L’Inghilterra vittoriana è stata una delle grandi protagoniste della letteratura dell’orrore. Castelli isolati, dimore apparentemente abbandonate, apparizioni e misteri familiari hanno contribuito a costruire un immaginario che continua ancora oggi ad affascinare i lettori.
Ma accanto ai nomi più celebri del gotico ottocentesco esiste una tradizione meno conosciuta, popolata da scrittrici che hanno utilizzato il soprannaturale per interrogare il rapporto tra vita e morte, il ruolo delle donne e i confini della conoscenza. Una di queste è Florence Marryat, romanziera e giornalista inglese che conobbe una notevole popolarità durante l’Ottocento, ma che oggi rimane relativamente poco frequentata dal pubblico italiano.
A riportarla all’attenzione è Caravaggio Editore con Gli invisibili inquilini di Rushmere, un volume curato da Enrico De Luca e pubblicato il 5 ottobre 2026 nella collana I classici ritrovati pocket. Il libro, di 124 pagine, propone per la prima volta in Italia due racconti di fantasmi dell’autrice, offrendo l’occasione di scoprire un aspetto della narrativa vittoriana nel quale la paura convive con una domanda molto più profonda: che cosa accadrebbe se la morte non rappresentasse davvero la conclusione dell’esistenza?
“Gli invisibili inquilini di Rushmere” di Florence Marryat, a cura di Enrico De Luca, Caravaggio editore
Il volume riunisce due racconti soprannaturali: Gli invisibili inquilini di Rushmere e In questo mondo o nel prossimo. Due storie differenti, accomunate dalla presenza dei fantasmi e da un’idea che attraversa profondamente l’immaginario spiritista dell’Ottocento: la possibilità che i morti continuino a interagire con il mondo dei vivi. Florence Marryat utilizza situazioni apparentemente ordinarie per introdurre progressivamente elementi impossibili da spiegare attraverso le conoscenze comuni, creando un senso di inquietudine che nasce proprio dal contrasto tra la normalità quotidiana e l’irruzione dell’invisibile.
Nel racconto che dà il titolo alla raccolta, una famiglia decide di trasferirsi in una casa isolata in campagna, alla ricerca della tranquillità. L’abitazione dovrebbe rappresentare l’inizio di una vita più serena, lontana dalle preoccupazioni e dai rumori della quotidianità. Ben presto, però, i nuovi inquilini si rendono conto che la dimora sembra custodire altre presenze. Qualcosa, o qualcuno, continua ad abitarla, trasformando il luogo che avrebbe dovuto proteggerli in uno spazio attraversato da un mistero difficile da comprendere. Il racconto recupera così uno degli elementi più riconoscibili della narrativa gotica: la casa infestata, nella quale il passato sembra rifiutarsi di lasciare spazio al presente.
In questo mondo o nel prossimo sviluppa invece una situazione differente. Al centro troviamo un fantasma che ritorna dall’aldilà per adempiere a una promessa, intervenendo nelle vicende dei vivi e modificando il corso di un destino. La presenza soprannaturale assume quindi un significato che supera quello della semplice apparizione terrificante. Il fantasma non rappresenta soltanto qualcosa che appartiene al mondo dei morti, ma una figura ancora legata alle responsabilità, ai sentimenti e alle relazioni della propria esistenza precedente.
Entrambi i racconti sembrano così interrogare il significato della separazione tra vita e morte. L’orrore nasce dall’incertezza, ma anche dalla possibilità che ciò che consideriamo definitivamente concluso continui in qualche modo a esercitare la propria influenza sul presente. È una prospettiva particolarmente interessante perché permette di leggere le storie di fantasmi non soltanto come racconti destinati a spaventare, ma anche come narrazioni sulla memoria, sulla perdita e sul desiderio umano di trovare una continuità oltre la morte.
Florence Marryat, la scrittrice vittoriana che credeva nello spiritismo
Per comprendere l’originalità di questi racconti è importante conoscere la figura di Florence Marryat. Nata nel 1833, era figlia del capitano Frederick Marryat, celebre scrittore di narrativa d’avventura. Seguì a sua volta una carriera letteraria prolifica, pubblicando romanzi, racconti, articoli e testi teatrali. La sua attività non si limitò alla scrittura: lavorò anche come attrice e interprete, prendendo parte alla vita culturale dell’Inghilterra vittoriana. Fu dunque una personalità molto più complessa di quanto possa suggerire la sua relativa assenza dal panorama editoriale italiano contemporaneo.
