“Autoritratto in verde”, il romanzo di Marie NDiaye che racconta le donne che abitano dentro di noi

Come si costruisce un autoritratto quando guardarsi direttamente sembra impossibile? Marie NDiaye sceglie di farlo attraverso altre donne, presenze enigmatiche che appaiono e scompaiono, cambiano volto, appartengono al presente oppure al passato e sembrano possedere qualcosa della narratrice senza coincidere mai completamente con lei. Autoritratto in verde, pubblicato originariamente in Francia nel 2005 e uscito…

“Autoritratto in verde”, il romanzo di Marie NDiaye che racconta le donne che abitano dentro di noi

Come si costruisce un autoritratto quando guardarsi direttamente sembra impossibile? Marie NDiaye sceglie di farlo attraverso altre donne, presenze enigmatiche che appaiono e scompaiono, cambiano volto, appartengono al presente oppure al passato e sembrano possedere qualcosa della narratrice senza coincidere mai completamente con lei.

Autoritratto in verde, pubblicato originariamente in Francia nel 2005 e uscito in Italia per Prehistorica Editore il 18 settembre 2026, nella traduzione di Antonella Conti e con la cura di Ornella Tajani, nasce proprio dal rovesciamento delle regole dell’autobiografia.  Invece di mettere ordine nei ricordi e restituire al lettore una versione coerente di sé, NDiaye entra nell’incertezza, lascia che memoria e immaginazione si contaminino e trasforma il racconto personale in qualcosa che assomiglia sempre di più a un sogno inquieto.

“Autoritratto in verde” di Marie NDiaye, tradotto da Antonella Conti,  Prehistorica Editore

Al centro del libro troviamo una narratrice senza nome ossessionata dalle apparizioni di misteriose donne in verde, figure che incontra o ricorda mentre si sposta tra Parigi, Marsiglia e l’Africa. Possono essere reali oppure immaginarie, vive oppure morte, seducenti, minacciose o familiari, ma ognuna sembra condurla verso una zona differente della propria identità.

Sullo sfondo scorre intanto la Garonna, il fiume vicino al quale la protagonista vive con la famiglia e che minaccia di tracimare, creando fin dalle prime pagine una sensazione di pericolo imminente. L’opera procede in forma diaristica e, invece di risolvere progressivamente il mistero delle apparizioni, accumula dubbi: chi sono davvero queste donne e perché il verde continua a unirle? Dove termina il ricordo e comincia l’invenzione? La ricerca di una risposta diventa così una discesa dentro la memoria, la famiglia e una percezione di sé che sembra continuamente sul punto di sfuggire.

L’elemento più interessante è che dietro questa atmosfera quasi fantastica esiste una precisa matrice autobiografica. NDiaye ha raccontato di essersi trasferita con la famiglia nel 2001 in un villaggio della Gironda, vicino alla Garonna, dopo un periodo difficile, e di aver percepito quel territorio contemporaneamente come minaccioso e protettivo. 

Anche le donne in verde entrano in relazione con figure appartenenti alla sua esperienza: la critica ha individuato tra loro presenze familiari, amiche e soprattutto la madre, ma il testo impedisce continuamente di ridurle a semplici ritratti realistici.  È precisamente in questo passaggio che l’autobiografia diventa letteratura: NDiaye non utilizza la realtà per raccontare semplicemente ciò che è successo, ma la deforma finché il ricordo assume la consistenza instabile dell’immaginazione.

Un autoritratto nel quale l’autrice quasi scompare

La parola “autoritratto” suggerirebbe una promessa precisa: alla fine del libro dovremmo conoscere meglio chi lo ha scritto. NDiaye sovverte invece questa aspettativa perché più cerca se stessa, più la sua immagine sembra moltiplicarsi nelle altre. Il progetto originario nacque proprio da una richiesta di Colette Fellous, che invitò la scrittrice a realizzare un autoritratto per la collana Traits et portraits di Mercure de France.

La risposta di NDiaye fu però tutt’altro che una confessione tradizionale: costruì un’opera ibrida nella quale racconto, autobiografia, fotografia, sogno e fantastico diventano difficili da separare.  Il risultato è un libro che sembra domandare se raccontare se stessi significhi necessariamente stabilire una verità definitiva sulla propria identità oppure se sia possibile farlo lasciando emergere contraddizioni, zone oscure e immagini che non riusciamo pienamente a interpretare.

