“Le brave streghe non scappano”, il thriller giapponese su due donne che provano a sopravvivere al mondo della yakuza

Tokyo, 1979. Shindō Yoriko viene rapita dalla famiglia Naiki, una fazione della yakuza, ma durante un tentativo di fuga dimostra di possedere capacità fuori dal comune. Invece di ucciderla, il clan le offre una possibilità: diventare la guardia del corpo della diciottenne Naiki Shōko. Tra le due donne nasce un legame sempre più profondo, mentre…

“Le brave streghe non scappano”, il thriller giapponese su due donne che provano a sopravvivere al mondo della yakuza

Le brave streghe non scappano di Ōtani Akira, in uscita, oggi, 14 ottobre 2026 per Edizioni e/o nella traduzione di Gianluca Coci, sembra spostare progressivamente lo sguardo altrove: sulle donne che vi rimangono intrappolate e sui legami che possono nascere quando sopravvivere da sole non basta più.

La Tokyo del 1979 diventa così lo scenario di un thriller asciutto e violento nel quale due donne diversissime scoprono di avere qualcosa in comune: entrambe vivono all’interno di un sistema costruito dagli uomini e nessuna delle due sembra davvero libera di scegliere il proprio destino.

“Le brave streghe non scappano” di Ōtani Akira, tradotto da Gianluca Coci, Edizioni E/O

Shindō Yoriko è una lavoratrice instancabile abituata a vivere ai margini. La sua esistenza cambia quando viene rapita e trascinata nella base della famiglia Naiki, una fazione della yakuza. Il suo destino sembrerebbe già scritto, ma durante il tentativo di fuga Yoriko riesce a liberarsi di un’intera banda di scagnozzi, dimostrando capacità che il clan non può ignorare. I Naiki decidono allora di non eliminarla e le propongono una possibilità che somiglia molto più a una condanna: potrà restare in vita, purché accetti di lavorare per loro. Il suo compito sarà proteggere Naiki Shōko, la figlia diciottenne del boss.

Shōko appare inizialmente come l’opposto di Yoriko. È bella, silenziosa, ingenua, veste in maniera stranamente rétro e vive sottoposta a una protezione quasi ossessiva. Non ha amici e la sua esistenza sembra svolgersi all’interno di una gabbia dorata dalla quale qualcuno ha eliminato ogni possibilità di esperienza autonoma. Yoriko, almeno all’inizio, non prova particolare interesse per lei: deve semplicemente svolgere un lavoro e sopravvivere. La distanza tra le due, però, comincia progressivamente a ridursi e la guardia del corpo si scopre sempre più coinvolta nel benessere della ragazza che dovrebbe soltanto sorvegliare.

Due donne prigioniere dello stesso sistema

È proprio il rapporto tra Yoriko e Shōko a rendere particolarmente interessante la premessa del romanzo. Le due occupano posizioni apparentemente opposte: una viene dalla marginalità e conosce la necessità di cavarsela da sola, mentre l’altra è la figlia di un uomo potente e vive circondata da persone incaricate di proteggerla. Eppure quella protezione non coincide necessariamente con la libertà. Shōko è custodita perché appartiene a qualcuno, mentre Yoriko può continuare a vivere soltanto accettando di mettere la propria forza al servizio del clan. Entrambe, in modi diversi, hanno quindi il proprio corpo e il proprio futuro sottoposti alla volontà altrui.

Il thriller criminale diventa così anche una storia sulla possibilità di costruire un’alleanza dentro un ambiente dominato dalla violenza maschile. La presentazione del romanzo insiste sul fatto che gli uomini intorno alle protagoniste siano mossi dall’odio, dalla sete di sangue e dalla facilità con cui ricorrono alle armi. In questo contesto il crescente interesse di Yoriko per il benessere di Shōko assume un significato preciso: occuparsi dell’altra donna smette di essere un incarico imposto e diventa progressivamente una scelta. È una differenza piccola soltanto in apparenza, perché in un mondo nel quale quasi tutto viene deciso dal potere, scegliere chi proteggere può trasformarsi in una prima forma di ribellione.

La yakuza vista dalle donne

Il romanzo sembra inoltre scegliere un punto di osservazione particolarmente efficace per raccontare l’universo della criminalità organizzata giapponese. Al centro non troviamo l’ascesa di un boss, la lotta tra uomini per il comando o la fascinazione per codici d’onore criminali, ma due donne che devono capire come restare vive all’interno di quella struttura. La yakuza diventa quindi soprattutto un sistema di potere che determina chi può agire, chi deve obbedire e quali vite possono essere sacrificate.

