La lingua italiana è ricca di insidie, specialmente quando si tratta di scegliere la preposizione giusta per accompagnare un verbo. Uno dei dubbi più frequenti, che prima o poi assale sia chi scrive per professione sia chi si trova a redigere un semplice messaggio formale, riguarda l’uso del verbo “diffidare”. La domanda specifica che spesso ci si pone è: si dice “diffidare delle apparenze” o “diffidare dalle apparenze”?
Per tagliare subito la testa al toro e fugare ogni dubbio, diamo immediatamente la risposta corretta: la forma esatta e inequivocabile è “diffidare DELLE apparenze”. Ma la questione non si esaurisce certo in una semplice correzione. Come quasi sempre accade nella nostra meravigliosa lingua, dietro la scelta di una piccola preposizione si nascondono regole sintattiche precise e, in questo caso specifico, anche una fondamentale distinzione di significato che la stessa Accademia della Crusca ha avuto modo di approfondire in merito a costrutti simili.
Il significato comune: diffidare come “non fidarsi”
Quando usiamo il verbo “diffidare” nel linguaggio di tutti i giorni, lo facciamo quasi sempre con il significato di “non avere fiducia”, “sospettare”, “essere scettici” nei confronti di qualcuno o di qualcosa. In questa sua accezione principale, il verbo è intransitivo e richiede tassativamente l’uso della preposizione “di”.
Per questo motivo, la grammatica ci impone di dire e scrivere: “diffidare delle apparenze” (cioè, non fidarsi di esse), “diffidare degli sconosciuti”, “diffidare dei facili guadagni”. Un ottimo trucco mnemonico per non sbagliare mai è ricordare uno degli slogan pubblicitari più celebri della storia della televisione italiana: “Diffidate delle imitazioni!”. Nessun pubblicitario si sognerebbe mai di scrivere “dalle imitazioni”.
L’etimologia, come spesso accade, ci viene in soccorso per comprendere la logica di questa regola. Il verbo deriva dal latino diffidĕre, un termine composto dalla particella dis- (che in questo contesto indica separazione, allontanamento o valore negativo) e dal verbo fidĕre (fidarsi). Esattamente come diciamo “mi fido DI te” o “ho fiducia IN te/DI te”, allo stesso modo, quando ribaltiamo il concetto in negativo, dobbiamo mantenere la stessa radice concettuale: “diffido DI te”. La reggenza preposizionale rimane legata al concetto di (mancanza di) fiducia.
Perché nasce l’errore “dalle”?
Se la regola è così chiara e cristallina, perché molte persone sono fortemente tentate di dire “diffidare dalle apparenze”? L’errore nasce quasi certamente per un meccanismo psicologico e linguistico di analogia con altri verbi che esprimono concetti simili di allontanamento, difesa o precauzione.
Pensiamo a espressioni di uso comune come “guardarsi da”, “difendersi da”, “tenersi alla larga da”, “proteggersi da”. In tutti questi casi, la preposizione “da” indica un moto da luogo figurato, una vera e propria separazione fisica o mentale da un pericolo imminente. Poiché “diffidare” implica un atteggiamento di difesa nei confronti di qualcosa di potenzialmente ingannevole (come le apparenze, appunto), il parlante è istintivamente portato ad applicare la preposizione “da”, trattando il verbo come sinonimo di “stare lontano”. Tuttavia, dal punto di vista strettamente grammaticale, si tratta di una sovrapposizione errata.
Il caso giuridico: diffidare “a” o “dal” fare qualcosa
Il discorso cambia radicalmente, e le carte in tavola si mescolano, se entriamo nel rigido e formale campo del diritto e della burocrazia. Ed è proprio qui che entra in gioco l’illuminante consulenza dell’Accademia della Crusca.
Esiste infatti una seconda accezione del verbo “diffidare”, specifica del linguaggio giuridico-amministrativo. In questo particolare contesto, “diffidare” si trasforma in un verbo transitivo e assume il significato di “intimare ufficialmente a qualcuno di compiere o non compiere una determinata azione”, spesso con l’esplicito avvertimento che, in caso di inosservanza, si ricorrerà alle vie legali (è il caso della ben nota “lettera di diffida”).
In questa veste giuridica, il verbo regge un complemento oggetto diretto (la persona a cui è rivolta l’intimazione: “diffido te”) seguito da una proposizione subordinata. Ma quale preposizione si usa per introdurre l’azione? L’Accademia della Crusca ci spiega che esistono due casistiche distinte in base all’obiettivo dell’intimazione:
Diffidare a fare qualcosa: si utilizza quando si intima a qualcuno di compiere un’azione positiva e propositiva. Ad esempio: “L’avvocato ha diffidato il debitore a pagare la somma pattuita entro e non oltre dieci giorni”. In questo caso, lo scopo della diffida è far sì che un’azione venga effettivamente eseguita.
Diffidare dal fare qualcosa: si utilizza quando si intima a qualcuno di astenersi dal compiere un’azione, di cessare immediatamente un comportamento lesivo. Ad esempio: “Il giudice ha diffidato l’azienda dal continuare a utilizzare quel marchio registrato”. Qui l’uso della preposizione “da” articolata (“dal”) è assolutamente corretto e necessario, perché esprime con forza il concetto di allontanamento e astensione dall’azione.
Come nota la Crusca, la forma “diffidare a non fare qualcosa”, pur essendo teoricamente comprensibile, risulta stilisticamente più pesante e molto meno elegante e precisa rispetto al più diretto “diffidare dal fare”.
Diffidare: un verbo, due mondi
Per non perdersi in questo piccolo ma insidioso labirinto linguistico, basta tenere a mente il contesto e il significato esatto che vogliamo comunicare.
Se stiamo esprimendo il nostro atteggiamento di prudenza e scetticismo quotidiano verso il mondo, stiamo usando il verbo intransitivo della fiducia negata. In questo scenario, non ci sono deroghe o eccezioni: dobbiamo categoricamente diffidare DELLE apparenze, diffidare delle false promesse e diffidare di chi offre soluzioni troppo semplici. La preposizione “di” è la nostra unica opzione corretta.
Se invece ci troviamo a redigere un documento legale e stiamo inviando un’ingiunzione formale per bloccare un comportamento illecito di un’altra persona, allora potremo usare la preposizione “da”, rendendo il verbo transitivo: “La diffido DAL continuare a importunarmi”.
L’italiano si conferma ancora una volta una lingua di meravigliose sfumature, dove la scelta di una singola particella può trasformare un’impressione personale in un’ingiunzione legale vincolante. Ma per fortuna, sulle questioni di fiducia e sulle apparenze, la regola non ammette repliche.

Condividi questo articolo