Qui pro quo: l’incredibile storia dell’espressione, da rimedio letale a malinteso quotidiano

Oggi indica un equivoco, ma «qui pro quo» nasce tra gli speziali medievali e i loro fatali scambi di farmaci: ecco l’origine del celebre modo di dire.

Qui pro quo l'incredibile storia dell'espressione, da rimedio letale a malinteso quotidiano

Quante volte ci è capitato di esclamare: «Scusami, c’è stato un qui pro quo!»? Lo diciamo quando scambiamo un messaggio per un altro, quando un appuntamento salta a causa di un’indicazione ambigua o quando attribuiamo a un collega una frase pronunciata da qualcun altro.

Nel lessico quotidiano della lingua italiana, il “qui pro quo” (spesso reso graficamente anche come sostantivo unico, quiproquò) è il sinonimo per eccellenza di malinteso, disguido, errore di persona o di interpretazione.

Trattandosi di una formula che suona inequivocabilmente latina, la reazione spontanea di molti è quella di ipotizzare un retroscena nobilissimo: un dibattito tra giuristi nel foro romano, una disputa oratoria di Cicerone o un raffinato espediente della commedia classica. Altri, ingannati dall’assonanza con l’italiano moderno, pensano che significhi letteralmente “chi per chi”, alludendo allo scambio di una persona con un’altra.

La realtà etimologica e storica è infinitamente più bizzarra, ha radici nella medicina medievale e profuma di erbe officinali, boccette di polveri e veleni scambiati per errore.

Qui pro quo: cosa significa davvero alla lettera?

Come spiegato su Treccani, per comprendere la genesi dell’espressione bisogna prima di tutto correggere una piccola deviazione fonetica. Nella sua forma originaria latina, la locuzione corretta non impiega il pronome personale maschile qui (“chi”), bensì il pronome neutro quid (“che cosa”, “qualcosa”).

La formula di partenza è dunque quid pro quo, formata dal pronome all’accusativo (quid), dalla preposizione pro (“in cambio di”, “al posto di”) e dall’ablativo (quo). La traduzione letterale è inequivocabile: “qualcosa al posto di qualcos’altro”, ossia la sostituzione materiale di un oggetto con un altro.1

Nel passaggio al volgare e nella pronuncia scolastica ed ecclesiastica, la dentale finale di quid è caduta per assimilazione fonetica o per semplice usura parlata, trasformando l’originario quid pro quo nel popolarissimo qui pro quo italiano.

La farmacopea medievale: quando il ricettario diventava pericoloso

L’espressione è figlia del latino scientifico e medico del Basso Medioevo. Nei primi ricettari farmaceutici – a cominciare da quelli nati nell’alveo della celebre Scuola Medica Salernitana, come l’Antidotarium Nicolai del XII secolo – esisteva una sezione fondamentale intitolata proprio «De quid pro quo» (o semplicemente Quid pro quo).

Queste sezioni erano vere e proprie tabelle di succedanei terapeutici. Se uno speziale si trovava sprovvisto di una determinata erba medicinale, di una resina esotica o di una radice rara e costosa, poteva consultare quel capitolo per sapere quale ingrediente alternativo utilizzare senza compromettere la cura del malato («prendi questo ingrediente al posto di quello»).

Tuttavia, tra i banconi bui delle botteghe farmaceutiche, la fretta, la grafia indecifrabile dei manoscritti o la scarsa perizia di garzoni e speziali provocavano disastri. Bastava confondere un barattolo con un altro o consultare male la lista dei succedanei per somministrare al malcapitato paziente una sostanza tossica invece di un calmante, un veleno al posto di un rimedio lenitivo.

Quel fatidico quid pro quo – da legittima lista tecnica di sostituzioni – divenne così nel linguaggio ospedaliero e universitario il nome stesso dell’errore madornale, dello scambio involontario di due elementi con esiti potenzialmente letali.

Dal banco dello speziale alla farsa teatrale

Col passare dei secoli e l’avvento dell’età moderna, la medicina fece passi da gigante, ma la forza figurativa di quel tremendo errore rimase intatta. A raccogliere il testimone furono i commediografi.

Nel teatro del Seicento e del Settecento, dominato dalla Commedia dell’Arte e da geni della satira come Molière, la figura del medico pedante e del farmacista ciarlatano era uno dei bersagli preferiti. I drammaturghi iniziarono a usare l’espressione qui pro quo per indicare non solo lo scambio materiale di medicinali, ma la sostituzione comica di persona, di identità o di discorso: due amanti che parlano credendo di riferirsi alla stessa persona, servi che consegnano lettere al padrone sbagliato, mariti ingannati da travestimenti.

Il termine fu assorbito con enorme fortuna in Francia (dove il sostantivo quiproquo divenne canonico per indicare la molla drammaturgica dell’equivoco) e da lì ritornò a consolidarsi nell’italiano letterario e borghese dell’Ottocento, abbandonando del tutto la corsia d’ospedale per entrare nei salotti, nelle cancellerie e nella vita di tutti i giorni.

Il curioso destino anglosassone: un malinteso… sul malinteso

C’è un ultimo paradosso che rende questa formula ancora più affascinante ed è il confronto con la lingua inglese.

Mentre in italiano, in francese e in spagnolo la formula indica esclusivamente un fraintendimento o una gaffe, nel mondo anglosassone e nel diritto internazionale l’espressione ha mantenuto fedelmente la dicitura con la “d” (quid pro quo) e soprattutto il valore contrattuale e transattivo originale.

In inglese, infatti, un quid pro quo non è affatto un errore o un malinteso, ma un vero e proprio scambio di favori, una controprestazione o un compromesso negoziale: il classico principio del “do ut des” (ti do qualcosa affinché tu mi dia qualcos’altro).

Capita così che, leggendo le cronache politiche o legali internazionali tradotte dall’inglese, si crei un vero e proprio “qui pro quo linguistico”: dove per noi c’è un pasticcio involontario, per un interlocutore anglofono c’è un lucido patto di scambio.

Come scriverlo correttamente in italiano

Nella nostra lingua coesistono due forme entrambe corrette e registrate dai principali dizionari: la locuzione staccata qui pro quo, che conserva memoria della frase latina e la forma univerbata quiproquò, graficamente adattata all’italiano con l’accento grave sull’ultima vocale, usata come sostantivo maschile invariabile («un quiproquò», «quei banali quiproquò»).

La prossima volta che vi capiterà di chiarire un malinteso sul lavoro o in famiglia, potrete sorridere pensando che quell’incomprensione, un tempo, non avrebbe prodotto solo qualche momento di imbarazzo, ma forse una tisana letale preparata da uno speziale distratto.

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