Siamo spesso portati a credere che i serial killer siano figure relegate al passato o ai film, ma la verità è che non sono affatto in via d’estinzione, nemmeno in Italia. Abbiamo chiesto allo psicologo, criminologo e scrittore Ruben De Luca, autore dell’acclamato saggio “I serial killer che hanno terrorizzato l’Italia“, di guidarci nei meandri più oscuri della mente criminale.
Autore di oltre 100 pubblicazioni di criminologia e inventore della Banca Dati dei Serial Killer in Europa, in questo approfondimento Ruben De Luca indaga la “banalità del male”. Attraverso un’analisi lucida, l’autore ci spiega come gli assassini seriali non siano mostri deformi, ma persone spesso insospettabili, capaci di indossare una perfetta maschera di normalità nella vita di tutti i giorni. Dalle donne che uccidono silenziosamente nell’ombra fino agli individui apparentemente perfetti, un invito a riflettere su come il male si nasconda nei dettagli della nostra quotidianità.
La banalità del male: perché i serial killer usano l’omicidio per ottenere quello che vogliono tutti gli esseri umani normali
Non è vero che i serial killer sono in via d’estinzione. Non è vero nel mondo, né tantomeno in Europa. E anche l’Italia non fa eccezione. È la percezione a essere sbagliata, perché i mass media del XXI secolo danno maggiore risalto alle notizie riguardanti altri fenomeni criminali, come lo stalking e il femminicidio.
I serial killer esistono da sempre ed esisteranno per sempre, perché l’atto di uccidere è qualcosa di indissolubilmente legato alla natura dell’uomo fin dall’alba della storia. E la ripetizione di una stessa azione che dà piacere è un’abitudine che ci riguarda tutti da vicino: ognuno di noi, quando fa qualcosa che gli procura soddisfazione, tende a conservare un souvenir che gli ricordi l’esperienza vissuta. Il problema è che l’unica attività che fa sentire l’assassino seriale in controllo della propria vita è l’omicidio quindi i suoi trofei sono legati alle uccisioni perpetrate.
I serial killer in Italia: ci sono sempre stati, ma se ne parla poco
La casistica criminale italiana è piena di storie di uomini e donne che non hanno visto altra strada che l’omicidio ripetuto ancora e ancora per affermare il proprio sé. Sì, perché i serial killer non sono solo predatori di sesso maschile come vorrebbe la rappresentazione predominante nella fiction, ma sono anche donne che uccidono con modalità seriale; rispetto agli uomini, sono più silenziose, tendono a rimanere maggiormente nascoste nell’ombra e non agiscono perversioni sessuali sulle vittime.
Accanto ai nomi più famosi, come Donato Bilancia e Leonarda Cianciulli, ce ne sono tanti altri che si sono persi nel passato senza che le loro storie abbiano ricevuto la giusta attenzione, come il caso di Roberto Succo, soprannominato “il Cherubino nero”, un serial killer che ha commesso i suoi omicidi tra il 1981 e il 1988 in Italia e in Francia.
Se qualcosa si conosce della vicenda di Roberto Succo, il merito va in primo luogo all’omonimo film che è stato girato su di lui, uscito al cinema nel 2001 e diretto da Cédric Kahn. Nel ruolo del protagonista è stato scelto l’esordiente Stefano Cassetti che, in precedenza, faceva l’insegnante di educazione tecnica a Marsiglia e che è stato capace di infondere nel personaggio un’enigmatica doppiezza, in altalena tra violenza e tenerezza, ferocia criminale e follia.
Nel 1986, cinque anni dopo aver assassinato i genitori a Mestre, Succo evase dal manicomio criminale in cui era stato internato e si rifugiò in Costa Azzurra, dove commise furti, rapine, omicidi, aggressioni e stupri. Quando venne arrestato, si autodefinì terrorista e prigioniero politico e, nel 1988, si suicidò in carcere. In realtà era semplicemente un serial killer che non aveva trovato un’altra via che non fosse l’omicidio per realizzare la propria personalità.
