Nel 1969 l’uomo arriva sulla Luna e Rupert Murdoch compra un quotidiano britannico in difficoltà. Due avvenimenti apparentemente impossibili da mettere sullo stesso piano, almeno fino a quando Danny Boyle decide di partire proprio da questo paradosso per raccontare una trasformazione che avrebbe lasciato un segno profondo nella cultura occidentale.
Ink, presentato in prima mondiale come film d’apertura dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, torna alla nascita del nuovo Sun per osservare il momento in cui un gruppo di giornalisti comprese che per conquistare i lettori bisognava innanzitutto capire cosa desiderassero. Da quell’intuizione nasce una storia che appartiene al passato ma parla inevitabilmente del presente, perché tra titoli sensazionalistici, ricerca dell’attenzione e informazione trasformata in prodotto è difficile non riconoscere alcuni dei meccanismi che oggi regolano social network, clickbait e circolazione delle notizie.
“Ink”, il nuovo film di Danny Boyle presentato a Venezia 83
Diretto da Danny Boyle, Ink dura 116 minuti ed è una coproduzione tra Regno Unito, Francia e Stati Uniti. La sceneggiatura è firmata da James Graham, che adatta per il cinema la propria omonima pièce teatrale del 2017, mentre nel cast principale troviamo Jack O’Connell, Guy Pearce e Claire Foy. La fotografia è affidata ad Alwin H. Küchler, il montaggio a Fin Oates e le musiche a Daniel Pemberton. In Italia la distribuzione sarà curata da Lucky Red.
Per Boyle si tratta anche di un incontro particolare con Venezia. Il regista ha frequentato più volte la Biennale, ma Ink rappresenta il suo esordio alla Mostra del Cinema e ha ricevuto immediatamente una posizione di grande rilievo: il film ha inaugurato il festival il 2 settembre 2026, in prima mondiale e direttamente nella competizione per il Leone d’Oro.
Dopo opere diversissime come Trainspotting, The Millionaire e 28 Years Later, Boyle affronta questa volta la storia del giornalismo popolare britannico senza trasformarla semplicemente nella biografia di Rupert Murdoch. Al centro c’è piuttosto la costruzione di un nuovo modo di comunicare e il momento in cui informazione, intrattenimento e mercato cominciano a intrecciarsi in maniera sempre più difficile da separare.
Rupert Murdoch e Larry Lamb: la storia vera dietro “Ink”
Siamo nel 1969. Rupert Murdoch acquista il Sun, quotidiano britannico che attraversa un momento difficile, e affida la direzione a Larry Lamb. Nel film Murdoch ha il volto di Guy Pearce, mentre Jack O’Connell interpreta Lamb. L’obiettivo è apparentemente semplice e allo stesso tempo quasi impossibile: trasformare il giornale e riuscire a competere con il potentissimo Daily Mirror.
Il nuovo Sun deve essere più diretto, popolare, provocatorio e capace di comprendere ciò che interessa realmente alle persone. Quella che comincia come una sfida all’establishment britannico diventa progressivamente qualcosa di molto più grande.
Boyle ha descritto quel giornale come sfacciato, irriverente e audace, ricordando come il Sun sarebbe arrivato a diventare il quotidiano più venduto al mondo. È importante partire da questa iniziale forza rivoluzionaria, perché Ink non racconta una storia nella quale il pubblico può individuare immediatamente buoni e cattivi. Murdoch e Lamb rappresentano inizialmente degli outsider che sfidano un sistema dell’informazione britannico rigido e dominato da vecchie gerarchie.
La loro intuizione consiste nel considerare i lettori non come destinatari passivi ai quali spiegare il mondo, ma come persone di cui intercettare interessi, desideri e curiosità. È proprio dentro questa apparente democratizzazione dell’informazione che il film comincia però a individuare una contraddizione destinata ad accompagnarci fino a oggi.
Quando dare al pubblico ciò che vuole diventa un problema
La sinossi ufficiale della Biennale definisce Ink una storia su un gruppo di “visionari e outsider” che immagina un giornalismo capace di dare al pubblico ciò che desidera, cambiando il volto del mondo contemporaneo. È probabilmente questa frase a contenere il nucleo più interessante del film. Un giornale deve raccontare ciò che ritiene importante oppure ciò che i suoi lettori vogliono conoscere?
La domanda sembra semplice, ma contiene un conflitto che attraversa l’intera storia dei media moderni. Cercare il pubblico significa renderlo parte del processo dell’informazione, ma quando l’attenzione del lettore diventa il criterio principale attraverso cui decidere cosa meriti spazio, il confine tra informare e intrattenere comincia inevitabilmente a modificarsi.
Il Sun diventa così nel film il laboratorio di qualcosa che oggi conosciamo perfettamente. Prima dei social network, delle visualizzazioni, degli algoritmi e dei contenuti costruiti per generare interazioni, i giornali avevano già scoperto il valore economico dell’attenzione. Boyle stesso collega esplicitamente quella trasformazione a ciò che sarebbe arrivato molti anni dopo, citando Fox News, clickbait, Truth Social, Twitter, Facebook, Google e OnlyFans. Il mezzo cambia, la velocità aumenta enormemente, ma rimane una domanda: cosa succede quando conquistare lo sguardo delle persone diventa più importante del motivo per cui dovrebbero guardare?
