Chiunque, nella vita, prima o poi avverte in un luogo la sensazione di sentirsi a casa. Non importa che quel luogo sia familiare o sconosciuto, che vi sia legato da un ricordo o che vi metta piede per la prima volta. È una sensazione che arriva senza troppe spiegazioni e che, proprio per questo, è difficile da definire.
Sentirsi a casa, però, può assumere significati diversi, soprattutto per chi è abituato a partire. C’è chi tra le mura domestiche cerca una forma di protezione e un rifugio. C’è chi ha bisogno di riconoscersi nel luogo che abita, di ritrovare qualcosa di sé nelle strade, nei paesaggi, nelle persone. Infine c’è chi quella sensazione riesce a portarla con sé, ovunque vada.
La letteratura ha raccontato tutte queste forme di appartenenza, attraverso storie e sensibilità diverse, ma in qualche modo complementari. Perché non esiste un solo modo di sentirsi a casa.
La casa che accoglie: Trieste e James Joyce
C’è chi trova una casa in un luogo che sa accogliere. James Joyce arrivò a Trieste nel 1905, lontano dall’Irlanda e alla ricerca di una nuova possibilità per sé e per la propria famiglia. Nella città adriatica trascorse molti anni, cambiò diverse abitazioni e lavorò ad alcune delle sue opere più importanti.
Trieste non fu soltanto il luogo in cui Joyce si fermò. Fu, per un periodo della sua vita, un punto di riferimento. In una lettera alla moglie Nora, lo scrittore la definì “la città che ci ha dato un rifugio”.
Un luogo può diventare casa non perché ci riconosciamo immediatamente in esso, ma perché ci offre uno spazio sicuro in cui fermarci. Ci accoglie senza pretese o giudizi, prima ancora che noi impariamo a sentirlo nostro.
A volte, infatti, così come capita con i grandi amori, la familiarità non arriva al primo sguardo. Nasce lentamente, attraverso le giornate trascorse nello stesso posto e con le stesse persone. Un luogo diventa casa quando smettiamo di attraversarlo e, quasi senza accorgercene, iniziamo ad abitarlo. Ma questa è solo una delle prospettive possibili.
La casa in cui ci riconosciamo: Parigi e Ernest Hemingway
C’è poi chi trova casa in un luogo in cui si riconosce. Hemingway arrivò a Parigi da giovane scrittore americano, in una città che non gli apparteneva ma che finì per diventare parte della sua storia. Nella Parigi di quegli anni costruì una quotidianità fatta di scrittura, incontri e luoghi abituali. Molti anni dopo avrebbe raccontato quella stagione in Festa mobile.
All’inizio del libro scrisse: “Se hai avuto la fortuna di vivere a Parigi da giovane, dopo, ovunque tu passi il resto della tua vita, essa ti accompagna perché Parigi è una festa mobile”.
In queste parole Parigi sembra essere qualcosa di più di una città amata. È un luogo che continua a esistere anche quando ci si allontana, perché nel frattempo è stata interiorizzata al punto da diventare parte della propria esperienza.
È una forma completamente diversa di casa, nella quale emerge una versione di noi stessi che non sapevamo nemmeno di avere. Proprio per questo, però, sentiamo che alcuni luoghi ci somigliano.
E così può accadere che una città lontana dalla nostra casa d’origine finisca per sembrarci familiare.
La casa che portiamo dentro: Sanremo e Italo Calvino
C’è infine chi porta la casa dentro di sé. Per Italo Calvino, Sanremo è il luogo dell’infanzia, quello degli anni della formazione e di un paesaggio che avrebbe continuato a riaffiorare nella sua scrittura. In La strada di San Giovanni, tornando con la memoria alla casa di famiglia, scrive: “Una spiegazione generale del mondo e della storia deve innanzi tutto tener conto di com’era situata casa nostra”. È una frase che contiene una concezione profonda.
La casa non è più soltanto il luogo nel quale viviamo o quello nel quale decidiamo di fermarci. È il punto da cui abbiamo imparato a guardare il mondo.
Sanremo rimane così dentro Calvino anche quando la sua vita lo porterà altrove. Non necessariamente come un luogo da rimpiangere o nel quale tornare, ma come un paesaggio interiore. I luoghi dell’infanzia non rimangono dentro di noi soltanto per quello che erano, ma anche per il modo in cui li abbiamo guardati.
È forse questa una delle forme più profonde del sentirsi a casa: quando non abbiamo più bisogno di essere in un luogo per riconoscerlo.
E allora, che cos’è davvero casa?
Tre città, tre scrittori, tre forme diverse di appartenenza. Probabilmente non c’è e non ci sarà mai una definizione unica che abbracci il concetto di casa e probabilmente è giusto mantenere vivo questo anelito. Sicuramente, però, ci sarà sempre una necessità nell’uomo: quella di trovare, nel mondo, un posto in cui sentirsi meno estraneo.
Forse è questo che spinge continuamente a partire e, allo stesso tempo, a cercare. Casa non è una risposta definitiva. È il luogo, la sensazione o la persona in cui, per un momento, smettiamo di cercare e sentiamo di essere dove vorremmo essere.

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