Un caso molto interessante, ma ancora con molti punti oscuri, è quello di Vasile Frumuzache, una guardia giurata nata in Romania nel 1993. L’uomo ha confessato di aver ucciso due prostitute, nel 2024 e nel 2025, in provincia di Pistoia, ma potrebbe averne uccise anche altre perché, quando si ha a che fare con un serial killer non si ha mai la certezza del numero esatto di vittime. Sposato, padre di due figli, incensurato, nessun segno di instabilità mentale: il ritratto di un uomo insospettabile che vive in Italia da quando aveva quattordici anni.
Nei profili social, postava sempre foto sorridenti insieme alla moglie. Era un marito e un padre esemplare e tutti quelli che lo conoscono lo hanno descritto come una persona tranquilla. La sua storia costringe ognuno di noi a interrogarsi sulla natura del male, che non è immediatamente riconoscibile come ci piacerebbe che fosse, ma si annida dentro le persone più insospettabili capaci di indossare una maschera di normalità che trae in inganno anche gli osservatori più smaliziati.
E poi ci sono le donne: baby farmers dell’Ottocento come Rosa Bronzo, che uccidevano i bambini che venivano loro affidati da ragazze nubili che desideravano cancellare a tutti i costi il frutto del sesso peccaminoso praticato al di fuori del matrimonio; madri che uccidono i figli in modo seriale, come Apollonia Angiulli, una stimata insegnante di educazione fisica che ammazzò i suoi tre figli tra il 1988 e il 1991 nella quiete borghese del suo appartamento a Ostia.
Ci sono gli “angeli della morte” come Sonya Caleffi, un’infermiera condannata per cinque omicidi commessi in ambito ospedaliero tra il 2003 e il 2004, il tipo di predatore più inquietante perché approfitta della fragilità umana, prendendo di mira le persone vulnerabili in cerca di cura e assistenza.
È possibile fermare un serial killer prima che inizi a uccidere?
La risposta è: no. Perché non esiste un unico tipo di assassino seriale. La realtà, per quanto scomoda possa essere, è che la maggior parte dei serial killer non hanno l’aspetto dei “mostri”, non hanno delle caratteristiche somatiche o comportamentali che li rendono immediatamente riconoscibili. La maggior parte degli assassini seriali sono persone perfettamente inserite nella comunità che interagiscono con gli altri. Anche il serial killer più feroce non pensa all’omicidio per l’intera giornata e può coltivare passatempi e interessi del tutto innocui.
È possibile individuare dei segnali di pericolosità prima degli omicidi?
La risposta è: possibile (ma solo dopo gli omicidi). Parlare di segnali di allarme non significa credere che esista una formula infallibile per riconoscere un serial killer prima che agisca. La realtà è molto più complessa. Tuttavia, alcuni elementi meritano attenzione quando si manifestano in modo persistente e combinato:
- la tendenza alla manipolazione degli altri;
- una totale assenza di empatia verso la sofferenza altrui;
- il bisogno ossessivo di controllo;
- la capacità di mentire con estrema naturalezza;
- la presenza di una doppia vita accuratamente costruita per nascondere desideri e comportamenti devianti.
In molti casi, chi commette omicidi seriali appare perfettamente normale agli occhi della comunità, ma lascia dietro di sé una scia di piccoli segnali che, osservati retrospettivamente, assumono un significato diverso.
Il problema sta proprio nell’avverbio: retrospettivamente. Non esiste un modo per identificare un potenziale assassino seriale, ma di sicuro i comportamenti indicati sopra sono la spia di una personalità disturbata che non è capace di avere una vita relazionale sana e, pertanto, è consigliabile evitare di frequentare persone che presentano queste caratteristiche.
Quel che è possibile fare è aumentare la consapevolezza che le persone che fanno parte della nostra vita quotidiana non sono sempre quello che dicono di essere. Il diavolo si nasconde nei dettagli e imparare a decodificare i comportamenti è l’unico modo per mettere in atto una qualche forma di prevenzione e far emergere l’ombra che alberga dentro il “mostro” per potersi difendere.
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