Dal teatro al cinema: “Ink” nasce dalla pièce di James Graham
Prima di diventare un film, Ink è stato uno spettacolo teatrale scritto da James Graham, rappresentato per la prima volta nel 2017 e successivamente arrivato dal West End a Broadway. Graham non consegna semplicemente il proprio testo a Boyle, ma firma personalmente anche la sceneggiatura cinematografica, mantenendo così un legame particolarmente forte tra le due versioni dell’opera.
Il passaggio dal palcoscenico al cinema pone però una sfida evidente. Una storia ambientata prevalentemente nelle redazioni e costruita attraverso dialoghi, riunioni, decisioni editoriali e rapporti di potere potrebbe facilmente diventare statica. Boyle sceglie la strada opposta e imprime al materiale il movimento che da sempre caratterizza il suo cinema.
Le prime recensioni veneziane hanno sottolineato proprio il ricorso a montaggio rapido, titoli, flashback e una costruzione visiva energica per restituire la frenesia della redazione. La trasformazione del giornale diventa quindi anche una questione di ritmo: le notizie devono correre, attirare lo sguardo, conquistare il lettore prima che possa farlo qualcun altro.
Guy Pearce diventa Rupert Murdoch
Al centro di Ink troviamo Guy Pearce nei panni di Rupert Murdoch, mentre Jack O’Connell interpreta Larry Lamb e Claire Foy completa il trio principale nel ruolo di Joyce Hopkirk. La scelta di Pearce comporta una difficoltà particolare, perché Murdoch non è soltanto un personaggio storico da ricostruire: è una figura che continua a esercitare un’enorme influenza sull’immaginario politico e mediatico internazionale. Il film evita quindi di partire dal Murdoch già conosciuto attraverso decenni di impero editoriale e torna al momento in cui quella storia era ancora una scommessa.
È proprio questo punto di partenza a impedire che Ink diventi semplicemente una condanna retrospettiva. Boyle ha spiegato di voler mostrare anche l’entusiasmo iniziale provocato dalla sfida di Murdoch al vecchio establishment britannico, perché comprendere il fascino di quella rivoluzione è necessario per capire ciò che sarebbe avvenuto dopo.
Se lo spettatore conoscesse fin dall’inizio soltanto il risultato finale, potrebbe osservare la vicenda da una rassicurante distanza morale. Il film cerca invece di renderlo partecipe di quell’energia, per poi costringerlo a interrogarsi sulle sue conseguenze.
“Ink” parla del 1969, ma racconta anche il nostro presente
È difficile guardare oggi una storia sulla trasformazione dell’informazione senza pensare agli algoritmi. Nel 1969 non esisteva ancora la possibilità di misurare istantaneamente ogni clic, visualizzazione o reazione, ma l’intuizione raccontata da Ink sembra anticipare una parte essenziale dell’economia digitale: conoscere il pubblico permette di costruire contenuti sempre più capaci di trattenerne l’attenzione.
Il giornale che cerca di capire cosa vogliano i lettori e il social network che analizza continuamente il comportamento degli utenti appartengono naturalmente a epoche e tecnologie diverse, ma condividono una questione che riguarda il rapporto tra domanda e offerta dell’informazione.
Durante la presentazione veneziana Boyle ha allargato ulteriormente il discorso parlando del presente del giornalismo e delle nuove minacce poste anche dall’intelligenza artificiale, difendendo il ruolo della stampa come strumento di controllo del potere.
Questo rende Ink particolarmente contemporaneo. Il problema non è stabilire nostalgicamente che l’informazione fosse migliore prima di Internet, perché il film stesso torna a un’epoca precedente al digitale per individuare meccanismi che esistevano già. La questione riguarda piuttosto il valore che attribuiamo all’informazione quando viene inserita dentro un sistema economico nel quale la nostra attenzione possiede un prezzo.
Perché “Ink” è uno dei film da tenere d’occhio dopo Venezia
Ink arriva alla Mostra del Cinema nel momento in cui discutiamo continuamente di fake news, polarizzazione, algoritmi, crisi della stampa e rapporto tra tecnologia e conoscenza. Danny Boyle sceglie però di non cominciare dal presente, ma di tornare indietro di quasi sessant’anni per osservare uno dei momenti nei quali il rapporto tra giornale e lettore iniziò a cambiare profondamente.
Il risultato è un film storico che usa il passato come strumento per leggere il presente, senza dimenticare l’energia di una redazione nella quale un gruppo di outsider era convinto di stare semplicemente inventando qualcosa di nuovo.
Ink può parlare anche a chi non è particolarmente interessato alla storia della stampa britannica. Dietro Rupert Murdoch, Larry Lamb e la nascita del nuovo Sun rimane una domanda che riguarda chiunque oggi apra un giornale, scorra un social network o clicchi su una notizia: siamo noi a scegliere ciò che vogliamo vedere oppure qualcuno ha imparato così bene ciò che desideriamo da scegliere al nostro posto? Nel 1969 il Sun cercava di dare ai lettori ciò che volevano. Nel 2026 quella promessa appare molto meno innocente, ed è proprio nella distanza tra quei due momenti che Ink trova il suo significato più interessante.

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