Intricare o intrigare? Un affascinante dilemma linguistico tra nodi, trame e seduzione

Intricare e intrigare sono davvero sinonimi? Nati dalla stessa radice latina, prendono strade diverse: scopri quali in questo articolo.

Intricare o intrigare Un affascinante dilemma linguistico tra nodi, trame e seduzione

Nel vasto e meraviglioso mare della lingua italiana, capita spesso di imbattersi in parole che si somigliano a tal punto da sembrare interscambiabili, quasi come fossero gemelle separate alla nascita che, a un occhio distratto, paiono fare esattamente la stessa cosa.

Un caso esemplare che spesso accende il dibattito è proprio questo: intricare e intrigare sono davvero dei sinonimi? Possiamo usarli indifferentemente mentre recensiamo l’ultimo libro in classifica o commentiamo una serie tv? La risposta breve è: dipende. La risposta lunga, invece, ci porta a compiere un viaggio affascinante e ricco di sorprese tra etimologia, parlate dialettali, antichi anglicismi e persino curiose sviste legate alla letteratura ottocentesca.

Intricare o intrigare? Una radice comune: l’inciampo e il nodo

Per sbrogliare in modo corretto questa matassa linguistica, occorre partire dalle origini latine rispolverate anche dal blog linguistico Lo SciacquaLingua. Entrambi i verbi in questione discendono esattamente dalla stessa radice latina: il verbo intrīcare. Questa parola antica era formata dall’unione del prefisso in- e del termine tricae (declinato al plurale come tricarum), che indicava originariamente le impastoie, ovvero quegli ostacoli fisici utilizzati per impedire il libero movimento ai cavalli.

Per una naturale estensione di significato, il termine ha poi iniziato a indicare fastidi generici, grovigli, imbrogli e matasse arruffate. Si tratta di una fortissima origine visiva che ci parla di un inciampo materiale, di qualcosa che intralcia il passo e costringe a fermarsi bruscamente.

Intricare: la fedeltà assoluta al groviglio

Nel corso dei secoli, il verbo intricare è rimasto estremamente fedele alla sua origine etimologica e materiale. Esso descrive senza mezzi termini l’atto di avviluppare insieme disordinatamente, di aggrovigliare e arruffare. Si possono intricare i fili di una matassa, ma anche, spostandoci in un senso più astratto, si può imbrogliare, confondere o disordinare un racconto e una questione.

La grande letteratura italiana ne è piena: si pensi a Francesco Petrarca, che canta di come la “Fortuna con più visco intrica” il suo volare, o a Gabriele D’Annunzio che descrive il vigore rude che “c’intrica i ginocchi”. Intricare è, in sostanza, il verbo della complessità che cresce, della densità narrativa o concettuale che diventa impenetrabile, conservando sempre intatta la fisicità del nodo e l’infinita lentezza del gesto necessario a scioglierlo.

Il percorso teatrale di “intrigare”: dal fastidio all’inganno

Se intricare è rimasto saldo sulle proprie posizioni, intrigare ha avuto una vita decisamente più movimentata e per molti versi “teatrale”. Inizialmente, si presentava semplicemente come una variante – particolarmente diffusa nell’Italia settentrionale – dello stesso intricare, mantenendo il significato primario di impacciare, ostacolare e dare impiccio. Si poteva dire tranquillamente, e in molte parlate regionali questo uso resiste ancora, frasi come “tutto questo disordine m’intriga nel lavoro” o “questa sedia m’intriga il passaggio”.

Con il trascorrere del tempo, tuttavia, il verbo ha preso una brusca deviazione semantica scivolando progressivamente verso le ombre. Legandosi strettamente al sostantivo intrigo, ha assunto il significato di brigare, ordire macchinazioni coperte e tessere raggiri allo scopo di ottenere un vantaggio (molto spesso arrecando un danno ad altri). Questa accezione ci proietta immediatamente nei retroscena bui delle corti, tra manovre politiche e sleali sotterfugi.

Nella sua forma riflessiva (intrigarsi), il verbo ha assunto il significato di impicciarsi e immischiarsi in faccende poco chiare o che possono creare noie e fastidi. Per i lettori della cosiddetta “vecchia guardia”, non a caso, una persona “intrigante” era rigorosamente qualcuno dedito agli intrighi, in cerca di favori tramite raggiri, o nella migliore delle ipotesi un gran ficcanaso.

La svolta moderna: il fascino dell’intrigo

Arriviamo così all’uso contemporaneo, quello che forse genera più dubbi e divisioni nelle nostre abitudini di lettura. Oggi usiamo comunemente intrigare nel senso di avvincere suscitando un forte interesse o curiosità, affascinare e stuzzicare. Diciamo spessissimo che un romanzo avvincente o un film ci “intriga” profondamente. Questa rapida evoluzione ha fatto storcere il naso a molti puristi della lingua, i quali vi leggono esclusivamente un moderno calco semantico o morfologico, ricalcato ciecamente sull’aggettivo inglese intriguing.

Tuttavia, un’attenta analisi dell’Accademia della Crusca ci rassicura, svelando un dettaglio assai sorprendente: questo uso, benché ampiamente rivitalizzato nel linguaggio letterario e giornalistico recente sull’esempio del francese e dell’inglese, non è affatto una novità assoluta per la nostra letteratura; il verbo intrigare con il significato di “incuriosire” o “interessare” era infatti già presente nella lingua italiana fin dalla seconda metà del Cinquecento, con storiche attestazioni in autori come Alessandro Guarini.

Un sorriso dalla storia letteraria

A marcare ulteriormente e in modo indelebile la differenza tra i due termini contemporanei, ci viene in aiuto una deliziosa curiosità filologica riguardante i romanzi d’appendice dell’Ottocento. In quel periodo storico, i correttori di bozze si trovavano molto spesso a dover sanare un errore assai ricorrente tra gli autori, i quali scrivevano impulsivamente “la vicenda si intriga sempre più” quando invece, a rigor di logica, intendevano dire “si intrica”.

Il risultato involontario era decisamente comico: un simile errore semantico faceva sembrare quasi che la trama stessa avesse preso vita in modo autonomo, e stesse iniziando a tramare perfidi complotti alle spalle dell’ignaro lettore, anziché limitarsi a complicarsi a livello narrativo.

Intrigare e intricare: sfumature diverse ma essenziali

Adesso possiamo rispondere con fermezza al nostro dilemma linguistico di partenza: intricare e intrigare non sono veri e propri sinonimi, bensì due declinazioni straordinariamente diverse della medesima materia originaria. Oggi la distinzione stilistica è, per fortuna, piuttosto limpida: intricare riguarda tutto ciò che si aggroviglia materialmente o concettualmente, mentre intrigare riguarda specificamente ciò che si macchina in segreto oppure ciò che affascina ineluttabilmente la nostra mente. Una trama molto intricata, piena di nodi e fili complessi da seguire, può certamente intrigare, ovverosia sedurre e affascinare, il suo lettore.

La lingua italiana, che ama le complessità e le infinite biforcazioni, ha concesso a queste due splendide parole di nascere dallo stesso identico nodo, per poi permettere loro di sbrogliarsi in totale libertà, andando ciascuna per la propria strada. E proprio in queste sottili, vibranti e profonde sfumature risiede il vero fascino di tutto ciò che amiamo leggere, studiare e scrivere ogni giorno.

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