“Non aver paura”: Oriana Fallaci insegna perché accettare la fragilità è la vera forza

Oriana Fallaci ci invita a dire “non aver paura” in modo nuovo: accettare le proprie fragilità non è una sconfitta, ma un atto di coraggio.

"Non aver paura": Oriana Fallaci insegna perché accettare la fragilità è la vera forza

Non aver paura” è una delle frasi che pronunciamo più spesso per incoraggiare qualcuno. La diciamo a un figlio prima di una prova importante, a un amico che deve affrontare un momento difficile, a chi amiamo quando lo vediamo vacillare. E la ripetiamo anche a noi stessi quando l’ansia prende il sopravvento e vorremmo sentirci più forti.

Eppure, dietro queste tre parole apparentemente rassicuranti può nascondersi una richiesta molto più difficile da sostenere: non mostrarti debole, non cedere, non lasciare che gli altri vedano le tue fragilità. Tendiamo a celebrare sicurezza, autonomia e capacità di controllo, mentre ammettere di avere paura può sembrare quasi una sconfitta..

Ma siamo davvero più forti quando nascondiamo ciò che ci rende vulnerabili? E se fosse proprio il tentativo di apparire invulnerabili ad alimentare le nostre paure?

In Penelope alla guerra, romanzo pubblicato nel 1962, Oriana Fallaci mette a nudo questo paradosso attraverso personaggi che cercano la propria libertà, amano, soffrono e fanno i conti con la paura e con il bisogno di nasconderla.

È soprattutto nel capitolo X che questo meccanismo emerge con impressionante chiarezza:

Fingi di non avere paura: alzi lo sguardo e un tappeto nero si srotola in cielo. La paura ti aumenta. Fingi di ignorare che aumenta, ti incammini lungo una avenue e guardi la strada che taglia la avenue come se dietro l’angolo tutto fosse finito. Raggiungi l’angolo, ti accingi ad attraversare: e ricevi uno schiaffo.

Il passaggio racchiude un cortocircuito emotivo che appare estremamente attuale: la paura non scompare perché la nascondiamo. Al contrario, mentre si finge di non provarla, “la paura ti aumenta”.

Oriana Fallaci mette così in scena qualcosa che parla anche al nostro presente, segnato dall’ansia di mostrarsi sicuri, autonomi e all’altezza delle aspettative, come se riconoscere una fragilità significasse necessariamente essere deboli.

Penelope alla guerra: il romanzo di Oriana Fallaci sulla fragilità e la forza

Penelope alla guerra, pubblicato nel 1962, è il primo romanzo di Oriana Fallaci. Protagonista è Giovanna, detta Giò, una giovane autrice di sceneggiature che alla fine degli anni Cinquanta lascia l’Italia per New York, dove un produttore cinematografico le ha affidato il compito di trovare l’idea per un film.

Giò parte da sola, lasciandosi alle spalle anche Francesco, innamorato di lei, e compie una scelta che mette subito in discussione il ruolo tradizionalmente assegnato alla donna: non è una Penelope che rimane ad aspettare, ma una donna che parte, lavora e cerca autonomamente il proprio posto nel mondo.

L’America, però, non è soltanto lo spazio della libertà e dell’emancipazione che Giò aveva immaginato. A New York ritrova Richard, un americano conosciuto in Italia durante la guerra, e il rapporto con lui la trascina in un universo sentimentale molto più complesso.

L’amore, il desiderio, la gelosia, i silenzi di Richard e la presenza di Bill incrinano progressivamente le sue certezze. La donna indipendente e determinata scopre così di poter essere anche vulnerabile, impaurita e disorientata. Oriana Fallaci mette l’emancipazione di fronte a una delle sue contraddizioni più profonde: conquistare la propria libertà non significa diventare invulnerabili.

