Con la sua straordinaria capacità di leggere l’animo umano, Roberto Vecchioni ci spinge a chiederci perché continuiamo a rincorrere l’idea di una felicità immacolata e priva di attriti, finendo solo per sentirci continuamente insoddisfatti. Inseguire un ideale di vita lineare ha un fascino rassicurante: ci convince che, prima o poi, raggiungendo la prossima meta o azzerando ogni conflitto, troveremo finalmente la pace.
Costruiamo le nostre giornate attorno all’illusione che la gioia sia un traguardo statico, un rifugio riparato dove il dolore, il dubbio e la fatica non possano più toccarci. Eppure, con il passare del tempo, questo continuo differire la vita reale rischia di trasformare l’esistenza in un’attesa perenne, rendendoci incapaci di abitare il presente perché troppo occupati a inseguire un miraggio che la nostra mente sposta sempre un passo più in là.
È proprio su questo inganno esistenziale che Roberto Vecchioni, nel capitolo Gettysburg del volume Lezioni di volo e di atterraggio, offre una riflessione lucida e spiazzante sulla condizione umana: spogliando la felicità dalle sue narrazioni fittizie, l’autore ci spinge ad accettare la spaccatura che ci portiamo dentro e a ritrovare il coraggio di vivere nel mondo reale.
Vivere è un aut aut, non un vel vel… Abbiamo scelto la libertà piuttosto che la felicità, quel tipo di felicità… Questo essere doppi quaggiù è la nostra condizione, il nostro destino, ma è anche, ah se lo è, la nostra sfida.
Lezioni di volo e di atterraggio: un libro che dona lezioni di grande umanità
Raccontare storie, lasciar parlare il silenzio e bucare il tempo per cercare verità alternative: è questo il cuore di Lezioni di volo e di atterraggio, l’opera di Roberto Vecchioni pubblicata nel 2020 da Giulio Einaudi editore. In questo volume l’autore, nelle vesti di un professore originale, colto e appassionato, ci riporta tra le pareti di un’aula e l’erba di un parco dove l’insegnamento diventa un incantesimo vivo e mai cattedratico.
Si tratta di una raccolta di quindici lezioni innamorate in cui la cultura non è mai una nozione astratta o un mero esercizio erudito, ma uno strumento vivo che fa luce sul buio dell’esistenza, aiutando un gruppo di ragazzi reali, irrequieti e insicuri a trovare se stessi attraverso le parole della letteratura, della storia e del mito.
Tra questi racconti, il capitolo intitolato “Gettysburg” si apre con una scena apertamente surreale e intrisa di graffiante ironia: un ragazzo di nome Zorzi precipita dal secondo piano nel tentativo di salvare il gatto della nonna, con la minaccia pendente che, se l’animale muore, il colpevole perderà l’eredità, e finisce ricoverato all’ospedale Galeazzi di Milano con una gamba in trazione e la testa fasciata a causa di un piccolo ematoma subdurale.
Quando il professore e la sua scolaresca di studenti, che portano i nomi di celebri pittori come Merisi, Vecellio, la De Lempicka e la Morisot, vanno a trovarlo in corsia, si trovano di fronte a un fenomeno clinico e psicologico del tutto inspiegabile.
Al risveglio dall’anestesia, il giovane comincia a fissare insistentemente le pareti della stanza, vedendovi scorrere come in un film muto un’imponente battaglia in movimento, popolata da centinaia di minuscoli soldatini in continua azione, tra cariche di cavalleria, spari di fucili a ripetizione e colonne di fumo.
La vicenda assume toni ancora più complessi e corali con l’ingresso in scena di due psichiatri dell’ospedale e la successiva convocazione di due celebri storici dalle visioni diametralmente opposte: l’emerito e presuntuoso professor Ebenezer Vulnius e l’informale Gionata Pratticchizzo.
Incalzato dalle loro domande minuziose sui dettagli geografici, sulle uniformi e sulle bandiere con stelle e croci, Zorzi descrive la scena con una precisione impressionante, permettendo al gruppo di identificare la proiezione nella battaglia di Gettysburg del 1863, snodo drammatico della guerra di secessione americana.
Tuttavia, mentre gli storici e i medici si scontrano sul piano teorico e accademico, il vero nodo umano viene alla luce solo quando lo psichiatra scava nei ricordi personali del ragazzo. Si scopre così che la proiezione non ha nulla di paranormale, ma è la rielaborazione inconscia di un trauma profondo mai rimarginato: il giorno in cui suo padre morì all’improvviso per un infarto sotto i suoi occhi, in televisione la madre stava guardando proprio il film Via col vento, ambientato durante la guerra civile americana.
