Un film girato quasi clandestinamente di notte sui tetti di Tel Aviv è diventato, nel giro di pochi giorni, uno dei casi cinematografici e politici più discussi dell’anno. NAZA, diretto dagli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, è arrivato alla Mostra del Cinema di Venezia come aggiunta tardiva al concorso, è stato accolto in Sala Grande da una lunghissima ovazione e il 12 settembre ha conquistato il Premio Speciale della Giuria.
Poi la discussione si è spostata rapidamente fuori dal Lido. Il governo israeliano e le forze armate hanno contestato duramente le accuse contenute nel documentario, il ministro della Cultura Miki Zohar ha prospettato la revoca della cittadinanza dei registi, il capo di Stato maggiore ha ordinato di valutare eventuali azioni legali legate anche alla divulgazione di informazioni riservate e numerosi esponenti politici israeliani hanno attaccato pubblicamente l’opera.
Dall’altra parte è arrivata una crescente mobilitazione in difesa di Abraham e Szor, sostenuti da cineasti israeliani e personalità dell’industria cinematografica internazionale. Il film che voleva interrogare il funzionamento della guerra è diventato così esso stesso terreno di uno scontro sulla possibilità di raccontarla.
“NAZA”, cosa racconta il documentario premiato a Venezia
Yuval Abraham e Rachel Szor non sono nomi nuovi nel cinema documentario. Sono due dei quattro autori di No Other Land, vincitore dell’Oscar nel 2025, e per NAZA hanno lavorato a un progetto prodotto da The Guardian e James Wilson, con Jonathan Glazer, regista de La zona d’interesse, tra i produttori esecutivi.
La stessa Biennale, annunciando il film, lo presentava come un’indagine sui sistemi utilizzati nelle operazioni militari israeliane a Gaza. L’opera è costruita principalmente attraverso le testimonianze anonime di 24 persone provenienti dall’esercito e dall’intelligence israeliana, raccolte durante quasi tre anni di lavoro. Per proteggerne l’identità, alcune testimonianze sono state alterate digitalmente.
Il titolo costituisce già una chiave per comprendere l’indagine. Secondo quanto ricostruito dal documentario, “NAZA” sarebbe un acronimo utilizzato in ambito militare israeliano per indicare la stima delle vittime civili collaterali previste in relazione a un attacco. Il film sostiene che, dopo il 7 ottobre 2023, le soglie accettate nelle operazioni sarebbero cambiate e analizza sistemi tecnologici utilizzati per individuare potenziali obiettivi, compresi strumenti basati sull’intelligenza artificiale come Lavender e The Gospel, già oggetto negli anni precedenti di diverse inchieste giornalistiche.
È necessario mantenere una distinzione fondamentale: queste sono accuse e ricostruzioni avanzate dal documentario e dalle fonti sulle quali si basa, non fatti accettati dall’esercito israeliano. L’IDF ha respinto la rappresentazione proposta da NAZA, sostenendo che il film contenga affermazioni false o fuorvianti e contestando l’idea che le sue procedure siano finalizzate all’uccisione indiscriminata di civili. L’esercito afferma di utilizzare procedure di valutazione della proporzionalità e misure volte a ridurre i danni ai non combattenti.
Ventiquattro testimonianze per osservare la guerra dall’interno
La particolarità di NAZA risiede soprattutto nella provenienza delle sue fonti. Abraham e Szor non costruiscono il documentario soltanto attraverso immagini provenienti da Gaza, ma cercano di entrare nei luoghi nei quali vengono raccolte informazioni, selezionati obiettivi e autorizzate operazioni. Gli intervistati descrivono ai registi il funzionamento dei sistemi ai quali avrebbero partecipato direttamente, raccontando procedure che il film mette in relazione con l’elevatissimo numero di vittime civili registrato durante il conflitto.
Dopo la proiezione veneziana Abraham ha difeso pubblicamente il metodo utilizzato. Ha spiegato che il fact checking è stato particolarmente rigoroso, con il coinvolgimento del Guardian, e che gli autori avevano contattato un numero di potenziali fonti superiore alle 24 persone effettivamente presenti nel film. Alcuni elementi riguardanti i sistemi di targeting erano inoltre già comparsi in precedenti inchieste giornalistiche. L’IDF contesta però le conclusioni tratte dal documentario e proprio questa contrapposizione tra testimonianze interne, lavoro giornalistico e risposta ufficiale delle forze armate è diventata il centro dello scontro esploso dopo Venezia.
