Il respiro spezzato di Sophie: la tela con cui Edvard Munch impresse il dolore per la morte della sorella

La tragica fine della sorella Sophie e il dolore impresso sulla tela: ecco la storia de “La bambina malata”, il capolavoro più intimo di Edvard Munch.

Il respiro spezzato di Sophie la tela con cui Edvard Munch impresse il dolore per la morte della sorella

Ci sono ferite che non si rimarginano, ma continuano a sanguinare sotto la pelle della memoria per decenni. Per Edvard Munch, l’arte è sempre stata un disperato strumento di sopravvivenza. “La malattia, la follia e la morte sono stati i tre angeli neri che hanno vegliato sulla mia culla e mi hanno accompagnato per tutta la vita”, scrisse nei suoi diari. Tra tutti i lutti che devastarono la sua famiglia, ce n’è uno che spezzò in due la sua giovinezza, lasciando una cicatrice indelebile che l’artista tenterà per tutta la vita di suturare attraverso il colore: la scomparsa della sorella maggiore, Johanne Sophie.

Da quell’abisso domestico nacque “La bambina malata” (Det syke barn), una delle opere più rivoluzionarie e scandalose della pittura europea di fine Ottocento. La prima versione originale del 1885-1886 si trova a Oslo, custodita al Nasjonalmuseet (il Museo Nazionale di Arte, Architettura e Design della Norvegia). Un quadro che non documenta semplicemente una tragedia familiare, ma la rende viva, pulsante e lacerante come nell’istante esatto in cui accadde.

La sedia di vimini e l’ultima alba a Christiania

Per risalire alle origini di questo capolavoro bisogna tornare all’inverno del 1877 a Christiania, l’odierna Oslo. Edvard ha quattordici anni e vive in una casa immersa in un’atmosfera cupa, dominata dall’ossessione religiosa del padre medico. Pochi anni prima la tubercolosi aveva già strappato ai figli la madre; ora lo stesso “male sottile” si è posato sui polmoni di Sophie, quindici anni appena, la confidente più cara di Edvard, la sua compagna di giochi e unico rifugio affettivo.

L’aneddoto tramandato dai taccuini dell’artista e dalle testimonianze di famiglia racconta un’agonia che si consumò in una camera spoglia, attorno a una modesta sedia a dondolo di vimini. Negli ultimi giorni di vita, Sophie non riusciva più a stare stesa a letto: i colpi di tosse incessanti e la mancanza d’aria la soffocavano. Chiese così di essere messa a sedere, puntellata da grandi cuscini bianchi, con lo sguardo rivolto verso la finestra per cercare disperatamente la luce del giorno che andava spegnendosi.

Accanto a lei sedeva immobile la zia Karen, che dopo la morte della madre si era presa cura dei ragazzi. Sophie le teneva la mano con una presa debole ma implorante. In un sussurro divenuto celebre nelle memorie di Munch, la ragazza disse alla zia: “Vorrei tanto vivere… ma se devo morire, fallo per favore dolcemente”. Pochi istanti dopo, il capo di Sophie ricadde di lato e la stanza sprofondò nel silenzio definitivo della morte. Per il giovane Edvard, pietrificato sulla soglia della porta, quel profilo diafano contro il candore del guanciale non si sarebbe mai più cancellato.

“La bambina malata” di Edvard Munch: la genesi furiosa del 1885

Otto anni dopo quel giorno fatale, nel 1885, Munch ha ventuno anni e decide che è tempo di affrontare il fantasma di Sophie. Si chiude nel suo studio e non cerca la perfezione accademica: cerca la verità di quell’istante. Non chiama una modella professionista, ma fa posare una ragazzina dell’età di Sophie, Betzy Nielsen, insieme alla zia Karen. Tuttavia, ciò che vuole dipingere non è ciò che ha davanti agli occhi nello studio, ma ciò che ribolle nei recessi della sua anima.

La creazione del dipinto si trasforma in una vera e propria seduta di esorcismo fisico. Insoddisfatto della resa superficiale della pittura a olio, Munch lavora per mesi quasi in trance: dipinge, poi cancella, gratta via il colore con la spatola, incide la tela con la punta del manico del pennello e persino con un coltello da tasca. Cola acquaragia sui pigmenti freschi per farli colare come lacrime o muco, applica nuovi strati di bianco e verde per poi raschiarli di nuovo, lasciando che le stratificazioni sottostanti emergano rovinate, sfregiate, consunte.

“Non dipingo ciò che vedo, ma ciò che ho visto”, spiegava il pittore. Voleva che la superficie del quadro avesse la stessa consistenza della pelle malata, la stessa trasparenza spettrale delle labbra di Sophie e l’umidità salata delle ciglia bagnate dal sudore febbrile. Quando la tela venne esposta per la prima volta nel 1886 alla Mostra d’Autunno di Christiania, il pubblico e la critica rimasero inorriditi. I giornali la definirono «un aborto d’arte», uno «sgorbio ridicolo», un quadro incompiuto che sembrava spalmato di purè di pesce. Nessuno aveva capito che Munch aveva appena inventato una nuova lingua: non stava descrivendo la morte, la stava facendo accadere di nuovo.

Dentro il dipinto: il contatto dove la vita scivola via

Osservando oggi la versione originaria custodita alla Galleria Nazionale di Oslo, l’impatto emotivo è folgorante. La giovane Sophie appare di profilo, con la chioma ramata sciolta che ricade su un cuscino enorme, dipinto con pennellate spesse e gessose. Il suo incarnato ha il riflesso verdastro e cinereo della tisi; i suoi occhi non guardano fuori dalla stanza, ma sembrano fissare il vuoto, oltrepassando la dimensione terrena con una consapevolezza straziante.

Alla sinistra della fanciulla, la zia Karen siede ripiegata su se stessa. È una macchia scura, quasi priva di fisionomia: il volto è chino, sepolto nel dolore e nascosto allo spettatore. Rappresenta l’impotenza di chi sopravvive, schiacciato dal peso di un lutto contro cui la cura e l’affetto non hanno potuto nulla.

Al centro della composizione, nel punto di convergenza geometrica ed emotiva, le mani delle due donne si cercano e si toccano. Non è una presa salda, ma un contatto fluttuante: la mano della ragazza sembra perdere peso e consistenza, sciogliendosi nella pittura, mentre quella dell’adulta tenta invano di trattenerla al mondo dei vivi.

Sulla tela sono visibili le cicatrici fisiche del processo creativo: graffi verticali, solchi scavati nella materia pittorica, zone in cui la tela grezza traspare sotto velature scrostate. La pittura stessa si comporta come un tessuto biologico ferito, trasformando il supporto in un sudario martoriato.

Il cerchio che non si chiude

Munch considerò sempre La bambina malata la sua opera di svolta fondamentale: “La maggior parte di ciò che ho fatto in seguito è nata in questo quadro”, avrebbe confessato anni più tardi. L’ossessione per quel distacco fu così potente che, nel corso di oltre quarant’anni, l’artista tornò a dipingere lo stesso identico soggetto per ben sei volte a olio, senza contare le innumerevoli litografie, acqueforti e disegni, come se ogni nuova versione fosse un tentativo mai del tutto riuscito di riabbracciare Sophie un’ultima volta.

Nell’epoca in cui l’arte celebrava la luce solare e i boulevard parigini, Edvard Munch ebbe il coraggio spietato di voltarsi indietro e guardare dritto negli occhi il dolore più atroce che una famiglia possa sopportare: la giovinezza che si spegne prima del tempo. E nel farlo, trasformò il pianto disperato di un ragazzino di quattordici anni in un monumento universale alla fragilità umana.