Questa scelta rende Autoritratto in verde particolarmente interessante anche come riflessione sulla memoria. Un ricordo non torna necessariamente nella forma ordinata con cui vorremmo inserirlo nella nostra storia personale: può essere incompleto, modificarsi nel tempo, sovrapporsi ad altri ricordi o assumere significati nuovi alla luce di ciò che siamo diventati.

La narratrice di NDiaye sembra muoversi proprio dentro questa instabilità, incontrando donne che funzionano contemporaneamente come persone e figure letterarie. Uno studio dedicato all’opera sottolinea infatti come il libro metta in discussione insieme generi letterari, rappresentazione fotografica e identità, facendo diventare porosi i confini che normalmente utilizziamo per separare realtà e invenzione.  L’autoritratto non ricompone quindi una personalità frammentata: accetta che la frammentazione possa essere la forma più autentica attraverso cui rappresentarla.

Chi sono le misteriose donne in verde?

È proprio il verde a creare il filo invisibile che unisce figure apparentemente differenti. Alcune appartengono alla famiglia, altre emergono dal passato della narratrice, altre ancora sembrano possedere la consistenza di apparizioni.

La critica francese ha osservato come queste donne assumano caratteristiche continuamente mutevoli: possono essere seducenti, materne, inquietanti, fredde o minacciose e non possiedono mai un’identità unica capace di spiegare tutte le altre.  Nell’edizione italiana vengono presentate soprattutto come presenze femminili che rinviano al materno, ed è una chiave importante perché permette di leggere la loro ricorrenza non soltanto come espediente fantastico, ma come manifestazione di un rapporto complesso con le genealogie femminili e con ciò che la protagonista riconosce o rifiuta dentro di sé.

La madre occupa inevitabilmente un posto particolare in questa costellazione, ma sarebbe riduttivo trasformare tutte le donne verdi in una semplice allegoria materna. Esse sembrano piuttosto raccogliere differenti possibilità del femminile e, contemporaneamente, differenti parti dell’identità della narratrice: ciò che desidera, ciò che teme, ciò che non comprende e forse ciò che potrebbe diventare.

È significativo che una delle descrizioni dell’edizione originale presenti la madre stessa come una donna verde continuamente trasformabile, capace di sottrarsi a una definizione stabile.  Il colore diventa allora meno un codice da decifrare che un segnale di appartenenza a uno stesso territorio psichico, quello nel quale l’altro e il sé cominciano a confondersi e ogni incontro finisce per rivelare qualcosa di chi sta guardando.

La Garonna che sale insieme alla paura

Accanto alle donne esiste un altro vero personaggio del libro: la Garonna. L’opera si apre nel dicembre 2003 con il livello del fiume che continua a salire mentre gli abitanti aspettano di capire se gli argini riusciranno a contenerlo.  NDiaye costruisce così fin dall’inizio una minaccia che è concretissima e contemporaneamente simbolica.

L’acqua cresce mentre crescono il disagio e l’ossessione della narratrice; il confine tra fiume e terra diventa fragile proprio mentre si fanno più incerti quelli tra passato e presente, persone reali e apparizioni, memoria e fantasia. La critica ha letto questa corrispondenza come uno degli elementi strutturali dell’opera: pagina dopo pagina l’acqua sembra penetrare metaforicamente nel testo, rendendo porose tutte le separazioni sulle quali normalmente facciamo affidamento. 

La metafora funziona perché una piena non crea necessariamente qualcosa che prima non esisteva: porta in superficie, invade, sposta e rende impossibile continuare a ignorare ciò che l’argine teneva separato. Lo stesso sembra accadere alla narratrice quando le donne in verde entrano nella sua vita.

Il passato familiare, il rapporto con i genitori, la maternità e le immagini femminili accumulate nel tempo cominciano a mescolarsi, mentre il paesaggio esterno riflette una progressiva perdita di stabilità interiore. Il riferimento evocato dall’edizione italiana a Sull’acqua di Maupassant acquista allora senso soprattutto sul piano atmosferico: il fiume non è semplice scenografia, ma una presenza capace di modificare la percezione e di trasformare un territorio conosciuto in qualcosa di improvvisamente estraneo.

Quando il memoir incontra il realismo magico

Definire Autoritratto in verde semplicemente un romanzo fantastico sarebbe però altrettanto insufficiente. Marie NDiaye costruisce da sempre mondi nei quali l’elemento perturbante può entrare nella quotidianità senza che il testo senta il bisogno di stabilire definitivamente se sia reale, immaginato oppure simbolico.

