Ci sono opere d’arte che ci scrutano dentro, ci interrogano e, talvolta, ci guariscono. “Il ritorno del figliol prodigo”, dipinto dal maestro olandese Rembrandt van Rijn intorno al 1668, è senza dubbio una di queste. Questo quadro è un testamento spirituale, un abbraccio dipinto sulla tela che ha il potere di commuovere chiunque vi posi lo sguardo. Ma cosa rende quest’opera così magnetica? Quali segreti nasconde tra le sue pennellate cariche di luce e ombra, e, soprattutto, cosa ha da insegnare a noi, donne e uomini del ventunesimo secolo?
Per ammirare questa tela monumentale (misura ben 262 x 205 cm) bisogna compiere un viaggio fino in Russia. L’opera è infatti conservata al Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo. Acquistata nel 1766 dalla zarina Caterina la Grande, la tela troneggia in una delle sale dedicate all’arte olandese del Seicento. C’è un paradosso affascinante in questo: un’opera che parla di miseria, di spoliazione e di amore umile e silenzioso si trova esposta in uno dei palazzi più sfarzosi e opulenti della storia umana, quasi a ricordarci che la vera ricchezza non risiede nell’oro, ma nella capacità di perdonare.
“Il ritorno del figliol prodigo” di Rembrant: la luce nel buio
La scena raffigura il momento culminante dell’omonima parabola narrata nel Vangelo di Luca. Il figlio minore, dopo aver sperperato metà del patrimonio paterno in una vita dissoluta, torna a casa lacero e affamato.
Rembrandt, maestro indiscusso del chiaroscuro, immerge lo sfondo in un’oscurità densa e terrosa, facendo emergere i protagonisti attraverso una luce calda e teatrale che sembra scaturire non da una fonte esterna, ma dall’abbraccio stesso.
Il figlio è in ginocchio, di spalle. Il suo aspetto è quello di un reietto: ha la testa rasata come un carcerato, a simboleggiare la perdita della propria identità e dignità. I suoi vestiti sono stracci, e i piedi raccontano il suo doloroso viaggio: un piede è scalzo, ferito, mentre l’altro indossa un sandalo sfondato.
Sopra di lui si china il padre. Il suo volto è quello di un uomo anziano, consumato dall’attesa. Gli occhi sono socchiusi, quasi ciechi: Rembrandt ci suggerisce che l’amore di questo padre non ha bisogno di vedere i peccati del figlio, ma solo di percepirne il ritorno. Avvolto in un ricco mantello rosso, colore della regalità ma anche del sangue e della passione, il padre si piega in un gesto di totale accoglienza.
Sulla destra, avvolto nell’ombra, si erge il fratello maggiore. Il suo volto è duro, le mani incrociate in un gesto di chiusura, il portamento rigido. Rappresenta il giudizio, la legge che non riesce a comprendere la gratuità della misericordia.
Aneddoti e curiosità: il segreto delle mani e il dramma dell’artista
C’è un dettaglio in quest’opera che, una volta notato, cambia per sempre il modo in cui la si guarda: le mani del padre. Se le si osserva con attenzione, si noterà che sono diverse l’una dall’altra. La mano sinistra (quella sulla spalla del figlio) è forte, nodosa, maschile: è la mano di un padre che sostiene, che protegge e che stringe a sé. La mano destra, invece, è più sottile, liscia, elegante: è una mano femminile, materna, che accarezza e consola. Con questo tocco geniale, Rembrandt ci dice che Dio (o l’Amore perfetto) racchiude in sé sia la forza paterna che la dolcezza materna.
Un altro aneddoto fondamentale riguarda la vita dell’artista. Rembrandt dipinse quest’opera negli ultimissimi anni della sua vita (morì nel 1669). All’epoca, il pittore era un uomo distrutto: aveva perso l’amatissima moglie Saskia, la compagna Hendrickje, e ben quattro figli, tra cui il diletto Titus, morto poco prima della realizzazione dell’opera. Inoltre, aveva perso tutte le sue ricchezze ed era caduto in rovina.
Rembrandt non sta solo dipingendo una storia biblica; sta dipingendo se stesso. Egli è il figlio prodigo che ha sperperato la sua fortuna, ma è anche il padre anziano e stanco, che ha conosciuto il dolore più nero e ora anela solo alla pace dell’anima.
Un’ultima curiosità letteraria: questo quadro ha cambiato letteralmente la vita di Henri Nouwen, famoso sacerdote e scrittore olandese. Dopo aver visto una riproduzione del dipinto, Nouwen ne divenne ossessionato, andò a San Pietroburgo per passargli ore davanti e scrisse uno dei libri di spiritualità più letti al mondo: L’abbraccio benedicente (in originale proprio The Return of the Prodigal Son), dimostrando come un quadro possa ispirare grande letteratura.
Cosa ci insegna oggi questo quadro
“Il ritorno del figliol prodigo” ci lascia un insegnamento di una potenza disarmante, valido per chiunque, credente o meno. In primo luogo, ci insegna il coraggio della vulnerabilità. Il figlio torna sconfitto, non ha più nulla da difendere, nessuna maschera da indossare. Rembrandt ci dice che solo quando accettiamo la nostra fragilità e il nostro fallimento possiamo davvero essere accolti e amati per ciò che siamo.
In secondo luogo, ci pone davanti a uno specchio. Come suggerisce Nouwen, nella vita noi attraversiamo tutte le fasi di questo dipinto. A volte siamo il figlio ribelle, che sbaglia e cerca la strada di casa. Molto spesso siamo il fratello maggiore, risentiti, invidiosi, prigionieri del nostro senso del dovere e incapaci di gioire per il successo o il perdono altrui.
Ma il vero obiettivo, l’insegnamento supremo di Rembrandt, è che il traguardo della vita è diventare il Padre. Ci invita a smettere di giudicare gli altri per i loro passi falsi, a deporre il bastone del fratello maggiore e ad aprire le braccia. Ci insegna che l’amore più alto è quello che offre rifugio. In un mondo dominato dal giudizio dei social media e dalla performance a tutti i costi, le mani del padre di Rembrandt sono il promemoria di cui avevamo disperatamente bisogno: c’è sempre una casa, c’è sempre un abbraccio, c’è sempre la possibilità di ricominciare.
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