Viviamo in un’epoca in cui la velocità del mondo digitale ci spinge spesso a reagire emotivamente e in fretta di fronte a un’immagine che ci indigna o ci commuove. Ma possiamo ancora fidarci ciecamente di ciò che vediamo?
Rafael Patron, Presidente del Comitato Tecnico-Scientifico dell’Associazione Italiana Professionisti dell’Intelligenza Artificiale (AIPIA), è voluto intervenire sul tema. Nel suo intervento, Patron ci guida nella transizione dalla propaganda del Novecento alle immagini sintetiche di oggi, spiegando come saper verificare un’immagine generata dall’Intelligenza Artificiale sia ormai diventata una competenza fondamentale non solo per i tecnici, ma per tutti i lettori.
Di seguito troverete anche tre preziosi e semplici gesti per imparare a verificare le immagini prima di condividerle. Perché le etichette tecniche ci aiuteranno, ma dovranno sempre essere interpretate da qualcuno che decide di prendersi il tempo necessario per capire.
Una foto non è più una prova: come verificare immagini generate con intelligenza artificiale
Prima di condividere un’immagine che indigna o commuove, conviene chiedersi da dove viene e chi l’ha messa in circolazione per primo. Saper verificare immagini generate con intelligenza artificiale è diventata una competenza da lettori, non da tecnici, e dal 2 agosto 2026 le regole europee danno anche qualche appiglio in più per farlo.
Dalla propaganda di ieri alle immagini sintetiche di oggi
Intervistato di recente su Libreriamo a proposito del suo romanzo “La notte dei traditori”, lo scrittore Andrea Frediani ha usato una frase che fotografa bene il passaggio d’epoca: “una volta una fotografia o un filmato erano una prova incontestabile, adesso perfino questi strumenti possono essere manipolati”. La propaganda del Novecento lavorava su manifesti, cinegiornali, parole d’ordine ripetute fino a sembrare vere. Aveva bisogno di apparati, tipografie, studi di posa.
Oggi un’immagine credibile di un evento mai accaduto si ottiene in pochi secondi da un telefono, e circola con la stessa velocità di una fotografia scattata davvero. Il meccanismo psicologico è rimasto lo stesso: si crede a ciò che conferma quello che già si pensava, soprattutto quando arriva con un volto e una scena.
Cambia la scala. E cambia il fatto che l’occhio, da solo, ormai non basta più.
Cosa prevede l’Europa dal 2 agosto 2026
Il riferimento è l’art. 50 del Regolamento (UE) 2024/1689, l’AI Act, dedicato agli obblighi di trasparenza e applicabile dal 2 agosto 2026. Per chi legge le notizie, contano soprattutto tre passaggi.
Il paragrafo 2 chiede ai fornitori dei sistemi che generano immagini, video, audio o testi sintetici di marcare i risultati in un formato leggibile a macchina. Lo scopo è rendere rilevabile che sono stati prodotti o manipolati artificialmente. Non è un’etichetta che si vede necessariamente a occhio nudo: è un’informazione inserita nel file, pensata per essere letta da software e piattaforme. Per i sistemi già sul mercato prima di agosto, la modifica introdotta dal Regolamento (UE) 2026/1744, il cosiddetto Digital Omnibus sull’IA, ha concesso un periodo transitorio per la marcatura fino al 2 dicembre 2026.
Il paragrafo 4 riguarda i deep fake, che lo stesso regolamento definisce come immagini, audio o video che somigliano a persone, luoghi o eventi reali e che a chi li guarda sembrerebbero falsamente autentici. Chi li diffonde con un sistema di IA deve dichiarare che il contenuto è stato generato o manipolato artificialmente.
Per le opere chiaramente artistiche, creative, satiriche o di finzione l’obbligo si alleggerisce: basta segnalare l’esistenza del contenuto artificiale senza rovinare la fruizione dell’opera. Lo stesso paragrafo tocca i testi pubblicati per informare il pubblico su questioni di interesse generale. Se sono generati o manipolati con IA va detto, a meno che non siano passati da una revisione umana e qualcuno se ne assuma la responsabilità editoriale.
Il paragrafo 5, infine, chiede che queste informazioni arrivino in modo chiaro al più tardi al primo contatto con il contenuto.
Tutto questo aiuta, ma non risolve. Le regole valgono per chi opera nel quadro europeo e chi costruisce falsi a scopo di propaganda raramente si preoccupa di rispettarle.
Credenziali di provenienza: cosa sono e dove si vedono
Accanto alle norme, da qualche anno si lavora a una soluzione tecnica. Si chiama C2PA, Coalition for Content Provenance and Authenticity: è un progetto della Joint Development Foundation, organizzazione no profit statunitense, nato unendo gli sforzi della Content Authenticity Initiative e di Project Origin per sviluppare standard tecnici aperti sulla provenienza dei contenuti digitali.
Il risultato più visibile sono le Content Credentials, le credenziali di contenuto. Funzionano un po’ come il colophon di un libro, la pagina in fondo che dice chi ha stampato il volume e quando. Sono una scheda allegata al file che può indicare con quale strumento è stata creata un’immagine, se è stata modificata e da chi.
Quando sono presenti, alcune piattaforme le segnalano con un piccolo simbolo, le lettere “CR”, che aprono un riquadro con la storia del contenuto. Chi vuole controllare un file può caricarlo sul servizio di verifica pubblico messo a disposizione dalla Content Authenticity Initiative.
Va però tenuto presente un limite. Non tutte le piattaforme conservano o mostrano queste informazioni, e l’assenza di credenziali non dimostra che un’immagine sia falsa: significa soltanto che manca un’informazione.
Tre gesti per verificare immagini generate con intelligenza artificiale
Il primo gesto riguarda la fonte. Chi ha pubblicato per primo quell’immagine? Una testata con un nome e una redazione, un ente riconoscibile, oppure un profilo senza storia aperto da poche settimane? Risalire all’origine richiede un minuto e spesso basta a ridimensionare lo scandalo del giorno.
Il secondo gesto è il contesto. Molte immagini ingannevoli sono vere, ma vengono da un altro luogo o da un altro anno. La ricerca inversa per immagini, offerta dai principali motori di ricerca, mostra dove una foto è già comparsa. Se la “manifestazione di ieri” risulta pubblicata tre anni fa in un altro Paese, la questione è chiusa. Vale la pena guardare anche i dettagli che i generatori sbagliano ancora spesso, come scritte illeggibili sui cartelli o ombre incoerenti. Con ogni nuova versione dei modelli, però, questi indizi diventano più rari.
Il terzo gesto è cercare la provenienza: un’etichetta che dichiara il contenuto come generato, un simbolo di credenziali, una nota della redazione. Quando c’è, va letta. Quando manca, l’immagine merita un supplemento di prudenza.

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