Vi è mai capitato di passare una serata intera a scorrere lo schermo del telefono, convinti di riempire un momento di vuoto, per poi ritrovarvi a notte fonda con un senso di isolamento ancora più grande? Non si tratta di una nostra mancanza, ma di una precisa conseguenza ingegneristica.
Nel suo celebre libro di memorie Close to the Machine (1997), la scrittrice e programmatrice Ellen Ullman ha esplorato l’impatto psicologico ed emotivo della tecnologia sulle nostre vite. Una delle prime donne ingegnere del software a San Francisco negli anni ’90, Ullman ha analizzato un argomento che oggi ci tocca tutti da vicino: la progressiva digitalizzazione dei sentimenti umani.
Nelle sue pagine, diventate una radiografia spietata della nostra dipendenza quotidiana da smartphone e piattaforme social, l’autrice ha svelato cosa accade dietro le quinte del codice quando cerchiamo di tradurre la complessità delle relazioni in dati purificati, lasciandoci una profezia scritta nero su bianco:
C’è una parte di me che lo rimpiange, ma so che non c’è altro modo: le necessità umane devono varcare il confine del codice. Devono attraversare questa membrana semipermeabile che filtra l’urgenza, la paura e la speranza, lasciando passare solo la razionalità. Non c’è altro modo. I virus reali, quelli che causano la morte, qui non arrivano. Tutto ciò che vogliamo creare, tutto ciò che il sistema dovrà essere in grado di fare, ha bisogno di essere snaturato nel momento del passaggio alla macchina; altrimenti il sistema morirà.
Un’opera che nasce nel cuore della Silicon valley
Quando Close to the Machine viene pubblicato negli Stati Uniti nel 1997 dalla Picador, il mondo si trova all’alba della rivoluzione internet. In quel preciso momento storico, mentre la saggistica internazionale celebra l’utopia di una rete globale salvifica, il libro di Ellen Ullman squarcia la narrazione dominante.
L’opera si impone subito nel contesto internazionale non come un semplice manuale tecnico, ma come un vero e proprio saggio antropologico e letterario. Ullman compie un’operazione mai vista prima: porta la prosa confessionale, l’introspezione e la sensibilità umanistica all’interno dei laboratori dove si fabbrica il futuro, descrivendo la nascita della cultura digitale attraverso i corpi, le solitudini e le ossessioni di chi scrive il codice.
Nel nostro Paese questo testo ha avuto una storia editoriale tardiva ma fondamentale. Abbiamo dovuto attendere l’inizio del 2018 perché la casa editrice minimum fax portasse l’opera nelle librerie italiane, con il titolo Accanto alla macchina. La mia vita nella Silicon Valley e la traduzione di Vincenzo Latronico. Questa pubblicazione ha rappresentato un recupero critico straordinario: a distanza di vent’anni dalla sua stesura originale, il memoir della Ullman si è rivelato una profezia in grado di decifrare il nostro presente, dimostrando come le sue intuizioni sulla mutazione dei nostri legami affettivi fossero drammaticamente esatte e precorritrici dei tempi.
L’argomento centrale attorno a cui ruota tutta l’opera è lo studio di quella linea di faglia in cui la vita biologica incontra la rigidità del software. Ullman ci mostra come l’atto di programmare non sia un’attività neutra, ma un processo di selezione che ridefinisce i confini della nostra socialità.
Al centro del libro non ci sono le macchine, ma noi esseri umani nel momento in cui accettiamo di comunicare, amare e soffrire attraverso la mediazione di un’interfaccia. La scrittrice analizza la nascita delle prime comunità virtuali e delle prime relazioni disincarnate, svelando la sproporzione insanabile tra la ricchezza emotiva della nostra quotidianità e la povertà binaria del silicio, che per funzionare ha bisogno di eliminare ogni forma di ambiguità e di calore.
Il cortocircuito tra la macchina e la vita reale
Il primo grande paradosso in cui siamo caduti è l’illusione dell’indipendenza digitale. Ci riempiamo le giornate di contatti virtuali, mail e progetti che si muovono rapidi, ma quando spegniamo lo schermo ci scopriamo fatalmente soli. Ellen Ullman descrive questo shock da isolamento con una crudezza che anticipa di trent’anni la nostra stessa quotidianità:
Non avevo previsto questo ritorno alla solitudine. Seduta in pieno sole nei miei centocinquanta metri quadri di coolness architettonica mi rendo conto di essere un filo sotto shock, come stordita. Quella quiete improvvisa mi snerva. Ora passo le giornate in compagnia del ronzio delle macchine. Lavoro quando voglio, mi vesto solo se necessario. L’ora espressa dal quadrante dell’orologio perde un po’ di senso ogni settimana che passa. Sono di nuovo alla deriva. La mia ditta e la mia vita si sono ridotte all’essenza: ci siamo solo io e le mie macchine. Già: perché la mia ditta è virtuale.