L’anestesia ha semplicemente riaperto quel varco emotivo, trasformando una sofferenza taciuta in un’ossessione visiva che attendeva solo di essere compresa e sciolta.
La vera felicità nasce dall’accettare le nostre imperfezioni
Nel commentare la parabola di Zorzi, Vecchioni ci accompagna verso una diagnosi spiazzante e quanto mai attuale sulla condizione umana: la mente, pur di proteggersi dal dolore nudo e disarmante della realtà, arriva a fabbricare vere e proprie “guerre d’invenzione”, rifugiandosi in ossessioni visive, drammi interiori o rigidità ideologiche pur di non affrontare le proprie vulnerabilità più profonde.
Ci siamo illusi, quasi per un bisogno infantile di protezione, che la felicità debba per forza coincidere con uno stato di totale quiete, un “paradiso” ovattato e privo di scelte dolorose, di dubbi o di attriti esistenziali.
Quando la vita ci ferisce con un lutto imprevisto, una perdita o una spaccatura interiore, la reazione immediata è spesso quella di cercare scorciatoie rassicuranti e risposte facili, arroccandoci in certezze incrollabili e cedendo alla tentazione di rifugiarci nei «dogmi a paratie stagne».
Questa tendenza a compartimentare il dolore e la cultura ci porta a costruire gabbie mentali che servono a darci l’illusione del controllo, ma che in realtà ci anestetizzano. Come nota il professore osservando l’incapacità dei suoi interlocutori di cogliere l’insieme della vita, l’errore sta proprio nella «confusione della cultura, la chiusura agli intrecci», quell’atteggiamento che ci impedisce di far dialogare le nostre ferite con la nostra voglia di futuro.
Invece di abitare la complessità dei nostri stati d’animo, pretendiamo un’esistenza priva di ombre, incapaci di sostenere l’urto della realtà e la vertigine delle responsabilità. Il dramma di Zorzi, con la sua battaglia di Gettysburg proiettata sulle pareti dell’ospedale, diventa così lo specchio di come ognuno di noi inventi le proprie tempeste e i propri conflitti ideali pur di non guardare negli occhi quel trauma irrisolto che attende solo di essere accolto e condiviso.
Pretendiamo spesso un’esistenza comoda, ovattata e rassicurante, inseguendo la chimera di un’armonia in cui ogni desiderio, certezza o scelta possa coesistere pacificamente senza imporci alcun costo o responsabilità personale. Ma è proprio di fronte a questa pretesa di neutralità che il professore smonta la nostra illusione più grande, ricordandoci la scelta originaria dell’umanità e il vero significato del libero arbitrio: «Vivere è un aut aut, non un vel vel… Abbiamo scelto la libertà piuttosto che la felicità, quel tipo di felicità».
Scegliere la libertà significa accettare la vertigine dell’incertezza, il rischio dell’errore e la fatica della decisione, rinunciando per sempre a quella “felicità anestetizzata” che appartiene soltanto all’incoscienza dell’Eden.
Fuggiamo continuamente dalla nostra natura mutevole e contraddittoria per paura di sgretolarci o di scoprirci fragili, pretendendo di mostrarci al mondo come un blocco monolitico e coerente. Dimentichiamo così che l’essere umano è per sua costituzione un intreccio indissolubile di luci e ombre, di ragione e passione, e che «la duplicità è la nostra maledizione, il mistero insolubile, ma anche la nostra salvezza».
È infatti proprio in questa apparente spaccatura interiore, nell’alternarsi quotidiano di «confronto, cambi d’umore, slanci e cadute d’amore», che risiede l’unica forma vera di autenticità. Negare la propria duplicità per inseguire un’immagine perfetta di sé significa condannarsi all’immobilità; riconoscerla e abitarla con coraggio è invece l’unico vero punto di partenza per guarire le proprie ferite e imparare a vivere con pienezza.
Bisogna accettare la duplicità e trovare il coraggio di vivere
La via d’uscita che Vecchioni ci indica per spezzare le sbarre di questa prigione dorata richiede un atto di profondo e coraggioso disarmo interiore. Smettere di rincorrere l’illusione di un’esistenza perfetta o priva di conflitti significa innanzitutto accettare che la vita reale non concede scorciatoie ideologiche, né soluzioni consolatorie formulate a tavolino.
