Quarant’anni dopo, Geralt di Rivia continua a camminare lungo le strade del Continente. Prima dei videogiochi, prima della serie televisiva, prima che il medaglione del lupo diventasse un’immagine riconoscibile in tutto il mondo, c’erano però i racconti di Andrzej Sapkowski e una domanda destinata ad attraversare tutta la sua opera: chi sono davvero i mostri? Nel mondo dello scrittore polacco la risposta non è mai semplice, perché le creature che Geralt viene pagato per uccidere possono dimostrarsi meno crudeli degli uomini, una principessa può essere contemporaneamente una ragazza da proteggere e la pedina decisiva di un conflitto politico, mentre scegliere il male minore significa scoprire che anche il male minore lascia dietro di sé delle vittime.
È da qui che bisogna partire per comprendere perché la nuova Collector’s Edition pubblicata da Nord sia qualcosa di più di una nuova veste editoriale. Realizzata per celebrare i quarant’anni del fenomeno “The Witcher”, raccoglie l’intera saga in tre grandi volumi, accompagnati dalle illustrazioni di copertina di Paolo Barbieri e da un poster integrato. Il primo volume racconta la nascita della leggenda, il secondo porta Geralt e Ciri dentro la guerra che sconvolge il Continente, il terzo conduce verso la conclusione della grande storia e comprende anche “La stagione delle tempeste”. Tre libri che permettono soprattutto di tornare al Geralt originario e di scoprire quanto il mondo creato da Sapkowski sia più politico, ambiguo e profondamente umano di quanto l’immagine del cacciatore di mostri potrebbe far pensare.
“The Witcher”, molto più di una saga fantasy
Geralt è uno strigo. Il suo corpo è stato trasformato dalle erbe, dalle pozioni e dall’addestramento di Kaer Morhen per renderlo capace di affrontare kikimore, basilischi e altre creature che popolano un mondo nel quale attraversare una foresta può significare non uscirne vivi. È un uomo modificato per combattere ciò che gli uomini chiamano mostruoso, eppure Sapkowski costruisce proprio intorno a questa professione uno dei grandi paradossi della saga. Più Geralt incontra mostri, più diventa difficile stabilire dove finisca la mostruosità della creatura e cominci quella dell’essere umano.
È uno dei motivi per cui “The Witcher” continua a distinguersi da molto fantasy costruito intorno alla contrapposizione tra bene e male. Sapkowski preferisce il territorio instabile delle conseguenze. Il suo Continente è attraversato da guerre, persecuzioni, rivalità razziali, espansionismo, giochi diplomatici e lotte per il potere. Umani, elfi, nani e altre popolazioni convivono dentro una società segnata dal conflitto, mentre sovrani, maghi e imperi utilizzano gli individui come strumenti di progetti molto più grandi di loro.
Persino la neutralità di Geralt diventa problematica. Lo strigo vorrebbe poter scegliere soltanto quali mostri affrontare e restare fuori dalle dispute degli uomini, ma il mondo continua a costringerlo a prendere posizione. Il famoso problema del “male minore” attraversa così l’intera costruzione morale del personaggio: scegliere è inevitabile, e rifiutarsi di farlo può essere esso stesso una scelta.
È qui che la saga assume una dimensione sorprendentemente moderna. Dietro spade, sortilegi e profezie, “The Witcher” parla del modo in cui costruiamo il diverso, decidiamo chi appartiene alla comunità e trasformiamo qualcuno in un nemico. E Geralt, che non è completamente uomo ma nemmeno mostro, vive precisamente sul confine che gli altri vorrebbero mantenere netto.
“The Witcher. Collector’s Edition. Volume 1” di Andrzej Sapkowski, Nord
Il primo volume della Collector’s Edition contiene “Il crocevia dei corvi”, “Il guardiano degli innocenti” e “La spada del destino”. È il punto dal quale entrare nell’universo letterario di Sapkowski e, soprattutto, quello in cui possiamo osservare la progressiva costruzione di Geralt prima che la sua vicenda venga travolta dalla grande storia di Ciri.
La scelta di aprire con “Il crocevia dei corvi” consente di incontrare un Geralt ancora giovane, appena uscito da Kaer Morhen. Il codice morale che associamo al personaggio deve ancora confrontarsi con il mondo reale, quello in cui distinguere il bene dal male è molto più difficile che riconoscere un mostro da un bestiario. Sapkowski costruisce così un eroe particolare: Geralt possiede capacità eccezionali, ma la sua vera battaglia riguarda continuamente l’interpretazione della realtà. Sapere come uccidere una creatura non significa sapere se quella creatura meriti davvero di essere uccisa.
“Il guardiano degli innocenti” e “La spada del destino” portano questa ambiguità nel cuore della mitologia di “The Witcher”. Sapkowski recupera elementi delle fiabe e del folklore europeo per deformarli, contaminarli e soprattutto sottrarli alle rassicuranti divisioni morali della tradizione. Principesse, maledizioni, creature magiche e desideri esauditi sopravvivono, ma vengono inseriti in un mondo dove ogni favola sembra aver perso la propria innocenza. Il meraviglioso continua a esistere, semplicemente non promette più che i buoni saranno ricompensati.