L’intelligenza artificiale e la distanza tra chi decide e chi muore
È qui che NAZA entra anche in una questione destinata a superare il conflitto specifico che racconta: che cosa accade quando algoritmi e sistemi automatizzati entrano nella catena decisionale di una guerra? L’intelligenza artificiale può analizzare enormi quantità di informazioni e accelerare l’identificazione di potenziali bersagli, ma proprio questa velocità apre interrogativi sulla verifica umana, sulla qualità dei dati, sulla proporzionalità e sulla responsabilità finale delle decisioni.
NAZA sostiene che l’automazione abbia contribuito a trasformare profondamente la scala delle operazioni a Gaza. L’esercito israeliano respinge l’interpretazione secondo cui un algoritmo determinerebbe autonomamente chi colpire e afferma che le decisioni operative rimangono sottoposte a valutazione umana.
Il film lavora anche visivamente su questa distanza. Le interviste sono realizzate di notte a Tel Aviv, mentre intorno agli uomini e alle donne che parlano continua la quotidianità della città. Rachel Szor ha spiegato che questa scelta nasceva anche dal contrasto tra il luogo nel quale vengono prese alcune decisioni militari e Gaza, dove quelle decisioni producono conseguenze materiali. Nel finale questa distanza viene interrotta mostrando direttamente Gaza, una scelta attraverso cui i registi intendono riportare i corpi e gli spazi distrutti dentro una narrazione che rischierebbe altrimenti di diventare soltanto tecnologica.
L’ovazione a Venezia e il Premio Speciale della Giuria
La presentazione del 10 settembre ha immediatamente trasformato NAZA in uno dei titoli più discussi di Venezia 83. Il film è stato proiettato in Sala Grande alla presenza dei registi e della delegazione e ha ricevuto una lunghissima standing ovation; alcune cronache hanno parlato di circa 24 minuti di applausi, accompagnati dalla presenza di bandiere palestinesi e libanesi tra il pubblico. Due giorni dopo la giuria internazionale ha assegnato ad Abraham e Szor il Premio Speciale della Giuria.
Durante i giorni veneziani erano però già cominciate le reazioni negative. Abraham ha raccontato di avere ricevuto centinaia di commenti e anche minacce, aggiungendo allo stesso tempo che alcuni israeliani gli avevano scritto perché ritenevano importante vedere il film. Il regista ha ribadito di voler portare NAZA anche davanti al pubblico israeliano e ha difeso la solidità del lavoro giornalistico su cui è costruito.
Dopo Venezia esplode il caso politico in Israele
È soprattutto dopo il premio che la polemica assume dimensioni nazionali. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha definito il documentario una forma di grave incitamento, mentre il ministro della Cultura Miki Zohar ha attaccato duramente Abraham e Szor arrivando a prospettare la possibilità di revocare loro la cittadinanza israeliana. Le critiche non sono arrivate soltanto dal governo: anche esponenti politici collocati fuori dalla coalizione di Netanyahu, tra cui Naftali Bennett, Avigdor Lieberman e Gadi Eisenkot, hanno condannato il film e le sue accuse.
Il confronto ha poi raggiunto direttamente le forze armate. Il capo di Stato maggiore dell’IDF, Eyal Zamir, ha ordinato di esaminare possibili iniziative legali connesse al documentario, anche in relazione all’eventuale divulgazione di informazioni militari riservate da parte delle fonti intervistate. Secondo le notizie pubblicate il 15 settembre, l’esercito stava quindi valutando le implicazioni giuridiche delle testimonianze e delle informazioni utilizzate dal film. Non equivale all’apertura di un procedimento penale contro i due registi, distinzione importante in una vicenda che continua a evolversi rapidamente.
La risposta del cinema alle minacce contro Abraham e Szor
La durezza delle reazioni ha provocato a sua volta una mobilitazione. Al 15 settembre, più di 1.500 cineasti israeliani avevano sottoscritto una dichiarazione contro gli attacchi ai due registi e diverse personalità dell’industria cinematografica internazionale avevano espresso solidarietà ad Abraham e Szor, contestando in particolare le richieste di privarli della cittadinanza. La discussione si è quindi spostata anche sul terreno della libertà artistica e giornalistica: indipendentemente dal giudizio sulle conclusioni di NAZA, può un’opera critica nei confronti delle istituzioni del proprio Paese comportare minacce di perdita della cittadinanza per chi l’ha realizzata?