Nel serrato confronto con i suoi studenti, il professore smantella l’attesa ingenua di una risoluzione definitiva dei nostri dilemmi quotidiani, rivelandoci con spiazzante chiarezza che «non esistono sintesi, esistono solo compromessi».
La vera gioia, dunque, non può e non deve essere confusa con un’impossibile assenza di sofferenza, ma va cercata nella presenza d’animo con cui decidiamo di abitare la complessità dei nostri giorni. Una pienezza fatta inevitabilmente di «confronto, cambi d’umore, slanci e cadute d’amore», dove ogni caduta non è un fallimento da nascondere, ma il prezzo naturale dell’essere vivi e liberi.
Di fronte allo sgretolamento delle nostre certezze più care e alla vertigine della nostra fragilità, la salvezza non risiede nella chiusura difensiva o nell’innalzamento di nuovi muri mentali, ma in una spalancata apertura verso tutto ciò che è in grado di scaldare e nutrire l’anima.
Per Vecchioni, l’ancora di salvezza esistenziale non è una teoria astratta, ma una passione viscerale e concreta per la bellezza e la cultura intese come esperienza viva: «in questo immane sfascio tenersi artigliati all’arte, alle idee, alle parole, alla musica, al canto, e amarli di un amore disarmato». È questo “amore disarmato”, privo di sovrastrutture, pretese di possesso o rigidità dogmatiche, a restituirci la misura del nostro valore umano.
Abbracciare la propria duplicità e la propria costitutiva imperfezione cessa così di essere vista come una condanna o un limite di cui vergognarsi, per trasformarsi nella nostra sfida quotidiana più alta e feconda. Una sfida da affrontare senza più il peso della solitudine, ma con la commovente intuizione che il nostro destino è condiviso.
Vecchioni ci lascia così con una promessa luminosa che spazza via ogni rassegnazione, la «certezza tremante che gli uomini un giorno saranno lì a guardare tutto ciò con la mano nella mano». È soltanto riscoprendoci vulnerabili insieme, capaci di perdonarci le nostre ombre e di stringerci agli altri, che possiamo finalmente deporre le armi della mente e accedere alla vera felicità.
Vecchioni insegna il coraggio di essere umani in modo autentico
La riflessione che Roberto Vecchioni ci consegna attraverso il capitolo Gettysburg travalica la semplice pagina letteraria per trasformarsi in una vera e propria lezione di vita, toccando le corde più intime e vulnerabili dell’animo umano. La voce del docente e cantautore milanese agisce come un controcanto profondo, risvegliandoci da quell’anestesia emotiva con cui spesso cerchiamo di proteggerci dai dolori dell’esistenza.
Vecchioni smonta l’illusione che la felicità debba essere una condizione stazionaria di calma piatta o di totale assenza di sofferenza. Ci dimostra che la vera ferita non sta nel cadere, nel sentirsi smarriti o nel portarsi dentro ferite mai del tutto rimarginate, ma nel tentativo di fuggire da esse costruendo risposte dogmatiche, corazze mentali e “guerre d’invenzione”.
Quando la realtà ci ferisce, la nostra mente tende a fabbricare conflitti ideali o drammi interiori pur di non guardare in faccia la nuda fragilità del nostro cuore.
La cultura, nella visione intimista e partecipe di Vecchioni, non nasce per offrirci uno scudo protettivo o una ricetta consolatoria contro la sofferenza. Non è un guscio per isolarsi, ma uno strumento d’amore e di empatia che ci offre le parole esatte per nominare il nostro dolore, per permetterci di condividerlo e per insegnarci ad accoglierlo come parte viva, pulsante e irrinunciabile della nostra storia personale.
Ognuno di noi, in fondo, si porta dentro la propria personale “battaglia di Gettysburg”, fatta di assenze che bruciano, paure del domani e nostalgie mai del tutto placate. Riconoscere questa presenza non significa arrendersi, ma smettere di rincorrere il miraggio di una perfezione ovattata per accettare finalmente, con autentico trasporto, la grazia e la fatica del mondo reale.
Non siamo nati per rimanere chiusi nell’incoscienza di un Eden protetto, dove nulla cambia e nulla ferisce. Siamo fatti per abitare il presente, per assumerci la responsabilità dei nostri sentimenti, per sbagliare, soffrire e tornare ad amare.
Il valore più profondo di questa lezione risiede proprio in un solenne invito al disarmo emotivo: per accedere alla gioia vera non dobbiamo dimostrarci invulnerabili, ma ritrovare il coraggio di accarezzare le nostre crepe e riscoprirci, fino in fondo, teneramente e imperfettamente umani.

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