Dipinto tra il 1904 e il 1907, al culmine del celebre “periodo aureo” della Secessione viennese, Wasserschlangen II (Bisce d’acqua II) rappresenta una delle creazioni più audaci, enigmatiche e avventurose dell’intera produzione di Gustav Klimt. L’opera non è soltanto un trionfo di decorativismo e sensualità, ma un concentrato di tensioni storiche, psicologiche e morali che attraversano oltre un secolo di vicende europee, dai salotti dell’alta borghesia ebraica della Vienna fin de siècle alle ombre del Terzo Reich, fino ai vertici del mercato dell’arte contemporanea.
Dopo decenni trascorsi lontano dagli sguardi del pubblico, la tela è stata concessa in prestito temporaneo tra la fine del 2022 e la primavera del 2023 per la grande mostra retrospettiva “Klimt. Inspired by Van Gogh, Rodin, Matisse…”, allestita prima al Van Gogh Museum di Amsterdam e poi alla Österreichische Galerie Belvedere di Vienna, per poi fare ritorno alla collezione privata.
“Wasserschlangen II” di Gustav Klimt: anatomia di un sogno liquido
A differenza di molti ritratti verticali dell’artista, Wasserschlangen II si sviluppa su un formato marcatamente orizzontale (80 × 145 cm), una scelta compositiva che accentua l’idea di uno scorrimento continuo, simile a una corrente fluviale o a uno stato di dormiveglia.
Al centro della scena fluttuano due ninfe acquatiche, creature ibride sospese tra il mito della sirena e la figura della donna moderna. I loro corpi pallidi e sinuosi si intrecciano in un abbraccio fluido, privo di qualsiasi rigidità anatomica. La figura in primo piano volge la schiena allo spettatore ma ruota il volto all’indietro, catturandolo con uno sguardo languido e magnetico, incorniciato da una cascata di capelli ramati che si fondono con le alghe del fondale. Accanto a lei, una seconda figura sembra abbandonarsi all’estasi con gli occhi chiusi, quasi dissolvendosi nell’ambiente circostante.
L’elemento rivoluzionario risiede nella tensione visiva tra realismo tattile e astrazione ornamentale. L’incarnato delle due donne è trattato con una delicatezza pittorica soffice, quasi diafana, che restituisce la morbidezza della carne viva.
L’abisso acquatico, al contrario, perde qualsiasi verosimiglianza naturale per trasformarsi in un arazzo bidimensionale: tessere dorate, motivi a spirale, cerchi concentrici, foglie d’argento e squame iridescenti avvolgono i corpi in un mosaico ipnotico.
L’acqua non è un semplice elemento fisico, ma una metafora del subconscio, dove i confini corporei si annullano per fondersi con il flusso dell’universo.
Intrighi, censure e sequestri: gli aneddoti dietro la tela
Dietro la superficie rilucente del quadro si cela una storia travagliata, segnata da stratagemmi contro la censura e traversie geopolitiche. Nella Vienna puritana dei primi del Novecento, l’esplicita rappresentazione del desiderio saffico avrebbe scatenato uno scandalo insanabile. Klimt ricorse a un astuto espediente iconografico: battezzare le protagoniste come “ninfe acquatiche” o “bisce d’acqua”. Trasferendo la sensualità femminile nel regno della mitologia e dell’allegoria fantastica, l’artista riuscì a dipingere un momento di intimità omosessuale senza incappare nell’intervento della censura imperiale.
La prima proprietaria dell’opera fu Jenny Steiner, influente industriale tessile ebrea e mecenate della Secessione. Nel 1938, a seguito dell’annessione dell’Austria da parte della Germania nazista (Anschluss), la famiglia Steiner fu costretta a fuggire all’estero per salvarsi e i suoi beni vennero confiscati dalla Gestapo. Il dipinto finì nelle mani di Gustav Ucicky, celebre regista di film di propaganda per il Terzo Reich e, ironicamente, uno dei presunti figli illegittimi riconosciuti dello stesso Klimt.
Rimasta celata per decenni nella collezione privata della vedova di Ucicky, l’opera riemerse solo negli anni 2000. Nel 2012 le parti giunsero a un accordo di restituzione secondo i Principi di Washington sull’arte saccheggiata dai nazisti, e la tela fu venduta congiuntamente dagli eredi Steiner e dalla vedova Ucicky. Poco dopo, il dipinto divenne il perno del clamoroso “Affare Bouvier”: il commerciante d’arte svizzero Yves Bouvier lo acquistò per circa 112 milioni di dollari e lo rivendette pochi giorni dopo al magnate russo Dmitrij Rybolovlev per oltre 183 milioni di dollari, innescando una celebre battaglia legale internazionale.
Nel 2022, dopo oltre sessant’anni di assenza dalle gallerie pubbliche europee, il capolavoro è finalmente tornato a mostrarsi temporaneamente al pubblico viennese in una mostra dedicata al Museo Belvedere.
Cosa ci insegna “Wasserschlangen II”
Lungi dall’essere solo un capolavoro decorativo da museo, Wasserschlangen II offre riflessioni profonde sulla cultura visiva e sulla condizione umana. Klimt dimostra come l’arte possa eludere l’autoritarismo morale non attraverso lo scontro frontale, ma attraverso l’invenzione poetica. La metamorfosi delle donne in spiriti acquatici ci insegna che il linguaggio simbolico non serve a mascherare la verità, ma a proteggerla, offrendo uno spazio di espressione sicuro e inattaccabile per temi considerati scomodi dal proprio tempo.
Sebbene Klimt dipinga figure altamente seducenti, l’erotismo di Wasserschlangen II non è costruito per compiacere un osservatore esterno. Le due protagoniste sono completamente assorte nel proprio universo intimo ed emotivo; una dorme, l’altra guarda altrove. L’opera anticipa una concezione dell’intimità autonoma, in cui la sessualità femminile esiste per se stessa e trova compimento senza bisogno di una controparte maschile o di un’approvazione convenzionale.
La diaspora di questo dipinto, trafugato dal totalitarismo, rimasto nascosto nelle ombre familiari e conteso dalle dinamiche speculative dell’alta finanza, ci ricorda che i capolavori non sono entità astratte, ma testimoni silenziosi dei traumi della storia. Il lungo percorso verso la restituzione dell’opera agli eredi legittimi dimostra quanto il riscatto morale e la conservazione della memoria storica siano processi complessi ma imprescindibili per la dignità del patrimonio culturale.
Wasserschlangen II rimane così una sintesi sublime tra la vertigine dell’inconscio freudiano e il bisogno umano di bellezza: una testimonianza di come il desiderio e la creatività possano sopravvivere alle correnti più oscure del tempo.

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