Quanto può durare una relazione dopo che l’amore ha smesso di essere sufficiente a tenerla in vita? The Echo Chamber, presentato in concorso alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, parte da un rapporto sentimentale per entrare progressivamente in una zona molto più difficile da definire, quella nella quale il bisogno dell’altro sopravvive anche quando stare insieme significa continuare a ferirsi.
Andrea Pallaoro affida a Luca Marinelli e Alicia Vikander due persone incapaci sia di costruire una relazione serena sia di interromperla definitivamente, mentre Susan Sarandon diventa una terza presenza fondamentale all’interno di un film quasi interamente racchiuso nello stesso appartamento. The Echo Chamber è arrivato nelle sale italiane il 10 settembre 2026, distribuito da 01 Distribution, ma porta con sé anche un’eredità cinematografica particolare: il soggetto originario è l’ultimo al quale lavorò Bernardo Bertolucci prima della morte.
“The Echo Chamber”, di cosa parla il film di Andrea Pallaoro
Leo, interpretato da Luca Marinelli, è un produttore musicale che vive a Londra e sta lavorando a un progetto particolarmente importante. È riuscito a convincere Ava, grande cantante e icona musicale interpretata da Susan Sarandon, a tornare sulle scene dopo essersi ritirata e insieme stanno preparando un nuovo album. Gran parte del lavoro avviene nell’appartamento di Leo, lo stesso spazio nel quale entra anche Anne, interpretata da Alicia Vikander. La donna è un’infermiera domiciliare alla quale Leo si rivolge per affrontare un mal di schiena debilitante, ma quella che dovrebbe rimanere una relazione professionale cambia progressivamente natura e tra i due nasce un rapporto sentimentale difficile da definire.
Il dolore fisico di Leo introduce inoltre un’altra forma di dipendenza. L’uomo comincia ad avere bisogno dei farmaci antidolorifici prescritti da Anne proprio mentre cresce anche il bisogno della sua presenza. Il corpo, il sentimento e la medicina finiscono così per sovrapporsi e la relazione assume una struttura nella quale diventa difficile capire dove termini la cura e dove cominci il controllo. Leo e Anne si cercano e si respingono, desiderano liberarsi l’uno dell’altra ma sembrano incapaci di farlo, mentre la presenza di Ava attraversa il loro spazio e modifica ulteriormente gli equilibri. Pallaoro costruisce così una storia nella quale presenza e assenza, desiderio e dipendenza smettono gradualmente di essere condizioni opposte.
L’ultimo soggetto di Bernardo Bertolucci diventa un film
Dietro The Echo Chamber esiste una storia cinematografica che rende il progetto ancora più particolare. Il film nasce infatti dall’ultimo soggetto scritto da Bernardo Bertolucci prima della sua morte nel 2018, successivamente sviluppato in sceneggiatura da Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi e infine affidato alla regia di Andrea Pallaoro.
Non significa che ci troviamo davanti a un film di Bertolucci rimasto semplicemente incompiuto e successivamente girato da qualcun altro: Pallaoro costruisce una propria opera, ma parte da una materia narrativa nella quale è difficile non riconoscere alcuni degli spazi e delle ossessioni che hanno attraversato il cinema del grande regista italiano.
La casa diventa immediatamente uno di questi elementi. Anche in Ultimo tango a Parigi, The Dreamers e Io e te, Bertolucci aveva trasformato ambienti chiusi in luoghi nei quali i rapporti umani potevano svilupparsi lontano dal mondo esterno, quasi sottoposti a una pressione capace di far emergere desideri e contraddizioni. The Echo Chamber riprende in qualche modo questa idea e la porta ancora più avanti: praticamente l’intero film rimane dentro un appartamento, facendo dello spazio domestico qualcosa di molto più importante di una semplice ambientazione.
Una casa può diventare la prigione di una relazione
L’appartamento di Leo è infatti il vero centro emotivo di The Echo Chamber. Le stanze vengono percorse continuamente dai personaggi e dalla macchina da presa fino a diventare familiari allo spettatore, mentre la ripetizione degli stessi luoghi produce progressivamente una sensazione di chiusura. Il film è stato girato in un appartamento romano trasformato narrativamente in una casa londinese, ma ciò che conta davvero è la sua funzione: Leo sembra quasi incapace di uscire dallo spazio nel quale vive, lavora, soffre e ama.