La Tokyo del 1979 permette inoltre di collocare la vicenda in un Giappone lontano dall’immagine contemporanea della metropoli ipertecnologica. Il romanzo promette piuttosto strade, locali e ambienti criminali nei quali il cambiamento sociale convive con gerarchie ancora rigidissime. Anche la caratterizzazione rétro di Shōko sembra rafforzare questa sensazione di una giovane donna sospesa fuori dal proprio tempo: una ragazza di diciotto anni che dovrebbe trovarsi all’inizio della propria vita, ma che sembra essere stata conservata all’interno del mondo costruito dalla famiglia.

Che cosa significa essere una “brava strega”?

Il titolo italiano, Le brave streghe non scappano, aggiunge alla storia una suggestione particolarmente potente. La strega è una figura tradizionalmente associata alla donna che possiede un sapere, una forza o un’indipendenza difficili da controllare. Yoriko, capace di reagire ai propri rapitori e di sconfiggere da sola diversi uomini, entra perfettamente in questa genealogia simbolica: il suo corpo, che dovrebbe essere vulnerabile all’interno di un ambiente violento, diventa invece qualcosa che gli uomini imparano rapidamente a temere e a voler utilizzare.

Ma il verbo “scappare” rende il titolo ancora più ambiguo. Fuggire è esattamente ciò che Yoriko prova a fare all’inizio, mentre con il procedere della storia la questione sembra diventare molto più complessa: forse non basta sottrarsi individualmente alla violenza quando qualcuno a cui si tiene rimane indietro. La “brava strega” potrebbe allora essere non colei che accetta docilmente di restare, ma quella che decide autonomamente per cosa vale la pena combattere. È una lettura suggerita dalla premessa stessa del romanzo, nella quale il rapporto tra le due protagoniste sembra destinato a diventare il vero centro emotivo della vicenda.

Un thriller sulla solidarietà femminile

Dietro pistole, clan e regolamenti di conti emerge infatti una domanda molto più intima: può esistere una vita diversa per due donne come Yoriko e Shōko? Non è soltanto un interrogativo sulla possibilità di sfuggire fisicamente alla yakuza. Significa immaginare un’esistenza nella quale nessun uomo stabilisca quale ruolo debbano ricoprire, chi debbano proteggere, dove possano andare e persino quanto a lungo possano vivere. Il legame che nasce tra loro diventa quindi la possibilità concreta di immaginarsi fuori dalle identità che altri hanno assegnato loro.

È un elemento che distingue Le brave streghe non scappano dal semplice thriller d’azione. La violenza rimane centrale, ma sembra avere valore soprattutto per ciò che rivela dei personaggi e del sistema nel quale sono costretti a muoversi. La forza fisica di Yoriko non la rende automaticamente libera, così come la posizione privilegiata di Shōko non le garantisce alcuna autonomia. Entrambe possiedono qualcosa che l’altra non ha e proprio dalla loro relazione potrebbe nascere quella possibilità di cambiamento che, individualmente, nessuna delle due riesce ancora a immaginare.

Perché leggere “Le brave streghe non scappano”

Il romanzo di Ōtani Akira promette di interessare chi cerca nella narrativa giapponese contemporanea qualcosa di più oscuro rispetto ai racconti quotidiani ai quali una parte dell’editoria ci ha abituati. Qui il Giappone passa attraverso il noir, il thriller criminale e una Tokyo di fine anni Settanta popolata da clan, guardie del corpo, uomini armati e donne che cercano uno spazio nel quale poter finalmente decidere della propria esistenza. La tensione nasce dal pericolo costante, ma il vero motore della storia sembra essere il rapporto tra Yoriko e Shōko.

Ed è forse proprio questa la promessa più interessante del libro: raccontare la sopravvivenza non come impresa individuale, ma come qualcosa che può diventare condiviso. Yoriko sa combattere, Shōko sembra aver bisogno di essere protetta, ma sarebbe troppo semplice ridurre il loro rapporto a quello tra salvatrice e vittima. Entrambe sono prigioniere, seppure in modi differenti, dello stesso mondo. Le brave streghe non scappano parte allora dalla yakuza per raccontare qualcosa di molto più universale: il momento in cui proteggere un’altra persona significa cominciare a immaginare, insieme, una via d’uscita.