Ma Penelope alla guerra non racconta soltanto la fragilità di Giò. Anche Richard è attraversato dalla solitudine e dalla paura, sebbene le viva e le nasconda in maniera diversa. Fallaci fa così cadere due immagini speculari: quella della donna necessariamente debole e dipendente e quella dell’uomo necessariamente sicuro e forte.

I suoi personaggi cercano di amare, di essere liberi e di affermare la propria identità, ma si scontrano continuamente con ciò che non riescono a controllare: il bisogno dell’altro, la paura del rifiuto, la solitudine, le convenzioni sociali e la difficoltà di mostrarsi per ciò che sono.

Anche il titolo acquista allora un significato particolare. Penelope non aspetta più: va “alla guerra”. Giò sfida il modello femminile che vorrebbe relegarla all’attesa e sceglie di agire, partire e decidere. Ma la sua guerra non si combatte soltanto contro le convenzioni esterne: passa anche attraverso il bisogno di dimostrare chi è, le proprie contraddizioni e la scoperta della propria vulnerabilità.

Ed è qui che il romanzo incontra con particolare forza il nostro presente: quanto costa sentirsi obbligati a essere sempre forti? E cosa accade quando, invece di riconoscere la paura, cominciamo a fingere di non averne?

La trappola della forza: quando essere vulnerabili sembra una debolezza

Quanto costa, allora, sentirsi obbligati a essere sempre forti? In Penelope alla guerra la paura e la fragilità non appartengono a un genere: attraversano uomini e donne. A cambiare è il modo in cui possono entrare in conflitto con l’immagine di forza attraverso cui ciascuno cerca di affermare la propria identità.

Oriana Fallaci lo mostra fin dal primo capitolo attraverso Giò. Davanti allo specchio, la protagonista vede qualcosa che non coincide con l’immagine che ha costruito di sé:

Si sentiva un corpo robusto, ad esempio: e invece il corpo dentro lo specchio era fragile, efebico. Si sentiva un volto eccezionale, bocca dura, naso forte, occhi fermi: e invece il volto dentro lo specchio era un volto qualsiasi, la bocca tenera, il naso piccolo, gli occhi a volte così spaventati. E non si piaceva.

La contrapposizione è tutta nelle parole scelte da Fallaci: “robusto” e “fragile”, “dura” e “tenera”, “fermi” e “spaventati”. Giò si sente forte, ma nello specchio scopre anche una parte di sé fragile e impaurita. E “non si piaceva”. Non perché la sua forza sia falsa, ma perché quella vulnerabilità sembra entrare in contrasto con la persona che vuole essere.

Nel suo caso questo conflitto assume anche un significato profondamente legato all’emancipazione. Giò vuole essere una donna capace di scegliere, lavorare, partire, non dipendere da un uomo. E Fallaci suggerisce quanto lontano affondino le radici di questa esigenza attraverso il ricordo della madre che piange mentre stira le camicie:

da quella volta essa aveva giurato a sé stessa che non avrebbe mai stirato le camicie e non avrebbe mai pianto. “Mai, Giò!” ripeté ad alta voce.

È significativo che le due promesse nascano insieme: non ripetere quella condizione e non piangere. Fallaci non identifica il pianto con la sottomissione; mostra piuttosto come, nell’esperienza di Giò, il desiderio di emanciparsi finisca per intrecciarsi con quello di sentirsi abbastanza forte da non cedere alla propria fragilità.

La domanda che ne deriva è sottile: per essere una donna libera bisogna anche smettere di essere vulnerabili? L’indipendenza richiede davvero di non avere paura, non piangere, non aver bisogno degli altri? È qui che il desiderio legittimo di emancipazione rischia di trasformarsi in qualcosa di diverso: nell’obbligo di dimostrare continuamente a sé stessi di essere forti.

Oriana Fallaci, però, non lascia questa contraddizione confinata alla condizione femminile. Con Richard cambia la prospettiva, ma non il problema di fondo. Come abbiamo visto, è un uomo a raccontare la propria paura e il tentativo di dominarla fingendo che non esista. E quella paura, anziché diminuire, cresce: “La paura ti aumenta”.

