’incontro tra generazioni: l’ascolto come atto di profonda autenticità umana.
L’illusione del dialogo e la trappola del controllo
Spesso i genitori e gli educatori confondono l’ascolto con l’inquisizione. Si chiede un frettoloso “Com’è andata a scuola?”, si controllano i registri elettronici, si monitorano le prestazioni sportive e i voti. Ma questo non è ascoltare: è vigilare. Come sottolinea Crepet, l’ascolto autentico non esige risposte prestabilite, né pretende di catalogare immediatamente le emozioni altrui all’interno di parametri rassicuranti.
I giovani vivono oggi una condizione di smarrimento peculiare. Cresciuti in una società che impone il mito della perfezione, della visibilità costante e del successo immediato, si trovano a fare i conti con un carico di aspettative insostenibile. Quando provano a esprimere il proprio vuoto, si sentono spesso rispondere con frasi fatte, minimizzazioni (“Ma cosa ti manca? Hai tutto!”) o, peggio, con una frettolosa delega a specialisti e farmaci.
Crepet ci mette in guardia da questo atteggiamento: ascoltare significa prima di tutto fare spazio, accettare la sosta nel disordine emotivo dell’altro, resistere alla tentazione di voler “risolvere” ogni problema all’istante eliminando quella frustrazione che è invece componente necessaria della crescita.
Lo specchio della fragilità: perché gli adulti non ascoltano i giovani
Il cuore della riflessione di Crepet risiede nella seconda parte della frase: gli adulti non riescono ad ascoltare perché sono per primi sordi di fronte alle proprie ferite. Un genitore o un maestro che ha rimosso la propria vulnerabilità, che si presenta come un monumento di granitica infallibilità o che fugge dall’angoscia rifugiandosi nella frenesia del fare quotidiano, non potrà mai essere un interlocutore credibile. L’adolescenza ha un fiuto infallibile per l’ipocrisia. Un ragazzo in cerca di riferimenti rifiuta la maschera dell’invulnerabilità; cerca testimoni, non censori.
Quando un adulto finge di non conoscere l’incertezza, la paura del fallimento, la solitudine o il dolore, traccia un solco incolmabile. L’empatia nasce invece sul terreno comune dell’imperfezione: mostrare a un figlio o a uno studente che anche l’adulto attraversa la fatica di esistere, che sbaglia e che sa rimettersi in cammino, restituisce al giovane la legittimità di sentirsi fragile senza vergognarsi.
L’autorevolezza, ricorda spesso lo psichiatra, non deriva dall’imposizione o dalla rigidità, ma dalla coerenza e dalla trasparenza del proprio sentire.
Dalle parole al silenzio: ridare ai ragazzi il diritto al futuro
Capire le difficoltà delle nuove generazioni richiede un radicale cambio di prospettiva. Non si tratta di trasformarsi in genitori “amici” – una delle derive più criticate da Crepet, che priva i giovani dell’attrito necessario per crescere e maturare – ma di riscoprire il valore della presenza. Una presenza che non si misura nei beni materiali concessi per colmare le nostre assenze, ma nella disponibilità a sostenere lo sguardo di chi ci sta di fronte.
Saper ascoltare i ragazzi significa restituire loro il diritto alla complessità, al dissenso, persino alla malinconia e alla noia come spazi generativi di creatività e desiderio. Se vogliamo che tornino a credere nel futuro e a “prendersi la luna”, dobbiamo cominciare a disinnescare la nostra sordità emotiva.
Solo spogliandoci della pretesa di avere sempre la risposta pronta potremo tornare a sentire davvero la loro voce, scoprendo che sotto la scorza del loro disorientamento arde un bisogno inesauribile di senso, di ascolto e di speranza.

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