La questione è particolarmente delicata proprio perché i due autori sono israeliani e il film utilizza prevalentemente fonti interne israeliane. NAZA non osserva la guerra soltanto dall’esterno, ma nasce da una frattura interna alla stessa società che la conduce. Il dibattito che ne è seguito mostra quanto questa frattura sia profonda: una parte della società considera il film un attacco gravemente distorto contro il proprio Paese e il proprio esercito, mentre altri israeliani difendono il diritto dei registi di indagare sulle azioni compiute dal proprio governo e dalle proprie forze armate.
Le critiche a “NAZA” non arrivano soltanto dal governo
Sarebbe però riduttivo raccontare ogni obiezione al documentario come una reazione governativa. Anche alcune analisi critiche israeliane ostili alle minacce contro i registi hanno sollevato interrogativi giornalistici sul film. Tra le contestazioni figurano la quantità di contesto fornita sul massacro compiuto da Hamas e altri gruppi armati il 7 ottobre 2023, sul ruolo di Hamas durante la guerra e sulla possibilità per lo spettatore di verificare autonomamente alcune testimonianze anonime.
Il 7 ottobre rimane infatti il punto di partenza storico indispensabile per comprendere la guerra successiva: l’attacco guidato da Hamas provocò circa 1.200 morti in Israele e il rapimento di circa 250 persone. Il conflitto che ne seguì ha prodotto una devastazione enormemente più ampia a Gaza e decine di migliaia di morti palestinesi, secondo le autorità sanitarie locali; Israele contesta alcune interpretazioni dei dati e sostiene che Hamas operi all’interno delle aree civili.
NAZA concentra deliberatamente il proprio sguardo sulla condotta israeliana e sulle testimonianze provenienti dall’interno dell’apparato militare. È una scelta narrativa precisa, ma proprio questa selezione è diventata uno dei terreni sui quali il film viene discusso.
“NAZA” e una domanda che riguarda il futuro della guerra
Al di là dello scontro politico, rimane una questione che rende NAZA particolarmente importante come oggetto cinematografico. Per molto tempo il cinema di guerra ci ha mostrato il soldato davanti alla persona che potrebbe uccidere: due corpi condividono lo stesso spazio e la responsabilità del gesto appare immediatamente visibile.
La guerra tecnologica modifica questa immagine. Una persona può trovarsi davanti a uno schermo a molti chilometri di distanza, un sistema può raccogliere e ordinare migliaia di dati, un algoritmo può contribuire a individuare un potenziale bersaglio e una catena di autorizzazioni può distribuire la decisione tra molte persone.
La responsabilità, però, non scompare soltanto perché diventa più difficile vedere chi la esercita. È forse questo il problema più inquietante che il film di Abraham e Szor porta fuori da Gaza e consegna al futuro: come attribuiamo responsabilità morale, politica e giuridica quando la violenza viene mediata da sistemi tecnologici sempre più complessi? È una domanda che riguarda Israele e Gaza oggi, ma che inevitabilmente accompagnerà qualsiasi esercito utilizzerà in misura crescente sistemi automatizzati e intelligenza artificiale.
Dal Premio di Venezia alle minacce, il film continua fuori dallo schermo
In appena una settimana NAZA ha percorso una traiettoria impressionante. È entrato all’ultimo momento nel concorso di Venezia 83, è stato accolto da una delle ovazioni più lunghe della Mostra, ha conquistato il Premio Speciale della Giuria e poche ore dopo è diventato materia di scontro politico in Israele.
Le accuse formulate dal documentario vengono respinte dall’IDF e contestate da numerosi esponenti politici israeliani; Abraham e Szor continuano invece a difendere la verifica delle proprie fonti e il lavoro giornalistico compiuto durante quasi tre anni. Nel frattempo le minacce contro di loro hanno generato una risposta del mondo cinematografico che trasforma la vicenda anche in un confronto sulla libertà di espressione.
NAZA arriverà anche in Italia, distribuito da I Wonder Pictures, e il dibattito che lo precede rende ancora più necessario avvicinarsi al film distinguendo testimonianze, accuse, verifiche giornalistiche e risposte ufficiali.
Perché il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor pone una domanda che precede persino quella sulla posizione politica dello spettatore: come si documenta una guerra mentre la guerra è ancora in corso? A Venezia il cinema ha premiato il tentativo di farlo. Tutto ciò che è accaduto dopo dimostra quanto raccontare il presente, quando il presente è ancora una ferita aperta, possa diventare a sua volta un atto capace di produrre conseguenze nel mondo reale.

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