Spesso, nel nostro parlare quotidiano o durante la stesura di un testo, ci imbattiamo in parole che sembrano gemelle, termini che la consuetudine ci porta a scambiare senza troppi pensieri, quasi fossero sovrapponibili in tutto e per tutto. Uno dei casi più interessanti, e al tempo stesso insidiosi, è rappresentato dalla celebre coppia di verbi “ammortare” e “ammortizzare”.
Molti di noi li usano in modo interscambiabile, convinti che siano perfetti sinonimi e che non esista alcuna sfumatura di significato. Ma è davvero così? E qual è il comunissimo errore in cui quasi tutti, prima o poi, finiamo per inciampare?
Radici comuni: l’origine latina
Per svelare questo mistero linguistico, dobbiamo compiere un passo indietro nel tempo e calarci nelle radici profonde del nostro vocabolario. Entrambi i verbi condividono una comune e antica origine etimologica. Come ricorda il giornalista Fausto Raso nel suo blog di approfondimento linguistico, sia “ammortare” che “ammortizzare” derivano dalla parola latina mors, mortis (ossia “morte”), a cui è stato aggiunto il prefisso a-.
Il loro significato originario era per certi versi crudo e molto visivo, poiché indicavano l’atto di “rendere morto”, “smorzare” o “estinguere”. A conferma di questa affascinante radice, il vocabolario Treccani sottolinea che “ammortare” deriva dalla parola morto preceduta dal prefisso a-, e anticamente possedeva proprio il significato di “privare della vita”.
L’antica nobiltà letteraria di “Ammortare”
Tuttavia, con lo scorrere dei secoli, queste due parole hanno intrapreso percorsi stilistici ed espressivi molto differenti. “Ammortare” è la forma più antica e nativa del nostro lessico, figlia diretta della voce dotta “ammortire”. La sua nobiltà letteraria è assoluta: già il Sommo Poeta Dante Alighieri e lo scrittore trecentesco Franco Sacchetti utilizzavano questo verbo per descrivere l’atto di spegnere, placare o attutire fiamme e passioni.
Il sito Treccani ci riporta un celebre frammento proprio di Sacchetti, in cui l’autore afferma che il digiuno “ammorta” (ovvero spegne, annulla) i vizi e solleva l’anima verso l’alto. Con il passare dei secoli, però, la lingua italiana ha confinato “ammortare” verso un ambito molto più settoriale e specifico.
Oggi, questo verbo ha assunto una connotazione spiccatamente tecnica legata all’estinzione graduale di un debito o alla ripartizione pluriennale del costo di un bene. Nel rigido linguaggio economico e finanziario, “ammortare” indica specificamente l’estinzione graduale di una passività, come possono esserlo le spese d’acquisto o di un impianto. Sebbene sia una parola meno consueta nel parlato informale di tutti i giorni, il suo utilizzo in ambito contabile resta perfettamente legittimo e linguisticamente preciso.
Il trionfo moderno del suffisso -izzare
Che cosa possiamo dire, invece, del suo “rivale” moderno, “ammortizzare”? La sua comparsa è decisamente più recente. L’Accademia della Crusca fa risalire la prima attestazione di “ammortare” al XIII secolo, mentre l’uso di “ammortizzare” è registrato a partire dal XVII secolo. Il suo successo è legato a un fenomeno morfologico molto diffuso nell’italiano moderno: la grande produttività e la conseguente moltiplicazione dei verbi che terminano con il suffisso -izzare.
Mentre molti vocabolari tendono a considerarla una normale formazione interna costruita sul modello di “ammortire” con l’aggiunta del suffisso -izzare, diversi linguisti ipotizzano che la sua ascesa imperiosa sia stata in parte influenzata dal verbo francese amortir, specialmente durante i contatti tecnici e linguistici dell’Ottocento.
Il doppio errore nell’uso quotidiano
Ed eccoci arrivati al nocciolo della questione: qual è l’errore che tutti commettiamo? L’errore, a ben guardare, si presenta in due forme diverse.
Da un lato, c’è chi pecca di “ipercorrettismo” ed è intimamente convinto che usare “ammortare” per parlare di un mutuo aziendale sia ormai desueto o grammaticalmente scorretto, affrettandosi a correggere chi lo pronuncia. In realtà, nel rigoroso significato di “estinguere gradualmente un debito”, l’autorevole parere dell’Accademia della Crusca ci rassicura che i verbi “ammortare” e “ammortizzare” possono essere usati indifferentemente; tuttavia la forma “ammortizzare” è oggi preferibile e suggerita semplicemente perché risulta molto più diffusa nell’uso della collettività.
Dall’altro lato, l’errore più macroscopico risiede nel credere che i due termini siano interscambiabili in qualunque contesto. Non è affatto così. Se nel mondo dell’economia e dei bilanci sono sinonimi, nel resto della lingua viva “ammortizzare” ha letteralmente sbaragliato il suo antico antenato, conquistando ampi spazi semantici a cui “ammortare” non ha più accesso.
Come ci spiega chiaramente il sito Treccani, “ammortizzare” viene largamente utilizzato in meccanica con il significato di attutire o rendere meno dannoso un urto o una forte vibrazione. È proprio da questa specifica accezione che, nel cuore del Novecento, è nato il popolarissimo sostantivo “ammortizzatore”, termine divenuto protagonista nell’industria dell’auto e che ha contribuito enormemente a consolidare la fama del verbo tra la gente.
Oltre l’officina: la forza delle metafore
Ma la straordinaria versatilità di “ammortizzare” non si ferma alla fisica e ai motori. Questo verbo è diventato il vero re delle metafore nella nostra vita quotidiana. Quando riceviamo un colpo emotivo doloroso, cerchiamo in ogni modo di “ammortizzarlo”; se un imprevisto rischia di farci crollare, o se dobbiamo comunicare con tatto una pessima notizia, il nostro scopo primario è “ammortizzare” l’impatto sul nostro interlocutore. Nessuno, oggi, si sognerebbe mai di dire o scrivere che vuole “ammortare” una cocente delusione.
Due anime, un unico fascino linguistico
La lingua italiana ci dimostra, ancora una volta, di essere uno scrigno di sfumature meravigliose. “Ammortare” e “ammortizzare” sono due anime forgiate dalla stessa etimologia. “Ammortare” conserva una veste snella, orgogliosamente antica e quasi solenne, confinata all’estinzione contabile o alle polverose pagine di un registro letterario.
“Ammortizzare”, invece, è il verbo moderno, plastico e dinamico, capace di muoversi agilmente dal bilancio preventivo di un’azienda alle sospensioni della nostra automobile, fino ad arrivare alla gestione dei piccoli e grandi urti dell’esistenza umana. Conoscere e rispettare queste differenze ci aiuta ad amare la nostra lingua in tutta la sua vivace evoluzione.

Condividi questo articolo