Una frase di Ambrose Bierce sulla sana ammirazione

Con questa citazione, contenuta nel celebre Dizionario del diavolo, Ambrose Bierce riesce, in appena una riga, a demolire una delle virtù sociali più celebrate e apparentemente nobili. L’ammirazione, sentimento che siamo soliti associare al riconoscimento del talento, della grandezza o della bellezza altrui, viene reinterpretata dallo scrittore americano come una manifestazione molto meno altruistica: non…

Una frase di Ambrose Bierce sulla sana ammirazione

Con questa citazione, contenuta nel celebre Dizionario del diavolo, Ambrose Bierce riesce, in appena una riga, a demolire una delle virtù sociali più celebrate e apparentemente nobili. L’ammirazione, sentimento che siamo soliti associare al riconoscimento del talento, della grandezza o della bellezza altrui, viene reinterpretata dallo scrittore americano come una manifestazione molto meno altruistica: non ammiriamo davvero chi è diverso da noi o chi possiede qualità straordinarie, ma siamo portati ad apprezzare soprattutto coloro nei quali riconosciamo qualcosa di noi stessi. L’ammirazione, dunque, non sarebbe altro che una forma elegante e socialmente accettabile di autocompiacimento.

«Ammirazione. Il nostro cortese riconoscimento che qualcun altro ci somiglia.»

Ambrose Bierce e la citazione estratta dalla sua opera più fortunata

Come accade spesso nelle definizioni del Dizionario del Diavolo, Bierce costruisce un paradosso destinato a suscitare il sorriso, ma dietro l’umorismo si cela una riflessione sorprendentemente acuta sulla psicologia umana. Le sue definizioni non hanno l’ambizione di offrire una verità scientifica; piuttosto, smontano le convenzioni linguistiche e morali, mostrando il lato nascosto dei comportamenti quotidiani. Anche questa osservazione sull’ammirazione invita il lettore a chiedersi quanto siano realmente disinteressati i propri giudizi sugli altri e quanto, invece, siano influenzati dal bisogno di confermare l’immagine che ciascuno ha di sé.

L’ammirazione è generalmente considerata un sentimento positivo. Fin dall’antichità essa è stata descritta come il primo passo verso la conoscenza. Aristotele osservava che la filosofia nasce dalla meraviglia, cioè dalla capacità di stupirsi davanti a ciò che supera la nostra esperienza ordinaria. Ammirare qualcuno significa, almeno in teoria, riconoscere una qualità che ci appare degna di rispetto: il coraggio di un eroe, l’intelligenza di uno scienziato, il talento di un artista, la generosità di una persona comune. In questa prospettiva, l’ammirazione ci spinge a uscire da noi stessi, a guardare oltre il nostro piccolo orizzonte e a riconoscere il valore presente negli altri.

Bierce ribalta completamente questa interpretazione. Egli suggerisce che il nostro apprezzamento non nasce dall’apertura verso l’altro, bensì dalla rassicurazione che l’altro ci offre. Ammiriamo chi ci assomiglia perché, lodando lui, finiamo inconsapevolmente per lodare anche noi stessi. La definizione contiene un dettaglio fondamentale: il riconoscimento è «cortese». L’aggettivo non è casuale. La cortesia appartiene al linguaggio delle convenzioni sociali, delle buone maniere, delle relazioni educate. Dietro il complimento, dunque, potrebbe celarsi un gesto molto meno generoso di quanto appaia. L’elogio rivolto all’altro diventa una forma raffinata di autocelebrazione.

Questa intuizione trova riscontro in molti meccanismi della psicologia contemporanea. Numerosi studi hanno mostrato come gli esseri umani siano naturalmente attratti da persone che condividono i loro valori, le loro convinzioni, il loro stile di vita o persino le loro caratteristiche esteriori. Il cosiddetto bias di somiglianza porta gli individui a considerare più affidabili, più intelligenti e più simpatici coloro che percepiscono come simili a sé. In questo senso, la battuta di Bierce anticipa con straordinaria lucidità alcune osservazioni che la psicologia avrebbe formalizzato soltanto molti decenni più tardi.