Uno degli elementi più importanti della sua biografia è il profondo interesse per lo spiritismo. Marryat frequentò medium, partecipò a sedute spiritiche e si convinse della possibilità di entrare in contatto con i defunti. Nel 1891 pubblicò There Is No Death, un’opera nella quale raccolse le esperienze che riteneva di aver vissuto durante le proprie indagini sul soprannaturale. Il libro è particolarmente significativo perché mostra come l’autrice considerasse queste testimonianze non semplicemente materiale per racconti fantastici, ma esperienze che, secondo la sua interpretazione, meritavano di essere documentate.
È necessario naturalmente distinguere le convinzioni personali di Marryat dalle conoscenze scientifiche. Le sue testimonianze non dimostrano l’esistenza dei fantasmi o la possibilità di comunicare con i morti, ma costituiscono documenti preziosi per comprendere il modo in cui una parte della società vittoriana affrontava questi interrogativi. La scrittrice apparteneva a un’epoca nella quale la curiosità verso il soprannaturale conviveva con un crescente interesse per la scienza e per nuove forme di indagine. Questo incontro tra credenza e osservazione contribuisce a spiegare la particolare atmosfera delle sue storie, spesso costruite come resoconti di avvenimenti apparentemente autentici.
Perché gli inglesi dell’Ottocento erano affascinati dai fantasmi?
Durante l’Ottocento, lo spiritismo divenne un fenomeno culturale significativo in Gran Bretagna e in altri Paesi occidentali. Le sedute spiritiche, le testimonianze di apparizioni e i tentativi di comunicare con i defunti attiravano l’attenzione di persone appartenenti ad ambienti sociali e intellettuali differenti. Questa diffusione non può essere spiegata soltanto attraverso il desiderio di assistere a eventi straordinari. Il rapporto con la morte stava cambiando, mentre le trasformazioni scientifiche e sociali alimentavano nuove domande sul significato dell’esistenza e sui limiti della conoscenza umana.
La narrativa di fantasmi trovò in questo contesto un terreno particolarmente fertile. Le apparizioni potevano diventare strumenti per raccontare rimorsi, promesse non mantenute, segreti familiari e conflitti rimasti irrisolti. La figura del morto che ritorna permetteva di rendere visibile ciò che la società cercava di nascondere oppure ciò che gli individui non erano riusciti a elaborare. Il fantasma diventava così una presenza narrativa capace di attraversare due dimensioni: quella soprannaturale e quella profondamente umana della memoria e del lutto.
In questa prospettiva, le storie di Florence Marryat assumono un significato particolare. La sua adesione allo spiritismo rende il rapporto tra finzione letteraria e convinzioni personali più complesso rispetto a quello di autori che utilizzavano il soprannaturale esclusivamente come espediente narrativo. L’autrice scriveva all’interno di una cultura nella quale l’idea che i morti potessero continuare a esistere non apparteneva soltanto alla fantasia, ma costituiva anche l’oggetto di discussioni, testimonianze e controversie. I suoi racconti possono quindi essere letti come espressioni di una sensibilità storica precisa.
La casa infestata come simbolo della memoria e del passato
Uno dei motivi più importanti della letteratura gotica è la casa nella quale qualcosa continua a esistere nonostante il passare del tempo. A differenza del castello medievale, spesso associato a epoche lontane e a un universo aristocratico, la dimora infestata può appartenere a un ambiente apparentemente ordinario. È proprio questa familiarità a renderla inquietante: il luogo destinato alla protezione e alla vita domestica diventa improvvisamente impossibile da controllare.
In Gli invisibili inquilini di Rushmere, la famiglia che si trasferisce in campagna cerca tranquillità, ma scopre di non essere realmente sola. L’idea che un’abitazione possa conservare presenze precedenti introduce una riflessione sul rapporto tra spazio e memoria. Le case vengono abitate da generazioni differenti, custodiscono storie personali e attraversano trasformazioni che non cancellano necessariamente il significato attribuito loro da chi le ha occupate in passato. Il fantasma può diventare allora la rappresentazione fantastica di questa continuità, rendendo visibile ciò che normalmente rimane soltanto nella memoria.
È un meccanismo narrativo che continua a funzionare anche nell’horror contemporaneo. Molte storie di case infestate non raccontano semplicemente la presenza di uno spirito, ma utilizzano il soprannaturale per interrogare il passato e le sue conseguenze. Il luogo diventa il punto nel quale differenti tempi si sovrappongono, impedendo ai personaggi di separare completamente ciò che è stato da ciò che sta accadendo. Florence Marryat appartiene a una tradizione nella quale questa suggestione assume una forza particolare, alimentata anche dalle convinzioni spiritiste diffuse nell’epoca vittoriana.
Quando il fantasma torna per mantenere una promessa
Il secondo racconto della raccolta, In questo mondo o nel prossimo, introduce una variazione interessante rispetto all’immaginario della casa infestata. Il fantasma che ritorna dall’aldilà non sembra essere definito principalmente dalla volontà di terrorizzare i vivi, ma dalla necessità di portare a compimento una promessa. Il soprannaturale diventa quindi uno strumento attraverso il quale interrogare la persistenza delle relazioni e delle responsabilità oltre la morte.