Il problema si sposta poi sul modo in cui abbiamo accettato di trattare gli altri. Abituati alla logica dei computer, abbiamo iniziato ad applicare i contratti asettici del software anche alle relazioni umane. In questa nuova giungla digitale non c’è spazio per i sentimenti: le competenze richieste cambiano troppo in fretta e diventa sempre più facile rimpiazzare gli individui. Abbiamo finito per fare nostra una logica spietata, in cui le persone vengono trattate alla stregua di componenti hardware da aggiornare:
Le competenze richieste cambiano più in fretta di qualunque essere umano, quindi è sempre più facile rimpiazzare le persone. Togli una periferica, sostituiscila con una più rapida. La ditta postmoderna è come un pc – un involucro, un contenitore di plastica. Le persone vanno e vengono; le installi, le disinstalli.
Il riflesso più doloroso di questo meccanismo si riflette sulla nostra incapacità di proteggere i legami affettivi. Quando la logica della macchina e del rendimento entra nelle nostre vite, diventiamo intolleranti verso le fragilità altrui. Ullman racconta un dialogo agghiacciante con un collega, pronto a licenziare un amico in difficoltà perché “non ne sta azzeccando una” a causa di un divorzio, e riflette sulla fine di una sua storica amicizia, rovinata in appena mezz’ora per questioni di gestione del tempo e contratti:
Mi pare inutile specificare che la nostra amicizia è finita nell’istante in cui l’ho licenziata, producendo fratture destinate a propagarsi attraverso tutta la nostra cerchia di frequentazioni. Né che anche ora, quasi due anni dopo, la decisione su chi può essere invitato dove, e in compagnia di chi, crea una matassa di tensioni impossibile da districare. E che tutto questo è nato da una chiacchierata durata a malapena mezz’ora; quindici anni di amicizia rovinati per un contratto.
La trappola della vita in pigiama e la fine dei rapporti veri
La verità è che oggi siamo tutti vittime di un grande inganno psicologico. Passiamo le giornate connessi, ma se ci guardiamo allo specchio ci scopriamo incredibilmente soli. Come ci ricorda Ellen Ullman, c’è stata un’epoca in cui la parola “virtuale” non indicava un progresso, ma una mancanza della vita vera:
Significava “quasi vero”, o “a tutti gli effetti, ma non completamente, non realmente”. Si dicevano cose come “ero virtualmente felice”. Eri davvero felice? No, non lo eri, perché quel “virtualmente” implicava una nota falsa, una qualche mancanza, una sfumatura ineffabile di infelicità.
Ogni volta che preferiamo un messaggio su WhatsApp a un caffè di persona, stiamo accettando esattamente questa felicità a metà, portando nelle nostre giornate una sottile e costante nota di malinconia.
Questo meccanismo ci costringe a sdoppiarci ogni giorno. Da un lato c’è la nostra vita reale, spesso disordinata e solitaria, dall’altro la facciata perfetta che mostriamo online. L’autrice descrive questa recita quotidiana in modo tragicomico, un’esperienza in cui si riconosce chiunque oggi lavori da casa o passi ore sui social:
Non c’è nulla di più straniante che dover rispondere al telefono con indosso una tuta sporca e dire, con voce adulta ed efficiente: “Pronto, ufficio di Ellen Ullman”. Devo essere in grado di proiettarmi in un universo parallelo nel quale indosso un tailleur pantalone e ho i capelli puliti – un universo in totale discontinuità con quello in cui vivo in pigiama.
Costruire questa finta normalità tramite uno schermo è diventato facilissimo, ma il prezzo da pagare è altissimo: quando riattacchiamo, il ritorno alla realtà è quasi doloroso.
La diagnosi più amara della Ullman riguarda la perdita di quella pazienza umana che un tempo teneva in piedi i rapporti. Oggi, se qualcuno sui social o in chat ci dà fastidio, lo blocchiamo o lo ignoriamo. Abbiamo eliminato l’ostacolo delle persone in carne e ossa.
L’autrice fa un paragone bellissimo con lo studio di suo padre negli anni della Grande Depressione, dove i dipendenti lavoravano insieme per una vita intera:
I suoi dipendenti erano come una famiglia… In quei rapporti così protratti nel tempo, inความ necessità tutta umana di accettarsi l’un l’altro, c’era qualcosa che ora, lo so, è scomparsa.
È questo che ci sta togliendo la tecnologia: la capacità di stare nel disordine dei sentimenti, la pazienza di ascoltare chi è diverso da noi e la forza di accettare i difetti di chi amiamo, preferendo la finta e comoda perfezione di uno schermo.
