Dogville è stato presentato in concorso al Festival di Cannes nel 2003, scritto e diretto da Lars von Trier e interpretato da una straordinaria Nicole Kidman, il film dura quasi tre ore e rinuncia fin dall’inizio a una delle convenzioni fondamentali del cinema: fingere che ciò che vediamo sia reale.
Dogville, cittadina immaginaria del Colorado durante gli anni della Grande Depressione, non viene infatti ricostruita attraverso case, strade e paesaggi. Esiste su un enorme pavimento nero, dove poche linee bianche indicano muri che non vediamo, porte che gli attori fingono di aprire e abitazioni nelle quali possiamo osservare contemporaneamente ciò che dovrebbe essere nascosto. È una scelta che inizialmente può apparire straniante, ma diventa presto impossibile immaginare il film in qualsiasi altra forma.
“Dogville”, di cosa parla il film di Lars von Trier
La protagonista è Grace, una giovane donna in fuga da alcuni gangster che raggiunge la piccola e isolata Dogville cercando un posto nel quale nascondersi. A trovarla è Tom Edison Jr., interpretato da Paul Bettany, aspirante scrittore e intellettuale della comunità, convinto che gli abitanti abbiano bisogno di imparare qualcosa sull’accettazione e sulla generosità.
Grace diventa involontariamente l’occasione perfetta per mettere alla prova le sue idee. Gli abitanti accettano di proteggerla e lei, per dimostrare di meritare quella fiducia, comincia ad aiutarli nelle attività quotidiane. Lavora nelle case, assiste gli anziani, si prende cura dei bambini e lentamente trova un posto all’interno della città. Quello che sembra un equilibrio fondato sulla solidarietà comincia però a cambiare quando nascondere Grace diventa più pericoloso. Dogville decide che a un rischio maggiore deve corrispondere un prezzo maggiore e il lavoro offerto volontariamente dalla donna si trasforma progressivamente in un obbligo.
È in questa trasformazione quasi impercettibile che il film mostra la propria ferocia. Von Trier non costruisce una comunità popolata da mostri immediatamente riconoscibili, perché sarebbe molto più semplice prendere le distanze da loro. Gli abitanti di Dogville sono persone comuni che imparano gradualmente a giustificare ciò che fanno.
Ogni abuso nasce da quello precedente e viene presentato come una conseguenza ragionevole delle circostanze: Grace è ricercata, proteggerla comporta un pericolo, dunque deve lavorare di più; se dipende dalla comunità per sopravvivere, allora possiede sempre meno possibilità di opporsi alle richieste che riceve. Il meccanismo è terribile proprio perché nessuno sembra avere bisogno di dichiararsi apertamente malvagio. Basta che ogni persona trovi una spiegazione abbastanza convincente per il proprio comportamento.
Una città senza muri dove nessuno può dire di non aver visto
La scenografia di Dogville è diventata una delle più riconoscibili della storia del cinema contemporaneo. Le case sono delimitate da linee tracciate sul pavimento, alcuni oggetti sono realmente presenti mentre altri vengono soltanto mimati dagli attori e lo spettatore può guardare attraverso pareti che, all’interno della storia, i personaggi percepiscono come perfettamente esistenti.
Il film assume così l’aspetto di un enorme palcoscenico teatrale, con riferimenti che la critica ha avvicinato anche al teatro di Bertolt Brecht e a Our Town di Thornton Wilder. Von Trier utilizza però questa sottrazione per ottenere qualcosa che una scenografia realistica avrebbe reso molto più difficile: mentre un personaggio agisce in primo piano, possiamo vedere gli altri continuare a vivere pochi metri più in là.
L’assenza delle pareti acquista allora un significato morale. A Dogville tutti possono vedere e tutti, in qualche modo, sanno. La violenza non avviene davvero in uno spazio privato perché lo spettatore possiede costantemente una visione d’insieme della città.
Quello che dovrebbe rimanere nascosto accade sotto gli occhi degli altri, trasformando il silenzio della comunità in una forma di partecipazione. Von Trier elimina materialmente i muri per togliere ai suoi personaggi uno degli alibi più comodi: sostenere di non sapere cosa accade nella casa accanto.
Dogville diventa così un esperimento sulla responsabilità collettiva, nel quale il problema non riguarda soltanto chi esercita direttamente il potere su Grace, ma anche chi osserva, comprende e decide di continuare la propria giornata.