La promessa rappresenta un elemento narrativo particolarmente potente perché introduce un legame tra passato e futuro. Quando una persona promette qualcosa, stabilisce una continuità tra ciò che è e ciò che sarà. Ma cosa accadrebbe se la morte interrompesse questo percorso prima che l’impegno possa essere mantenuto? La letteratura fantastica può immaginare una risposta che la realtà non consente di verificare: il ritorno di chi non è riuscito a concludere ciò che aveva iniziato.
È una suggestione che rende il racconto di Marryat particolarmente interessante anche dal punto di vista emotivo. Il fantasma non è necessariamente soltanto una creatura spaventosa, ma può rappresentare la forza dei sentimenti e dei legami che sopravvivono nella memoria di chi resta. Il suo ritorno mette in discussione l’idea della morte come separazione definitiva e permette alla narrazione di confrontarsi con il desiderio umano di conservare un rapporto con le persone perdute.
Le scrittrici dimenticate del gotico vittoriano
La pubblicazione di Gli invisibili inquilini di Rushmere offre anche l’occasione di riflettere sul ruolo delle donne nella storia della narrativa gotica. Quando si parla di letteratura soprannaturale ottocentesca, il canone tende spesso a privilegiare alcuni nomi particolarmente celebri, mentre numerose autrici che conobbero successo durante la propria vita sono state progressivamente dimenticate. Eppure le donne contribuirono in modo significativo alla diffusione delle storie di fantasmi, utilizzando riviste, raccolte e romanzi per esplorare paure e conflitti legati alla società del proprio tempo.
Florence Marryat appartiene pienamente a questa tradizione, accanto a figure come Elizabeth Gaskell, Margaret Oliphant e Amelia B. Edwards, che si confrontarono in modi differenti con il soprannaturale. Le loro opere mostrano quanto il racconto di fantasmi potesse essere uno spazio di sperimentazione letteraria, capace di unire intrattenimento, riflessione psicologica e critica delle convenzioni sociali.
Il recupero di Marryat è particolarmente significativo perché permette di riscoprire una scrittrice che non fu marginale durante la propria epoca. La sua produzione letteraria, la partecipazione alla vita teatrale e l’interesse per lo spiritismo testimoniano un’attività culturale intensa, oggi molto meno conosciuta rispetto a quella di altri autori vittoriani. Ripubblicare le sue storie significa quindi contribuire a ricostruire una parte della storia letteraria che rischia di rimanere esclusa dalle letture più diffuse.
Perché leggere “Gli invisibili inquilini di Rushmere”
Gli invisibili inquilini di Rushmere è una proposta particolarmente interessante per chi ama le atmosfere del gotico vittoriano e desidera scoprire autrici meno frequentate. I due racconti raccolti nel volume offrono un’alternativa all’horror contemporaneo più esplicito, privilegiando l’incertezza, il mistero e il rapporto tra mondo visibile e invisibile. La casa isolata, le presenze soprannaturali e il fantasma che ritorna per mantenere una promessa appartengono a un immaginario immediatamente riconoscibile, ma acquistano un significato particolare se considerati attraverso le convinzioni spiritiste dell’autrice.
La brevità del volume lo rende inoltre adatto a una lettura concentrata, magari proprio durante le serate che precedono Halloween. Le sue 124 pagine permettono di avvicinarsi a una scrittrice poco conosciuta senza affrontare un’opera particolarmente impegnativa, mentre la curatela di Enrico De Luca e l’inserimento nella collana I classici ritrovati pocket valorizzano la dimensione di recupero letterario.
Ma il motivo più importante per leggere questo libro riguarda forse il suo rapporto con la storia culturale dell’Ottocento. Le storie di fantasmi non sono soltanto racconti pensati per provocare paura: possono diventare testimonianze delle domande che un’epoca si poneva sulla morte, sulla memoria e sui limiti della conoscenza. Florence Marryat scriveva in un mondo nel quale il soprannaturale suscitava curiosità e controversie, e la sua narrativa permette di avvicinarsi a quella sensibilità attraverso la finzione.
Con Gli invisibili inquilini di Rushmere, Caravaggio Editore riporta alla luce una voce femminile della letteratura gotica vittoriana e ci ricorda che alcune delle storie più inquietanti non hanno bisogno di mostri visibili. Basta una casa che continua a custodire i propri segreti, una promessa rimasta incompiuta o il sospetto che qualcuno non se ne sia mai veramente andato. È proprio questa capacità di trasformare l’assenza in presenza a rendere le storie di fantasmi così affascinanti, oggi come nell’Inghilterra dell’Ottocento.

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