È una caratteristica presente anche ne La strega, pubblicato da Prehistorica in italiano nel 2025, e qui assume una funzione particolarmente efficace perché l’incertezza investe un genere, quello autobiografico, dal quale siamo abituati ad aspettarci una qualche forma di verità. Anche una recensione apparsa su Le Monde all’uscita francese sottolineava proprio questo principio di indeterminazione: tutto sembra inizialmente normale, poi la realtà comincia lentamente a incrinarsi e diventa impossibile decidere con certezza cosa esista davvero. 

NDiaye sembra quindi suggerire che l’immaginazione possa dire qualcosa di autobiograficamente vero senza essere necessariamente una cronaca dei fatti. Una donna che forse non esiste può rappresentare una paura autentica; un’apparizione può raccontare una relazione familiare meglio di una ricostruzione documentaria; un fiume sul punto di esondare può restituire la sensazione di un’identità minacciata con maggiore precisione di una spiegazione psicologica. In questo senso il fantastico non allontana dalla realtà, ma permette di raggiungere ciò che nella realtà rimane difficile da nominare.

È anche per questo che Autoritratto in verde appare come un testo profondamente coerente con l’universo narrativo di NDiaye: l’inquietudine nasce proprio dall’impossibilità di stabilire dove finisca il mondo concreto e dove cominci ciò che i personaggi proiettano su di esso.

Marie NDiaye e una letteratura dell’identità instabile

La nuova edizione italiana permette inoltre di recuperare un’opera importante nel percorso di un’autrice che avrebbe ottenuto nel 2009 il Prix Goncourt per Trois femmes puissantes.

Autoritratto in verde precede quel riconoscimento di alcuni anni e mostra già con chiarezza molte delle questioni che rendono particolare la sua scrittura: rapporti familiari ambivalenti, figure femminili difficili da decifrare, identità che sfuggono alle categorie e una realtà apparentemente ordinaria continuamente attraversata da qualcosa di inspiegabile.

La prima edizione francese uscì nel 2005 per Mercure de France ed era accompagnata anche da materiale fotografico, elemento che accentuava ulteriormente il gioco tra ritratto, documento e invenzione. 

La pubblicazione di Prehistorica acquista quindi un interesse particolare per chi sta seguendo la riscoperta italiana dell’autrice. L’edizione conta 171 pagine, appartiene alla collana Ombre lunghe ed è tradotta da Antonella Conti con la cura di Ornella Tajani.

  Ma soprattutto arriva dopo La strega, permettendo di proseguire l’esplorazione di una scrittura nella quale il fantastico non offre mai una fuga rassicurante dal reale. Al contrario, serve a rendere visibili le sue crepe, soprattutto quando NDiaye entra negli spazi più intimi della famiglia, della maternità e dell’appartenenza.

Perché leggere “Autoritratto in verde”

Autoritratto in verde può affascinare chi ama i libri che lasciano intenzionalmente alcune domande aperte e che chiedono al lettore di abitare l’incertezza invece di risolverla.

Dietro le donne vestite di verde e la Garonna minacciosa esiste una riflessione molto più ampia su quanto sia difficile costruire un’immagine definitiva di noi stessi, soprattutto quando quella stessa immagine dipende dalle persone che abbiamo conosciuto, dalle relazioni familiari, dai ricordi che continuiamo a modificare e dalle parti della nostra storia che preferiremmo lasciare sommerse. Il memoir viene così capovolto: anziché utilizzare il passato per spiegare con chiarezza chi è diventata, NDiaye mostra quanto ogni tentativo di raccontarsi possa generare nuove zone d’ombra.

Proprio questa è la chiave più affascinante per entrare nel libro. Le donne in verde possono essere lette come specchi deformanti nei quali la narratrice intravede continuamente parti di sé, senza riuscire mai a raccoglierle in un’unica immagine. Il fiume cresce, le presenze ritornano e i confini diventano sempre meno sicuri, finché l’autoritratto che emerge non assomiglia più a un volto fermo davanti allo specchio, ma a una figura in movimento costruita attraverso memoria, paura, maternità e desiderio.

NDiaye sembra così trasformare una domanda autobiografica, “chi sono?”, in qualcosa di molto più inquietante e universale: quante delle persone che siamo state, amate, temute o immaginate continuano a vivere dentro l’immagine che oggi chiamiamo noi stessi?