Nicole Kidman e una bontà che diventa una prigione
Al centro di questo esperimento c’è una delle interpretazioni più importanti della carriera di Nicole Kidman. Grace arriva a Dogville fragile e spaventata, ma possiede anche una convinzione profonda: le persone meritano comprensione. Cerca continuamente una spiegazione per il comportamento degli altri e tende a trasformare persino la crudeltà subita in qualcosa che può essere perdonato.
All’inizio questa capacità appare come una qualità morale, poi comincia lentamente a trasformarsi nella gabbia dentro cui Grace rimane intrappolata. Se ogni azione può essere spiegata attraverso la paura, la povertà, l’ignoranza o le circostanze, diventa infatti sempre più difficile stabilire il punto oltre il quale una persona deve essere considerata responsabile di ciò che fa.
È qui che Dogville pone una delle sue domande più difficili: perdonare sempre significa essere buoni? Von Trier porta il concetto di comprensione fino al limite, mostrando come anche la bontà possa contenere una forma di superiorità. Grace perdona gli abitanti perché continua a considerarli incapaci di comportarsi diversamente, come se pretendere da loro responsabilità fosse eccessivo.
Il film comincia quindi a rovesciare le posizioni morali costruite fino a quel momento. Essere misericordiosi può sembrare la scelta più umana, ma riconoscere qualcuno come essere umano significa anche attribuirgli la responsabilità delle proprie decisioni. Ed è proprio quando Grace comprende questa contraddizione che il significato dell’intera storia cambia.
Dogville e il lato oscuro della comunità
Il titolo stesso contiene una provocazione. Dogville è letteralmente la “città dei cani” e nel film esiste un cane, Moses, che per quasi tutta la durata vediamo soltanto come un profilo disegnato sul pavimento. Ma il vero interesse di von Trier riguarda gli esseri umani e la facilità con cui una comunità apparentemente rispettabile può costruire regole capaci di rendere accettabile l’ingiustizia.
Il problema non è soltanto la presenza del male, ma la sua normalizzazione. Nessun abitante si sveglia improvvisamente decidendo di trasformare Grace in una prigioniera; la trasformazione avviene attraverso piccoli compromessi che, accumulandosi, modificano ciò che la città considera normale.
Per questo Dogville supera la vicenda della sua protagonista e diventa una metafora del potere. Chi dipende dagli altri possiede meno possibilità di negoziare, mentre chi controlla protezione, lavoro e appartenenza può progressivamente stabilire il prezzo della permanenza. La gratitudine richiesta a Grace diventa obbedienza e l’accoglienza iniziale si trasforma in una forma di possesso.
Il film mostra quanto facilmente parole positive come comunità, protezione e solidarietà possano perdere significato quando la relazione tra chi offre aiuto e chi ne ha bisogno smette di essere paritaria. Non sorprende che tra i temi associati all’opera siano stati individuati proprio giustizia, male, potere e metafore della contemporaneità.
Perché “Dogville” è ancora un grande classico da vedere
Quando uscì nel 2003, Dogville divise profondamente la critica. Alcuni videro nella sua costruzione una straordinaria allegoria morale, altri accusarono von Trier di didascalismo e di offrire una rappresentazione troppo programmatica della società americana.
Persino questa spaccatura aiuta però a comprendere perché il film continui a essere discusso. Dogville non cerca una posizione comoda per lo spettatore e non concede facilmente un personaggio nel quale rifugiarsi moralmente. Anche Tom, che inizialmente sembra rappresentare la coscienza progressista della città, viene progressivamente sottoposto allo stesso esame riservato agli altri abitanti.
A più di vent’anni dalla sua realizzazione, la sua forza rimane intatta perché le domande poste da von Trier non appartengono soltanto all’America della Grande Depressione. Quanto siamo generosi quando aiutare qualcuno non comporta alcun sacrificio? Cosa accade quando chi abbiamo accolto diventa dipendente da noi? Quanto rapidamente siamo capaci di trasformare un privilegio in un diritto esercitato sull’altro?
E soprattutto, fino a che punto la comprensione può giustificare il perdono? Guardare Dogville significa trascorrere quasi tre ore dentro queste domande senza ricevere il conforto di risposte semplici. Questa è la caratteristica che distingue un grande classico da un film semplicemente invecchiato bene, continua a interrogarci.

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