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4 film amati da David Lynch da vedere per entrare nel suo immaginario

Per avvicinarsi al cinema di David Lynch si può partire anche dai film che amava guardare. Le sue preferenze aprono infatti un percorso sorprendentemente accessibile: una bambina trasportata in un mondo fantastico, una diva incapace di separarsi dalla propria immagine, un regista che smarrisce il filo del suo lavoro e un uomo che osserva le…

4 film amati da David Lynch da vedere per entrare nel suo immaginario

Per avvicinarsi al cinema di David Lynch si può partire anche dai film che amava guardare. Le sue preferenze aprono infatti un percorso sorprendentemente accessibile: una bambina trasportata in un mondo fantastico, una diva incapace di separarsi dalla propria immagine, un regista che smarrisce il filo del suo lavoro e un uomo che osserva le vite degli altri dalla finestra. Personaggi molto diversi, accomunati dall’esperienza di una realtà che comincia a trasformarsi sotto i loro occhi.

“Il mago di Oz”, “Viale del tramonto”, “8½” e “La finestra sul cortile” permettono di esplorare alcune passioni del regista, senza ridurle a una classifica definitiva. Lynch espresse più volte la propria ammirazione per Wilder, Fellini e Hitchcock; il legame con il film di Victor Fleming attraversa inoltre il suo immaginario ed è diventato oggetto di approfondimenti critici. 

Guardare questi classici significa incontrare opere che possiedono una forza autonoma e, insieme, riconoscere domande che tornano nel cinema lynchiano: quanto conosciamo ciò che desideriamo? Che cosa succede quando un’immagine diventa più importante della vita? E perché una storia può emozionarci profondamente anche quando conserva una parte di mistero?

I film amati da David Lynch: quattro modi di attraversare la realtà

“Il mago di Oz” di Victor Fleming: la meraviglia e il bisogno di tornare a casa

Uscito nel 1939, “Il mago di Oz” segue Dorothy, interpretata da Judy Garland, dal Kansas a una terra fantastica raggiunta dopo un tornado. Nel tentativo di tornare a casa, la ragazza percorre la strada di mattoni gialli insieme allo Spaventapasseri, all’Uomo di Latta e al Leone Codardo. Ciascuno cerca qualcosa che considera indispensabile per essere completo: intelligenza, cuore, coraggio. La fiaba costruisce così un viaggio in cui il desiderio di ricevere una risposta dall’esterno si accompagna alla scoperta delle proprie risorse.

Il rapporto fra questo film e Lynch è particolarmente evidente in “Cuore selvaggio”, attraversato da richiami espliciti al mondo di Oz. Il BFI sottolinea però come la sua importanza vada oltre le singole citazioni, coinvolgendo più ampiamente l’immaginario del regista. 

Una possibile affinità riguarda il passaggio fra ambienti familiari e luoghi governati da regole differenti: basta oltrepassare una soglia perché ciò che sembrava stabile perda improvvisamente evidenza. La meraviglia e la paura possono allora nascere dallo stesso incontro.

Rivedere “Il mago di Oz” offre anche una riflessione sul significato della casa. Il luogo da cui partiamo cambia ai nostri occhi dopo un’esperienza che ci ha trasformati. Dorothy desidera tornare, ma il viaggio le permette di riconoscere diversamente gli affetti e le qualità che la circondano. Accostare questa fiaba a Lynch invita a osservare proprio le soglie: le porte, i percorsi e gli incontri attraverso cui un personaggio scopre che il suo mondo contiene molto più di quanto immaginasse.

“Viale del tramonto” di Billy Wilder: quando l’immagine diventa una prigione

Nel 1950, Billy Wilder racconta in “Viale del tramonto” l’incontro fra Joe Gillis, sceneggiatore in difficoltà interpretato da William Holden, e Norma Desmond, ex diva del cinema muto a cui dà volto Gloria Swanson. Nella villa di Norma il passato continua a occupare ogni spazio: fotografie, ricordi e rituali custodiscono l’immagine di una celebrità che la donna considera ancora presente. Il progetto di un ritorno sullo schermo lega progressivamente Joe alla sua vita, dentro un rapporto in cui bisogno economico, dipendenza e desiderio di riconoscimento diventano inseparabili.

Lynch raccontò di aver visto più volte il film e di amare il mondo costruito da Wilder. Nelle dichiarazioni raccolte da Open Culture, la sua attenzione riguarda anche la capacità di rendere credibile una Hollywood che possiede la consistenza immersiva di un sogno. 

È un’osservazione utile per accostarsi a “Mulholland Drive”: si può mettere in relazione il modo in cui entrambi i film osservano il desiderio di appartenere al cinema e la vulnerabilità di chi affida a quel desiderio la propria identità.

