Un groviglio ipnotico di linee nere, bianche, gocce di rosso violento e spruzzi di giallo acceso che sembrano sfidare la forza di gravità. Guardare “Number 17A” di Jackson Pollock significa trovarsi davanti a una vertigine visiva: non ci sono figure rassicuranti, non ci sono paesaggi all’orizzonte, nessun volto in cui specchiarsi. C’è solo energia allo stato puro, impressa per sempre su un pannello di fibra di legno.
Nel 2015, quando il magnate della finanza Kenneth C. Griffin acquistò l’opera dalla fondazione di David Geffen per una cifra record stimata intorno ai 200 milioni di dollari, il quadro è balzato al quinto posto tra i dipinti più costosi mai venduti nella storia dell’arte. Una cifra astronomica, quasi scandalosa, che riaccende regolarmente l’interrogativo dei profani: come può un apparente “scarabocchio” valere tanto? La risposta non si trova nei mercati finanziari, ma nella rivoluzione spirituale e concettuale che Pollock ha compiuto nel lontano 1948.
“Number 17A” di Jackson Pollock: la danza della materia
Realizzato nel 1948 nel celebre fienile di Springs, a East Hampton, Number 17A è uno dei vertici assoluti del cosiddetto drip painting. Per capire questo quadro bisogna immaginare il corpo di Pollock: l’artista non dipinge più sul cavalletto, non tocca nemmeno la superficie con il pennello. Ha steso la fibra di masonite direttamente sul pavimento, camminandoci intorno, talvolta calpestandone i bordi, entrando fisicamente nello spazio dell’opera.
Armato di bastoncini, spatole e barattoli forati di smalto industriale lucido (quello economico, usato per tinteggiare le carrozzerie o le case), Pollock ha trasformato la pittura in un rito coreografico. Number 17A si presenta come una fitta rete bidimensionale dove non esiste gerarchia: non c’è un centro focale, non ci sono angoli secondari. È il principio dell’all-over, in cui ogni millimetro quadrato pulsa della stessa densità vitale. Gli strati si sovrappongono in una profondità quasi tridimensionale, dove la fluidità liquida si alterna a solchi materici spessi e scabri.
L’aneddoto: la foto su “Life” e la nascita del mito
Dietro Number 17A c’è anche un momento di svolta epocale per la storia dell’arte moderna. Nell’agosto del 1949, la prestigiosa rivista americana Life dedicò a Jackson Pollock un servizio di tre pagine rimasto leggendario, ponendo al pubblico un quesito provocatorio: “Jackson Pollock: è forse il più grande pittore vivente degli Stati Uniti?”.
Nell’articolo comparivano le celebri fotografie scattate da Arnold Newman, che ritraevano un Pollock cupo, fascinoso, con la sigaretta stretta all’angolo delle labbra e le mani sporche di colore, affiancato proprio dalle sue tele del 1948. Tra le opere riprodotte a colori in quel numero c’era proprio Number 17A.
Da quel giorno il mondo smise di considerare l’espressionismo astratto come un bizzarro esperimento newyorchese: l’America trovava la propria voce d’avanguardia, autonoma e sfacciata, scalzando Parigi dal trono di capitale mondiale dell’arte. Eppure, a dispetto del milionario passaggio di mano contemporaneo, nel 1948 Pollock lottava ancora contro la miseria, l’alcolismo e l’incomprensione dei colleghi, sostenuto quasi esclusivamente dalla moglie e geniale pittrice Lee Krasner.
Cosa ci insegna “Number 17A”
Al di là della vertigine economica e della perizia tecnica, Number 17A custodisce una lezione universale che tocca da vicino il nostro modo di vivere e sentire. In primis quest’opera ci insegna che il caos ha una sua armonia segreta: a prima vista, il quadro può sembrare puro caso, ma i fisici hanno dimostrato che il dripping di Pollock replica le geometrie dei frattali naturali. Non c’è anarchia, ma una complessa gestione della velocità, della densità del colore e del gesto. Pollock ci ricorda che ciò che a noi sembra disordine spesso nasconde un ordine più profondo, che attende solo di essere compreso e accettato.
Come scrisse il critico Harold Rosenberg, per gli action painters la tela «non era più lo spazio in cui riprodurre un oggetto, ma un’arena in cui agire». Number 17A ci insegna a riscoprire la bellezza del cammino anziché l’ossessione per il traguardo. Il dipinto è la traccia fisica dell’emozione vissuta durante la sua creazione: l’autenticità risiede nell’atto stesso di vivere e sperimentare.
L’opera di Pollock ci trasmette il coraggio di rompere i confini: togliere la tela dal cavalletto e rinunciare al pennello tradizionale significava abbandonare secoli di convenzioni accademiche. Pollock ci invita a non aver paura di uscire dai tracciati prestabiliti, a guardare i nostri problemi da angolazioni impreviste e a usare strumenti nuovi per dare forma alla nostra voce interiore.
Davanti a Number 17A, il silenzio è la reazione più spontanea. Quella trama intricata non chiede di essere capita razionalmente, ma sentita: è lo specchio delle nostre stesse tempeste interiori che, una volta liberate sul foglio bianco della vita, scoprono di possedere una bellezza straziante e necessaria.

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