È inoltre qui che acquistano progressivamente importanza le relazioni destinate a definire Geralt. Yennefer non rappresenta soltanto l’amore romantico del protagonista: il loro rapporto è fatto di attrazione, separazioni, orgoglio e impossibilità di recidere completamente il legame. Poi arriva Ciri e il concetto di destino, continuamente evocato dalla saga, smette di essere soltanto una forza astratta.
Il fascino del primo volume sta proprio nella possibilità di osservare questi elementi mentre prendono forma. Il cacciatore solitario comincia lentamente a essere definito dalle persone alle quali si lega. L’uomo che cerca di non appartenere a nessuno scopre di non poter attraversare il mondo senza lasciare che qualcuno diventi importante.
E allora i mostri diventano quasi il problema meno difficile. Perché una kikimora può essere studiata, combattuta e uccisa. Molto più complicato è decidere che cosa sia giusto fare quando dall’altra parte della spada c’è un essere umano.
“The Witcher. Collector’s Edition. Volume 2” di Andrzej Sapkowski, Nord
Il secondo volume riunisce “Il sangue degli elfi”, “Il tempo della guerra” e “Il battesimo del fuoco”, e segna un cambiamento fondamentale. Il mondo si allarga, la politica invade definitivamente la narrazione e Ciri passa al centro di una lotta nella quale quasi tutti sembrano sapere cosa dovrebbe diventare, tranne lei.
Cintra è caduta. Nilfgaard ha massacrato la famiglia reale e Ciri è sopravvissuta, legata a Geralt da un destino che ormai nessuno può più ignorare. A Kaer Morhen la ragazza trova temporaneamente protezione, ma essere al sicuro non significa essere libera. Dentro di lei esiste infatti qualcosa che re, maghi e imperatori desiderano controllare: il Sangue Antico.
Ed è proprio attraverso Ciri che uno dei temi più potenti della saga diventa evidente. Che cosa significa essere trasformati dagli altri in un destino? Ciri è una ragazza, ma gli altri vedono continuamente in lei qualcos’altro: un’erede, una profezia, un potere, una risorsa politica, una possibile salvezza o una minaccia. Il suo corpo e il suo futuro diventano terreno di conquista.
Sapkowski costruisce così un fantasy nel quale la profezia perde gran parte della sua dimensione romantica. Essere “la prescelta” non significa ricevere un privilegio, ma rischiare di perdere il diritto di decidere della propria esistenza. Intorno a Ciri si muovono sovrani, maghi e spie, mentre l’impero di Nilfgaard avanza e i Regni del Nord precipitano verso una guerra sempre più devastante.
Geralt, nel frattempo, cambia insieme a lei. L’uomo che aveva fatto della neutralità una difesa personale è costretto a riconoscere che esistono legami davanti ai quali restare neutrali non è più possibile. Quando Ciri scompare durante gli eventi di Thanedd, la ricerca della ragazza diventa un viaggio attraverso un Continente lacerato.
Ed è forse nella guerra che Sapkowski mostra il volto più duro del proprio universo. Le grandi decisioni vengono prese nei palazzi, ma sono villaggi, famiglie e individui a pagarne il prezzo. Il fantasy epico viene così continuamente riportato alla dimensione concreta delle conseguenze.
“Il battesimo del fuoco” aggiunge infine un elemento fondamentale: Geralt non può più essere semplicemente il solitario. Intorno a lui nasce una compagnia improbabile, costruita attraverso incontri e alleanze che dimostrano quanto l’identità della saga dipenda dai legami scelti oltre che da quelli imposti dal destino.
Se il primo volume raccontava come nasce una leggenda, il secondo racconta qualcosa di più doloroso: cosa accade quando quella leggenda viene trascinata dentro la Storia.
“The Witcher. Collector’s Edition. Volume 3” di Andrzej Sapkowski, Nord
Il terzo volume della Collector’s Edition raccoglie “La torre della rondine”, “La signora del lago” e “La stagione delle tempeste”. È la parte in cui le linee narrative convergono, la caccia a Ciri raggiunge il proprio punto più feroce e la saga porta alle estreme conseguenze la domanda che la attraversa fin dall’inizio: possiamo davvero sfuggire alla storia che gli altri hanno scritto per noi?
Ciri è ormai lontanissima dalla principessa che avevamo incontrato all’inizio. Il mondo ha tentato ripetutamente di possederla, utilizzarla, proteggerla, educarla, catturarla e trasformarla. Ogni esperienza ha lasciato una ferita e allo stesso tempo contribuito alla formazione di una giovane donna sempre meno disposta ad accettare il ruolo assegnatole.
Quando viene chiamata Signora del Lago, il titolo sembra possedere la grandezza delle leggende. Ma Sapkowski ha trascorso l’intera saga insegnandoci a diffidare delle leggende. Dietro il nome rimane una persona braccata da forze che vedono nel Sangue Antico qualcosa da controllare. Persino la gentilezza può nascondere una prigione. Gli elfi che la accolgono, curano le sue ferite e la trattano come una principessa non cancellano il problema fondamentale: Ciri continua a essere osservata attraverso ciò che può rappresentare per gli altri.
