Che il mondo delle parole sia un territorio dai confini mobili è evidente. Come ogni territorio, anche quello del linguaggio cambia nel tempo: alcune parole entrano, altre si trasformano, altre ancora smettono di essere utilizzate.
È proprio questa costante trasformazione che definisce l’intimo rapporto che lega l’essere umano al linguaggio.
Non stupisce allora che, fin dalle prime pagine della Genesi, all’uomo venga affidato un compito che dice molto di questo legame: dare un nome alle cose. Dio, infatti, conduce davanti a Adamo gli esseri viventi “per vedere come li avrebbe chiamati”.
Dare forma al mondo e costruire il pensiero attraverso le parole
Nominare significa distinguere, riconoscere e dare forma. Una parola permette di separare una cosa dall’altra e di trasformare ciò che è indistinto in qualcosa che può essere compreso e condiviso.
Le parole, però, non si limitano a definire il reale nominandolo: contribuiscono a costruire il pensiero. Più una lingua permette di precisare e mettere in relazione concetti diversi, più ampio e complesso può diventare lo spazio in cui il pensiero si muove.
La letteratura è lo spazio privilegiato nel quale un pensiero può svilupparsi sulla pagina, contraddirsi, tornare sui propri passi, aggiungere una sfumatura, creare nessi apparentemente invisibili.
La scrittura letteraria, quindi, non solo racconta qualcosa, ma accompagna il lettore dentro il modo in cui quel qualcosa prende forma.
David Grossman e le parole come spazio per incontrarsi
In particolare, l’opera di David Grossman sembra spingersi ancora più in profondità, affidando al linguaggio un potere quasi chirurgico: quello di incidere nella superficie delle persone per raggiungere ciò che normalmente rimane nascosto.
In “Che tu sia per me il coltello“, romanzo epistolare costruito attorno alla relazione tra Yair e Miriam, le parole diventano lo spazio attraverso cui due persone cercano di raggiungersi. Non sono soltanto uno strumento per comunicare: diventano il mezzo attraverso il quale mostrarsi, interrogarsi, esporsi all’altro.
“Sai, a volte, mentre ti scrivo, provo una strana sensazione, totalmente fisica, come se prima di poterti parlare fossi costretto a vedere le parole che mi abbandonano in una lunga fila per giungere fino a te, per consegnarsi nelle tue mani”.
Nelle pagine di Grossman, la parola recupera così una delle sue funzioni più profonde: prende vita e crea un ponte tra ciò che siamo e ciò che l’altro può comprendere di noi.
Ma oggi questo modello, che cerca nelle parole un modo per abbracciare il mondo, sembra vivere un paradosso.
Mai come nel nostro tempo siamo stati immersi nelle parole. Messaggi, notifiche, commenti, post, email, conversazioni istantanee: la comunicazione digitale ha moltiplicato le occasioni in cui leggiamo e produciamo linguaggio.
Eppure, proprio nell’epoca dell’abbondanza, qualcosa sembra essersi ristretto. Non la possibilità di comunicare, chiaramente, ma il ventaglio delle parole alle quali sappiamo attingere.
Il rapporto tra linguaggio e pensiero secondo Andrea Bariselli
Andrea Bariselli, psicologo e neuroscienziato, ha dedicato parte della sua riflessione proprio al rapporto tra linguaggio e pensiero, mostrando come la progressiva perdita delle parole non sia soltanto un impoverimento del vocabolario, ma possa incidere sulla nostra capacità di elaborare ciò che proviamo e pensiamo.
“Ogni parola che perdiamo è un pezzo di mondo che si spegne. Senza linguaggio, l’emozione esplode cieca, il pensiero si contrae, l’altro scompare”, scrive.
Ma il nostro tempo presenta un paradosso ulteriore. La velocità ci spinge verso le parole più immediate: quelle che affiorano per prime, sufficientemente vicine a ciò che vorremmo dire, ma non sempre capaci di rappresentarlo fino in fondo.
Il problema, allora, non riguarda soltanto il ventaglio delle parole che abbiamo a disposizione. Riguarda anche il tempo che concediamo loro.
Una parola può essere letta, commentata e dimenticata nel giro di pochi secondi. Eppure, una parola dentro una frase è già più complessa. Dentro un testo acquista una storia, una relazione, una direzione. È il contesto a permetterle di assumere sfumature, ambiguità, persino significati diversi.
Forse è proprio questo che rischiamo di perdere. Non le parole soltanto, ma il tempo necessario per lasciarle diventare pensiero.
Diamo il giusto tempo alle parole capaci di far pensare
Quando la comunicazione è sempre più costruita sull’immediatezza e sulla capacità di catturare l’attenzione in pochi secondi, i 30 secondi di uno spot pubblicitario diventano quasi l’immagine emblematica di questa logica. In una comunicazione così rapida, anche il pensiero rischia di perdere spazio.
Non perché una frase breve sia necessariamente meno profonda di una lunga, ma perché la sintesi continua lascia meno spazio alla precisazione, alla correzione e alla possibilità di aggiungere un pensiero a quello appena formulato.
Una parola, da sola, può dire qualcosa. È nel contesto che comincia a far pensare. E trenta secondi, spesso, non sono sufficienti.

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