“Viale del tramonto” parla ancora al presente perché rende visibile una paura riconoscibile: perdere valore quando viene meno lo sguardo degli altri. Norma ha costruito la propria esistenza attraverso un’immagine pubblica e fatica a immaginarsi al di fuori di essa. Il film invita così a chiedersi quanto spazio concediamo alla possibilità di cambiare. La sua tragedia nasce anche dalla distanza fra ciò che una persona continua a vedere di sé e ciò che il mondo sembra disposto a riconoscerle.

“8½” di Federico Fellini: dare una forma a ciò che ci attraversa

Con “8½”, uscito nel 1963, Federico Fellini porta al centro della scena Guido Anselmi, regista interpretato da Marcello Mastroianni, alle prese con un film che non riesce a definire. Intorno a lui si muovono collaboratori, interpreti e persone che attendono decisioni, mentre ricordi, fantasie e desideri entrano continuamente nel presente. La crisi creativa diventa il punto da cui osservare un’intera esistenza, con le sue contraddizioni e la difficoltà di tenere insieme ciò che si vorrebbe essere e ciò che si è.

Lynch ammirava in “8½” la capacità di comunicare emozioni attraverso il cinema con una libertà vicina a quella della pittura astratta. Questa attenzione suggerisce un modo fecondo di guardare anche le sue opere: prestare ascolto al ritmo, ai volti, ai suoni e alle associazioni fra le immagini. Possiamo seguire una scena attraverso ciò che produce in noi, lasciando che la comprensione si costruisca gradualmente. L’esperienza emotiva diventa parte della conoscenza del film, accanto alla ricostruzione degli eventi.

Il legame fra Fellini e Lynch può dunque essere esplorato sul terreno della soggettività. Un ricordo modifica il presente, una fantasia rende visibile un desiderio, una paura altera la percezione di un ambiente. “8½” offre inoltre una prospettiva preziosa a chiunque abbia attraversato un blocco creativo: la confusione può diventare materia da osservare e trasformare. Guido cerca una forma capace di contenere la propria esperienza, e il film accompagna lo spettatore dentro quel tentativo, con ironia, inquietudine e slanci di vitalità.

“La finestra sul cortile” di Alfred Hitchcock: il desiderio di guardare e il rischio di interpretare

In “La finestra sul cortile”, uscito nel 1954, James Stewart interpreta il fotografo L. B. Jefferies, costretto temporaneamente in casa da una gamba ingessata. Per occupare il tempo osserva gli appartamenti affacciati sul cortile e comincia a sospettare che un vicino abbia commesso un omicidio. Accanto a lui c’è Lisa, interpretata da Grace Kelly, coinvolta progressivamente nell’indagine. Uno spazio limitato diventa così il punto da cui immaginare numerose vite, ricostruendo gli avvenimenti attraverso frammenti e dettagli.

Lynch apprezzava la capacità di Hitchcock di costruire un mondo ampio dentro confini molto circoscritti, attraverso il controllo del punto di vista. 

Il confronto con “Velluto blu” può partire dal desiderio di osservare una vita altrui e dalla scoperta che la curiosità comporta un coinvolgimento. Guardare espone a qualcosa: può avvicinare al pericolo, rivelare un desiderio o mettere in crisi la distanza che pensavamo di mantenere. Lo spettatore condivide questa posizione, perché vuole continuare a sapere anche quando avverte il disagio di ciò che vede.

Il film di Hitchcock conserva inoltre una domanda sulla responsabilità dello sguardo. Quando osserviamo qualcuno, quanto comprendiamo davvero e quanto aggiungiamo attraverso le nostre aspettative? Jefferies collega gesti separati, attribuisce significati e cerca conferme. È un processo che riconosciamo anche fuori dal cinema, quando costruiamo un giudizio attraverso informazioni parziali. Rivedere il film permette di godere della suspense e, nello stesso tempo, di accorgersi del lavoro con cui trasformiamo ciò che vediamo in una storia.

Guardare i classici per ritrovare il piacere della scoperta

Questi quattro film offrono percorsi diversi: la fiaba di Fleming, la Hollywood di Wilder, la memoria di Fellini e lo sguardo di Hitchcock. Accostarli a David Lynch permette di riconoscere una sensibilità capace di nutrirsi di forme molto differenti, trasformandole in un linguaggio personale. Le passioni di un artista diventano così occasioni per ampliare anche il nostro sguardo.

Possiamo partire dal film che ci incuriosisce di più e osservare che cosa ci rimane dopo la visione: un volto, una stanza, un passaggio inatteso fra paura e meraviglia. È anche questo il valore di conoscere le opere amate da un regista: scoprire nuove relazioni fra le immagini e concederci il tempo di abitare le emozioni che il cinema sa aprire.