La relazione con Anne finisce per assumere la stessa struttura. I due non riescono realmente a stare insieme, ma non riescono nemmeno ad abbandonarsi. La casa conserva ogni ritorno e ogni separazione fino a diventare una sorta di memoria fisica della loro storia. Non è più semplicemente il luogo nel quale avviene la relazione, ma qualcosa che contribuisce a mantenerla in vita. La critica ha parlato proprio di una casa quasi organica, capace di reagire ai corpi che la attraversano e di funzionare come catalizzatore del rapporto.
L’amore viene così osservato non nel momento luminoso dell’inizio, ma quando ciò che rimane deve confrontarsi con la possibilità della fine.
Perché il titolo “The Echo Chamber” è così importante
Il titolo offre una delle chiavi più interessanti per entrare nel film. Nel linguaggio contemporaneo una echo chamber, una “camera dell’eco”, indica generalmente uno spazio nel quale opinioni e informazioni vengono continuamente ripetute fino a rafforzarsi, mentre ciò che potrebbe contraddirle viene progressivamente escluso. Il concetto è utilizzato soprattutto parlando di social network, informazione e polarizzazione, ma Pallaoro lo trasferisce nella dimensione privata di una relazione.
Leo e Anne sembrano vivere dentro la propria camera dell’eco sentimentale. Ogni gesto rimanda a qualcosa che è già accaduto, ogni tentativo di separazione conduce nuovamente alla vicinanza e ogni conflitto rafforza un legame dal quale entrambi sembrano voler uscire.
La coppia rischia così di diventare un sistema chiuso nel quale l’altro non viene più incontrato realmente, ma attraverso ciò che rappresenta: bisogno, paura, desiderio, sicurezza, dolore. L’eco non crea una nuova voce, restituisce quella che esiste già, modificata dalla distanza. Allo stesso modo il film sembra interrogarsi su ciò che rimane dell’amore quando continuiamo a ripetere una relazione anche dopo avere perso la possibilità di trasformarla.
Amore, cura e dipendenza diventano impossibili da separare
Il dettaglio dei farmaci assume allora un’importanza che supera la semplice necessità narrativa. Leo dipende dagli antidolorifici che Anne gli procura mentre contemporaneamente sviluppa con lei un legame affettivo. La persona che dovrebbe alleviare il dolore diventa quindi anche quella dalla quale separarsi provoca altro dolore. The Echo Chamber mette così in relazione la dipendenza farmacologica con quella sentimentale senza necessariamente stabilire un’equivalenza, ma utilizzando entrambe per interrogarsi sul significato stesso della cura.
Prendersi cura di qualcuno significa aiutarlo a stare meglio oppure rischia, in determinate condizioni, di renderlo dipendente dalla nostra presenza? E quando abbiamo bisogno di una persona per sopportare il dolore possiamo ancora distinguere completamente l’amore dalla necessità?
Sono interrogativi che il film lascia emergere attraverso i corpi prima ancora che attraverso le parole. Il mal di schiena di Leo rende visibile una fragilità che esiste anche nella relazione, mentre Anne occupa contemporaneamente il ruolo di compagna e di persona capace di controllare ciò che può alleviare quella sofferenza.
Susan Sarandon e la voce che attraversa il tempo
In questo sistema chiuso entra Ava, interpretata da Susan Sarandon. È una grande artista che aveva abbandonato le scene e che Leo è riuscito a convincere a registrare un nuovo album. La sua presenza introduce un rapporto differente con il tempo: Ava porta con sé una carriera, un passato artistico e la consapevolezza di ciò che significa lasciare qualcosa dietro di sé. Leo non sta semplicemente producendo della musica, ma interviene sulla possibile eredità di un’artista, contribuendo a determinare quale sarà la voce che resterà dopo di lei.
La musica acquista così una funzione quasi spettrale. Una voce registrata può continuare a esistere quando il corpo che l’ha prodotta non è più presente e proprio questa separazione tra presenza e assenza attraversa tutto il film. Non sorprende allora che The Echo Chamber sia stato descritto contemporaneamente come love story e ghost story.