È qui che il percorso del personaggio acquista tutta la propria forza. La profezia riguarda il futuro del mondo, ma Ciri combatte per qualcosa di apparentemente molto più piccolo e in realtà essenziale: il diritto di appartenere a se stessa.
Geralt continua nel frattempo a cercarla. Il loro legame ha ormai superato l’idea stessa del destino. Una delle intuizioni più belle della saga è proprio questa: ciò che inizialmente sembra un vincolo imposto da una forza superiore diventa autentico soltanto quando viene scelto. Geralt, Yennefer e Ciri finiscono per costruire qualcosa che assomiglia a una famiglia proprio in un universo ossessionato dal sangue, dalle genealogie e dalle dinastie.
Il terzo volume porta inoltre in primo piano la Caccia Selvaggia, guerre e conflitti che spingono la dimensione fantastica verso territori sempre più ampi. Eppure Sapkowski continua a riportare il lettore alle persone. Il destino dei regni conta, ma conta anche ciò che la violenza fa a chi attraversa quei regni.
“La stagione delle tempeste”, inserita in questo terzo tomo, consente infine di ritornare a Geralt e al mestiere dello strigo, quasi chiudendo simbolicamente il cerchio. Dopo aver assistito alla trasformazione di una storia di mostri in una saga di guerre, profezie, persecuzioni e legami familiari, possiamo guardare nuovamente l’uomo con le due spade e comprenderlo in maniera diversa.
Perché Geralt non è diventato memorabile soltanto per i mostri che ha sconfitto. Lo è soprattutto per tutte le volte in cui ha scoperto che estrarre la spada era la parte più semplice.
Perché “The Witcher” è ancora uno dei fantasy più interessanti da leggere
Ridurre “The Witcher” alla storia di un cacciatore di mostri significherebbe perdere proprio ciò che rende l’universo di Sapkowski così affascinante. Il Continente è un luogo fantastico, ma le sue tensioni sono profondamente riconoscibili. Il pregiudizio crea nemici, la politica costruisce narrazioni utili al potere, le guerre trasformano gli individui in numeri e chi viene percepito come diverso è continuamente costretto a dimostrare il proprio diritto a esistere.
Gli elfi possono essere vittime della persecuzione e contemporaneamente compiere scelte terribili. Gli uomini possono presentarsi come difensori della civiltà e comportarsi in maniera mostruosa. I maghi possono proclamare grandi ideali mentre combattono per il controllo. Persino Geralt, con il suo codice, scopre continuamente che avere dei principi non significa sapere automaticamente quale sia la scelta giusta.
Sapkowski rifiuta così la comodità morale. Il suo mondo non suggerisce che bene e male non esistano, ma mostra quanto sia difficile riconoscerli quando vengono filtrati da interessi, paura e potere. È una differenza importante: l’ambiguità di “The Witcher” non coincide con il cinismo, perché Geralt continua comunque a scegliere, proteggere, sbagliare e provare a limitare il male che incontra.
E al centro di tutto rimangono i legami. Geralt, Yennefer e Ciri non formano una famiglia perché una genealogia li obbliga a esserlo. Diventano una famiglia perché continuano, dolorosamente, a scegliersi.
Una Collector’s Edition per i 40 anni di “The Witcher”
Anche per questo l’operazione editoriale di Nord ha un significato particolare. La Collector’s Edition celebra i quarant’anni del fenomeno “The Witcher” raccogliendo l’intera saga in tre volumi cartonati, con illustrazioni di copertina firmate da Paolo Barbieri e poster integrato. Le tre copertine scelgono inoltre di mettere visivamente al centro figure diverse, accompagnando il passaggio dalla leggenda di Geralt alla storia di Ciri.
Il primo volume comprende “Il crocevia dei corvi”, “Il guardiano degli innocenti” e “La spada del destino”; il secondo “Il sangue degli elfi”, “Il tempo della guerra” e “Il battesimo del fuoco”; il terzo “La torre della rondine”, “La signora del lago” e “La stagione delle tempeste”. È quindi un’edizione pensata sia per chi conosce già Geralt e desidera riunire la saga in una veste da collezione, sia per chi è arrivato a questo universo attraverso altri media e vuole finalmente incontrare i personaggi là dove tutto è cominciato: sulla pagina.
Ed è forse questo il modo migliore per celebrare quarant’anni di “The Witcher”. Tornare prima delle immagini, delle trasposizioni e dell’enorme fenomeno popolare. Tornare a Geralt che percorre una strada senza sapere ancora quale scelta lo aspetti al prossimo crocevia. Tornare a Ciri che lotta perché il proprio destino appartenga finalmente a lei. Tornare a Yennefer, ai mostri, alle guerre, alle profezie e soprattutto a quella zona grigia nella quale Sapkowski ha costruito il suo mondo.
Perché dopo quarant’anni Geralt di Rivia continua a ricordarci che riconoscere un mostro è facile quando ha artigli e zanne. Il difficile comincia quando ha un volto umano.

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