L’autrice rende visibile nel capitolo X del romanzo ciò che Richard non riesce più a nascondere:

Ora Giovanna taceva. Richard aveva gli occhi pieni di lacrime e le stringeva i polsi come se fossero maniglie in un uragano.

L’immagine è quasi il rovescio della promessa infantile di Giò. Lei si è imposta di non piangere; lui ha gli occhi pieni di lacrime. Ma Fallaci non sembra interessata a stabilire quale dei due sia forte e quale debole. Mette piuttosto in crisi l’idea stessa che la forza debba essere misurata dalla capacità di nascondere la propria vulnerabilità.

Se per Giò sentirsi forte significa anche emanciparsi da una condizione di dipendenza e sottomissione, nel caso di Richard la questione si presenta dall’altra parte: può un uomo avere paura, piangere, aver bisogno di un’altra persona senza che questo lo renda necessariamente debole? Anche il modello maschile della forza può trasformarsi in una gabbia quando pretende sicurezza, controllo e invulnerabilità a ogni costo.

Le due esperienze sono diverse, ma conducono allo stesso punto. La fragilità non è femminile o maschile: è umana. Possono essere diversi, invece, i modelli di forza attraverso cui uomini e donne imparano a giudicarla. Per una donna la forza può coincidere con la necessità di affermare la propria autonomia e di non essere sottomessa; per un uomo può coincidere con la necessità di non mostrare paura e di apparire sempre capace di reggere il peso delle situazioni.

È qui che il romanzo del 1962 parla direttamente anche alla nostra esperienza. Quella che oggi chiamiamo ansia può colpire entrambi i generi, pur incontrando aspettative differenti. Il cortocircuito nasce quando emanciparsi non significa più soltanto essere liberi, ma sentirsi obbligati a essere invulnerabili.

E allora il problema non è avere paura. È avere paura della propria fragilità, perché abbiamo imparato a leggerla come la smentita della persona forte che pensiamo di dover essere.

Essere forti non significa diventare invulnerabili

Se il problema nasce quando trasformiamo la forza nell’obbligo di non essere vulnerabili, la risposta di Penelope alla guerra non consiste nell’eliminare la paura. Oriana Fallaci non conduce Giò verso una versione perfetta di sé, finalmente immune dal dolore, dal bisogno degli altri o dalle proprie contraddizioni.

È significativo che questa consapevolezza emerga proprio alla fine del viaggio. Giò è tornata a Roma e ritrova Francesco, l’uomo che aveva lasciato prima di partire per New York. Ha attraversato la sua “guerra”, ha amato, sofferto, scelto, si è scontrata con Richard e soprattutto con molte delle certezze con cui era partita. Eppure Francesco, nel capitolo XVI, le dice:

Però non sei davvero cambiata, sai! Il tuo cuore e il tuo cervello sono vulnerabili, tutto sommato.

La parola decisiva è “vulnerabili”. Dopo tutto ciò che Giò ha vissuto, Fallaci non la presenta come una donna diventata inattaccabile. Il suo cuore e il suo cervello possono ancora essere feriti. E questo non cancella ciò che ha conquistato: Giò è partita, ha scelto autonomamente la propria strada, ha affrontato la propria esperienza ed è tornata senza che la vulnerabilità sia scomparsa.

È proprio qui che il significato della forza può cambiare. Se all’inizio Giò fatica a riconoscersi nell’immagine “fragile” e “spaventata” restituita dallo specchio, alla fine del romanzo la vulnerabilità non è qualcosa che il viaggio è riuscito a cancellare. Essere liberi, allora, non richiede necessariamente di diventare invulnerabili.