Naturalmente la provocazione dello scrittore non pretende di descrivere ogni forma di ammirazione. Esistono persone capaci di riconoscere sinceramente il valore di chi possiede qualità completamente diverse dalle proprie. Anzi, una delle esperienze più arricchenti consiste proprio nell’incontrare individui che ci mostrano possibilità di vita che non avevamo immaginato. Tuttavia Bierce ci invita a diffidare delle nostre motivazioni. Quando diciamo di ammirare qualcuno, lo facciamo davvero perché riconosciamo il suo valore oppure perché in lui vediamo riflessa l’immagine ideale di noi stessi?

Il mondo della cultura offre numerosi esempi di questo fenomeno. Gli artisti tendono spesso a esaltare opere che appartengono alla loro stessa sensibilità estetica. Gli scrittori elogiano autori nei quali riconoscono una visione del mondo affine alla propria. Anche nel dibattito filosofico o politico capita frequentemente che l’ammirazione sia riservata soprattutto a chi conferma convinzioni già possedute, mentre idee differenti vengono accolte con diffidenza o addirittura con ostilità. In questi casi, l’ammirazione smette di essere uno strumento di apertura e diventa una forma di conferma identitaria.

La riflessione di Bierce appare ancora più attuale nell’epoca dei social network. Oggi gli algoritmi tendono a mostrarci contenuti simili ai nostri interessi, rafforzando quella che viene definita «camera dell’eco». Ci troviamo così circondati da persone che condividono opinioni analoghe alle nostre e che, proprio per questo motivo, suscitano facilmente la nostra approvazione. L’ammirazione rischia allora di trasformarsi in un circolo chiuso nel quale ciascuno riconosce e celebra soltanto ciò che già conosce e approva. Invece di ampliare gli orizzonti, essa finisce per restringerli.

La definizione di Bierce contiene anche una sottile critica al narcisismo. L’essere umano ama vedersi riflesso nel mondo circostante. Ogni conferma ricevuta dagli altri rafforza il senso della propria identità. Quando incontriamo qualcuno che incarna qualità che riteniamo importanti, siamo portati a identificare quelle qualità con noi stessi, anche se magari le possediamo soltanto in minima parte. Così l’ammirazione diventa un modo per alimentare la propria autostima senza apparire vanitosi. È più elegante elogiare qualcun altro che lodare apertamente se stessi, ma il risultato psicologico può essere sorprendentemente simile.

Questa osservazione assume un significato particolare anche nelle relazioni personali. L’amicizia e l’amore nascono spesso da una combinazione di somiglianze e differenze. Se fosse vera fino in fondo la definizione di Bierce, finiremmo per amare gli altri soltanto perché ci assomigliano. L’esperienza dimostra però che i rapporti più profondi sono quelli nei quali si riesce ad apprezzare anche ciò che è radicalmente diverso da noi. Ammirare davvero qualcuno significa riconoscere il valore di qualità che non possediamo, accettando che esistano modi di essere altrettanto validi del nostro. È proprio questa capacità di uscire dall’autoreferenzialità che distingue l’ammirazione autentica dal semplice compiacimento.

Come sempre accade nelle pagine del The Devil’s Dictionary, Bierce non offre soluzioni morali né invita il lettore a correggere il proprio comportamento. Si limita a mostrare una possibile interpretazione della realtà, lasciando che sia ciascuno a verificare quanto essa corrisponda alla propria esperienza. La forza della sua scrittura risiede proprio in questa capacità di trasformare una definizione di poche parole in uno specchio nel quale il lettore è costretto a guardarsi. La battuta funziona perché contiene una parte di verità riconoscibile, anche se volutamente esasperata fino al paradosso.

In definitiva, la definizione di «ammirazione» proposta da Ambrose Bierce continua a esercitare il suo fascino perché mette in discussione uno dei sentimenti che consideriamo più nobili, ricordandoci che perfino gli slanci apparentemente più generosi possono essere attraversati da motivazioni egoistiche. Non significa che ogni forma di ammirazione sia falsa o interessata, ma che vale sempre la pena interrogarsi sulle ragioni profonde dei nostri giudizi.

Forse la vera ammirazione nasce proprio quando riusciamo ad apprezzare qualcuno non perché ci rassomiglia, ma perché ci mostra ciò che ancora non siamo, aprendoci a possibilità nuove, costringendoci a rivedere le nostre certezze e insegnandoci che la ricchezza dell’incontro umano consiste spesso nella differenza più che nella somiglianza. È in quel momento che l’ammirazione smette di essere uno specchio dell’io e diventa un autentico esercizio di conoscenza e di crescita personale.