“Il cuore d’inverno” di Kevin Barry (Fazi editore) è un western crepuscolare, brutale e lirico, ambientato nel Montana del 1891. Kevin Barry, tra i più importanti scrittori irlandesi contemporanei, costruisce una storia d’amore e di fuga che, dietro la semplicità della trama, nasconde una profonda riflessione sulla solitudine, sull’esilio e sul desiderio disperato di ricominciare.
“Il cuore d’inverno” di Kevin Barry: un amore travolgente, totale, assoluto
Butte è una cittadina mineraria sporca e violenta, popolata soprattutto da immigrati irlandesi, dove vizio, alcol, miseria e rassegnazione fanno da sfondo alla vita quotidiana. Qui vive Tom Rourke, giovane poeta e cantautore, tossicodipendente e alcolizzato, un uomo segnato da un passato oscuro che sembra avergli ormai chiuso ogni possibilità di riscatto. Per sopravvivere lavora nello studio di un fotografo e, nel tempo libero, scrive ballate, poesie e lettere d’amore per i suoi connazionali.
La sua esistenza cambia quando a Butte arriva Polly Gillespie, giovane sposa di Anthony Harrington, un capitano di miniera profondamente religioso e decisamente poco incline a suscitare amore nella moglie. Tra Tom e Polly nasce immediatamente un’attrazione irresistibile. Dopo alcuni incontri clandestini, i due decidono di abbandonare tutto e fuggire insieme verso San Francisco.
Su un cavallo rubato attraversano le terre desolate del Montana e dell’Idaho, inseguendo l’illusione di una nuova vita. Ma sulle loro tracce vengono presto mandati alcuni pistoleri assoldati da Harrington, e quella fuga romantica si trasforma in una corsa disperata attraverso un territorio ostile.
Un libro per chi ama i romanzi di frontiera
Barry racconta il West con una lingua sporca, poetica, ironica e sorprendentemente musicale. La frontiera che emerge dalle sue pagine è lontanissima dall’immagine romantica dei western tradizionali: è fredda, fangosa, violenta, popolata da uomini e donne allo sbando, da minatori, prostitute, ubriaconi e personaggi eccentrici che sembrano usciti da una ballata deformata e malinconica. È proprio il contrasto tra la brutalità degli eventi e la bellezza della prosa a rendere il libro così particolare. Barry riesce a trasformare una rissa, una sbornia, una fuga a cavallo o un paesaggio desolato in qualcosa di quasi mitico.
La sua scrittura possiede una forza visiva notevole e, allo stesso tempo, un umorismo nero che alleggerisce anche le situazioni più cupe. Tom e Polly sono, in fondo, due esuli. Entrambi cercano di lasciarsi alle spalle ciò che erano e di costruire una nuova identità lontano da casa, ma scoprono che fuggire non significa necessariamente liberarsi del proprio passato.
In questo senso l’origine irlandese di Barry assume un peso particolare: il West americano viene raccontato anche attraverso lo sguardo di chi conosce intimamente il significato dell’emigrazione, della perdita delle proprie radici e della ricerca di un luogo in cui poter finalmente ricominciare.
La storia d’amore tra Tom e Polly è quindi anche una storia di solitudine. Il loro desiderio di scappare insieme ha qualcosa di romantico e disperato allo stesso tempo: per un breve momento sembra possibile vivere fuori dalle regole e dal passato, ma la violenza del mondo che hanno lasciato alle spalle continua a inseguirli.
E se scappassimo senza mai voltarci indietro?
Il cuore d’inverno è, in definitiva, un western d’amore e di fuga, ma soprattutto un romanzo sull’impossibilità di ricominciare davvero da zero. Kevin Barry prende una storia apparentemente semplice e la trasforma, grazie a una prosa lirica, selvaggia e malinconicamente divertente, in una piccola epopea americana. Alla fine, più ancora delle vicende di Tom e Polly, ciò che resta è la voce dell’autore: una voce ruvida e poetica, capace di raccontare la disperazione con ironia e la violenza con una sorprendente bellezza.
Un romanzo selvaggio e malinconico, con una scrittura che non si dimentica facilmente. E forse, alla fine, la domanda non è tanto se Tom e Polly riusciranno a raggiungere San Francisco, ma se esista davvero un luogo abbastanza lontano da permetterci di non voltarci più indietro.

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