Uscire dalla chat per tornare a parlarsi di persona
La cura per guarire da questa solitudine digitale non sta nel cancellarsi da tutti i social, ma nel fare una scelta controcorrente: smettere di rincorrere la finta velocità dello schermo e riabituarsi ai tempi lenti della vita vera.
Dobbiamo accettare che i rapporti umani hanno bisogno di tempo, di imprevisti e persino di piccole fatiche. Ellen Ullman lo spiega ricordando un vecchio impiego in un’assicurazione, prima che i computer automatizzassero ogni cosa:
Il mio lavoro consisteva nel rispondere al telefono del reparto sinistri, reperire la documentazione… un lavoro di merda. L’unica cosa che lo rendeva tollerabile era che, circa il trenta per cento delle volte, la cartellina che cercavo non si trovava.
Quel contrattempo, che oggi un algoritmo cancellerebbe in un millisecondo, era in realtà uno spazio di libertà.
Oggi, se abbiamo bisogno di un amico o di un collega, mandiamo un messaggio freddo su WhatsApp o una mail, restando isolati davanti al nostro monitor. La Ullman ci mostra come l’unico modo per spezzare l’ipnosi sia fare un passo fisico verso l’altro, sfruttando gli imprevisti per comunicare davvero:
«Questa grande tragedia – documenti smarriti – mi dava l’opportunità di perlustrare l’ufficio. Andavo su e giù con gli ascensori, da una scrivania all’altra… avevo incontrato tutti, sapevo cosa facevano, li chiamavo per nome.
La cura è tutta qui, ovvero ricominciare ad alzarsi dalla sedia, fare la strada più lunga, preferire un caffè di persona a una notifica e rimettere i nomi e i volti al centro delle nostre giornate.
La lezione più grande è il ritorno alla vicinanza fisica, quella che ci permette di ricordarci che gli altri non sono profili da giudicare con un click, ma esseri umani fragili come noi. Quando usciamo dal “virtuale”, cambiamo radicalmente il modo di stare insieme.
L’autrice chiude il suo ricordo con un’immagine bellissima:
I poveri automobilisti incidentati abbiano ottenuto un servizio migliore da quando sapevo chi si sarebbe occupato dei loro sinistri – di persona, nome e cognome, faccia e aspetto; nomi dei figli e della moglie.
Per stare meglio dobbiamo fare esattamente questo: smettere di trattare gli amici o i partner come periferiche del telefono da usare finché servono e poi “disinstallare”, per tornare a guardarli in faccia, scoprendo la loro storia e le loro debolezze.
Difendere il nostro diritto di essere imperfetti
La soluzione definitiva per non lasciarci anestetizzare dagli smartphone non richiede una rivoluzione tecnologica, ma una rivoluzione interiore. Dobbiamo avere il coraggio di essere inefficienti. In un mondo che ci bombarda di messaggi sul rendimento, sul successo e sulla necessità di mostrarci sempre felici e pronti a scattare, la vera resistenza consiste nel riscoprire la bellezza dei nostri difetti.
Non siamo macchine, non siamo involucri di plastica che contengono software: siamo fatti di carne, di dubbi e di sbandate. Riconoscere questa nostra natura è l’unico modo per tornare ad amare e a soffrire davvero, senza delegare la nostra vita a un’applicazione.
Per uscire da questo inganno dobbiamo anche fare un patto collettivo: smettere di pretendere dagli altri la stessa rapidità di risposta di un computer. L’amore reale, l’amicizia vera e la solidarietà tra colleghi non si muovono alla velocità della fibra ottica.
Hanno bisogno di quella che la Ellen Ullman chiama la «necessità tutta umana di accettarsi l’un l’altro». Significa non cancellare o bloccare una persona al primo errore, non sbarazzarsi degli amici quando attraversano un momento difficile o un divorzio solo perché “non ci stanno più con la testa”. La soluzione è tornare a investire tempo nei rapporti, accettando il rischio del conflitto e la fatica del perdono.
Il viaggio dentro le pagine di Accanto alla macchina ci lascia con un’immagine bellissima su cui riflettere: quella di una donna che, dopo aver passato le giornate a progettare software nel vuoto del suo loft, sale su una spider rossa e attraversa la Silicon Valley per andare a cercare il contatto visivo con i suoi simili.
Ogni volta che decidiamo di poggiare il telefono sul tavolo durante una cena, ogni volta che rinunciamo a una chat per andare a bussare alla porta di qualcuno, stiamo compiendo lo stesso gesto di libertà. Spegnere quella facciata elettronica e dolorosa per tornare a guardarsi in faccia non è un passo indietro nel passato, ma l’unico modo che ci è rimasto per restare, a tutti gli effetti, profondamente umani.
