Un quadro di Edgar Degas per riflettere sulla solitudine dell’uomo moderno

Scopri “L’assenzio” di Edgar Degas: tra storia, aneddoti e significati, un capolavoro che racconta la solitudine e l’alienazione moderna.

Un quadro di Edgar Degas per riflettere sulla solitudine dell'uomo moderno

Immaginate di varcare la soglia di un affollato e rumoroso locale nella Parigi di fine Ottocento. Siete al Café de la Nouvelle-Athènes, il cuore pulsante della vita bohémienne, tra tavoli gremiti, fumo di sigari, tintinnio di bicchieri e chiacchiericcio vivace. Eppure, in mezzo a tutto questo frastuono, c’è un silenzio così assordante da spaccare i timpani. È esattamente questo il contrasto struggente che il pittore francese Edgar Degas è riuscito a immortalare nel suo capolavoro del 1876, originariamente intitolato Dans un café e oggi universalmente noto come “L’assenzio”.

L’assenzio di di Edgar Degas : l’architettura dell’isolamento

Se ci fermiamo ad analizzare la composizione della tela, ci rendiamo conto di quanto Degas sia stato geniale e spietato. Due figure, un uomo e una donna, siedono uno accanto all’altra su una panca, ma tra loro si erge un muro invisibile e invalicabile. Non si guardano, non si sfiorano, non interagiscono.

La donna, con le spalle curve, le braccia abbandonate lungo il corpo e lo sguardo perso nel vuoto, è l’incarnazione della stanchezza esistenziale. Davanti a lei c’è un bicchiere riempito con un liquido verdastro: è l’assenzio, la famigerata “fata verde”, una bevanda economica e ad altissima gradazione alcolica, capace di offrire una via di fuga rapida ma distruttiva dalla miseria del reale. Accanto a lei, l’uomo fuma la pipa con espressione burbera e distratta, con gli occhi rivolti altrove. Davanti a lui c’è un mazagran, un caffè nero comunemente usato all’epoca per smaltire le sbornie.

Degas costruisce la scena in modo quasi claustrofobico. Influenzato dalla nascente fotografia e dalle stampe giapponesi, sceglie un’inquadratura decentrata, sbilanciata verso destra, che taglia fuori parte degli oggetti. I tavolini di marmo si susseguono a zig-zag, creando una sorta di barriera geometrica che intrappola i due protagonisti in un angolo, isolandoli dallo spettatore e dal resto del locale. Persino lo specchio alle loro spalle, invece di riflettere dettagli definiti, restituisce solo ombre sfocate, simbolo di una realtà alienata e di identità sbiadite.

Aneddoti e scandali della società vittoriana nell’opera di Degas

Dietro la tristezza di questo dipinto si nascondono curiosità affascinanti. Il primo aneddoto riguarda proprio l’identità dei due modelli: si trattava di due cari amici di Degas, volti notissimi nell’ambiente culturale parigino: la celebre attrice teatrale Ellen Andrée e il pittore e incisore Marcellin Desboutin. Nella vita reale, nessuno dei due aveva problemi di alcolismo. Degas chiese loro di posare al tavolo del caffè per mettere in scena un preciso studio psicologico.

Questa finzione scenica, tuttavia, non fu compresa. Quando il dipinto venne esposto a Londra nel 1893, scatenò uno scandalo colossale. Il puritano pubblico vittoriano rimase inorridito di fronte al crudo realismo della scena. L’opera venne etichettata come un affronto alla morale, e i critici la stroncarono definendola “uno studio sul degrado” e un volgare inno al vizio. L’indignazione fu tale che lo stesso Degas dovette intervenire pubblicamente per difendere la reputazione dei suoi amici, chiarendo con fermezza che i due stavano solo recitando una parte e non erano affatto degli ubriaconi.

Dove si conserva l’opera

Oggi, chi desidera perdersi nello sguardo malinconico della protagonista può farlo a Parigi, all’interno del meraviglioso Musée d’Orsay. Passeggiando tra le sale luminose che ospitano i paesaggi vibranti di Monet e Renoir, imbattersi in questo angolo oscuro e intimo di Degas è un’esperienza che colpisce come un pugno allo stomaco, ricordandoci la straordinaria varietà di sfumature dell’Impressionismo.

Cosa ci trasmette e cosa ci insegna oggi “L’assenzio” di Degas

Perché un quadro dipinto centocinquant’anni fa ci parla con una voce così potentemente attuale? “L’assenzio” è considerato il primo grande manifesto visivo dell’alienazione moderna. Degas aveva compreso, anticipando i tempi, il più grande paradosso delle metropoli: la solitudine urbana. Quella tragica condizione per cui si può essere fisicamente circondati da centinaia di persone, eppure sentirsi drammaticamente, intimamente e disperatamente soli.

Oggi, guardando quella tela, i tavolini di marmo parigini potrebbero facilmente essere sostituiti dai sedili di un vagone della metropolitana, dalla sala d’attesa di un aeroporto o da un moderno open-space aziendale. E forse, al posto di quel bicchiere verde, le mani della donna potrebbero stringere lo schermo di uno smartphone, luminoso rifugio in cui spesso ci rintaniamo per evitare lo sguardo degli altri, per fuggire dal peso della nostra realtà quotidiana.

Quest’opera ci consegna un insegnamento fondamentale: ci mette in guardia contro il veleno dell’indifferenza. Ci invita a sollevare la testa, a guardare chi ci siede accanto, ad abbattere le invisibili gabbie in cui ci rinchiudiamo. In un’epoca che ci vuole costantemente connessi ma ci lascia sempre più distanti emotivamente, L’assenzio ci ricorda che il vero antidoto alla solitudine non è la folla, ma l’empatia, l’ascolto e il coraggio di esserci, davvero, l’uno per l’altro.