Non abbiamo necessariamente bisogno di un fantasma tradizionale perché qualcosa continui a infestare una casa: possono farlo una relazione conclusa, una canzone, una memoria o la versione di noi stessi che non riusciamo ad abbandonare.
Luca Marinelli e Alicia Vikander raccontano due persone che non riescono a lasciarsi
Gran parte del film poggia inevitabilmente sulle interpretazioni di Luca Marinelli e Alicia Vikander. Leo e Anne devono rendere credibile una relazione nella quale l’attrazione continua a esistere insieme alla sofferenza e nella quale nessuno dei due può essere ridotto semplicemente al ruolo della vittima o del responsabile. Il film evita infatti di costruire il rapporto attraverso una divisione rassicurante tra chi ama correttamente e chi ama male, preferendo osservare due persone che partecipano entrambe a una dinamica dalla quale non riescono a liberarsi.
Proprio per questo la dipendenza diventa una parola più interessante di “relazione tossica”, spesso utilizzata oggi fino a perdere gran parte della propria precisione. Dipendere significa avere bisogno di qualcosa che può contemporaneamente procurarci sollievo e limitarci.
Leo dipende materialmente dai farmaci, ma il film estende quella fragilità alla sfera affettiva e mostra quanto possa essere difficile distinguere il desiderio di una persona dalla paura di vivere senza di lei. Marinelli e Vikander devono abitare esattamente questa contraddizione, facendo percepire allo spettatore perché Leo e Anne continuino a cercarsi anche quando sembrerebbe più semplice separarsi.
“The Echo Chamber”, da Venezia 83 alle sale italiane
The Echo Chamber è stato presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2026, dove Andrea Pallaoro ha inoltre ricevuto il Premio Fondazione Mimmo Rotella 2026.
Il film segna il ritorno del regista alla Mostra dopo Hannah, presentato in concorso nel 2017, e Monica, passato a Venezia nel 2022, continuando un percorso cinematografico fortemente interessato alla solitudine, all’identità e alle connessioni umane spezzate.
Dal 10 settembre 2026 il film è nelle sale italiane, distribuito da 01 Distribution. Dura circa 120 minuti e accanto a Marinelli, Vikander e Sarandon troviamo nel cast Ann Akin, Peter Coonan, Antonia Fotaras e Aomi Muyock.
Il passaggio veneziano acquista inoltre un significato particolare sapendo che dietro il progetto continua ad aleggiare la presenza di Bertolucci: non come tentativo di imitarne il cinema, ma come ultimo frammento narrativo raccolto e trasformato da un altro autore.
“The Echo Chamber” racconta ciò che rimane quando un amore dovrebbe finire
Forse è proprio qui che il film trova la sua domanda più dolorosa. Siamo abituati a pensare alle storie d’amore attraverso due momenti facilmente riconoscibili: l’incontro e la separazione.
The Echo Chamber sembra invece interessato allo spazio che può esistere tra i due, quando una relazione ha già mostrato la propria impossibilità ma nessuno riesce ancora ad abbandonarla. Leo e Anne rimangono sospesi in quel territorio, ripetendo gesti, desideri e conflitti dentro stanze che sembrano restituire continuamente l’eco di ciò che sono stati.
Andrea Pallaoro trasforma così una storia sentimentale in una riflessione sulla dipendenza, sulla memoria e sulla difficoltà di accettare la fine. L’ultimo soggetto di Bernardo Bertolucci diventa il punto di partenza di un film nel quale il passato continua letteralmente a risuonare nel presente, attraverso una casa, una relazione e soprattutto una voce registrata.
Una camera dell’eco può impedirci di ascoltare qualcosa di diverso da ciò che conosciamo già; in amore può accadere qualcosa di simile quando continuiamo a cercare nell’altro la persona che ricordiamo, il sentimento che abbiamo provato o la possibilità che tutto possa tornare come prima. The Echo Chamber entra proprio in quello spazio e lo lascia risuonare fino a quando amore, bisogno, presenza e assenza diventano quasi impossibili da separare.

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