Questa consapevolezza trova una delle sue immagini più forti proprio nelle ultime pagine del capitolo XVI. Giò continua a rivendicare con orgoglio la propria indipendenza e la battaglia combattuta contro un mondo che pretende di definirla innanzitutto come donna:

E poi me la vedo io con quegli idioti che mi criticano perché sono una donna. Io sono più brava di un uomo e le Penelopi non usano più. Io faccio la guerra e seguo una legge da uomini: o me o te. O me o te. O me…

È una dichiarazione che sembra portare al massimo grado l’immagine della Giò combattente: Penelope non aspetta più, “fa la guerra”. Ha conquistato il diritto di lavorare, scegliere e misurarsi con gli uomini senza accettare una posizione subordinata. Ma proprio mentre riafferma questa forza, qualcosa interrompe il suo ragionamento:

Spense la luce e il solito singhiozzo le salì dal fondo del ventre fermandosi, come sempre, alla gola.

Quel “come sempre” riporta direttamente alla Giò del primo capitolo, alla bambina che aveva giurato che “non avrebbe mai pianto”. La promessa è sopravvissuta dentro di lei: il dolore arriva fino alla gola, ma lì si arresta. Come se piangere significasse ancora concedere spazio a quella fragilità dalla quale aveva cercato di prendere le distanze.

Questa volta, però, accade qualcosa di diverso. Dopo aver provato ancora una volta a trattenere ciò che sente, Giò finalmente cede:

Ecco: arrivava la lacrima. Ed aveva un sapore di sale.

È un gesto minuscolo, ma nel percorso del personaggio assume un significato enorme. La donna che può dire “Io faccio la guerra” è anche la donna che finalmente riesce a piangere. Le due immagini non si escludono più: autonomia e vulnerabilità possono esistere nella stessa persona.

Fallaci non suggerisce che piangere renda Giò più forte, né trasforma la lacrima in una soluzione miracolosa. Il punto è più profondo: Giò non deve smettere di essere vulnerabile per essere la donna libera che ha scelto di diventare. La sua fragilità non cancella la sua emancipazione, così come la sua emancipazione non cancella la possibilità di essere ferita.

Acquista allora un significato ancora più preciso ciò che Francesco le dice, sempre nel capitolo XVI:

La perfezione non esiste, Giovanna. Quando esiste, è irritante.

La perfezione di cui parla Francesco può essere letta anche alla luce della battaglia che ha attraversato Giò. Non esiste una versione perfettamente forte di noi stessi, capace di non avere paura, non soffrire, non avere mai bisogno di nessuno e mantenere sempre il controllo. Pretenderla significa inseguire un modello al quale l’esperienza umana continua inevitabilmente a sottrarsi.

La soluzione proposta dal romanzo non è quindi una nuova ricetta per diventare più forti. È, semmai, separare finalmente la forza dall’invulnerabilità. Si può avere paura senza essere codardi, piangere senza essere sottomessi, avere bisogno di qualcuno senza rinunciare alla propria autonomia. La vulnerabilità non annulla necessariamente ciò che siamo riusciti a conquistare.

E questo vale tanto per Giò quanto per Richard. Per una donna emanciparsi non deve significare diventare impermeabile alla paura e al dolore; per un uomo essere forte non deve significare fingere di non provarli. La libertà comincia anche quando smettiamo di misurare il nostro valore sulla capacità di corrispondere perfettamente a questi modelli.

A dare un ultimo significato alla “guerra” di Giò è ancora Francesco, nella lettera che chiude il romanzo:

La vera guerra è quella che combatti nell’amore e nell’odio non comandati, soprattutto quando ritorni.

La vera guerra, allora, non termina quando Penelope torna a casa. Comincia anche nel confronto con ciò che il viaggio non ha risolto: con le emozioni che non possiamo comandare, con le ferite, con gli altri e con una vulnerabilità che continua ad appartenerci.

Ed è significativo che, proprio nel capitolo XVI, Francesco rimproveri a Giò anche un’altra forma della sua ricerca di controllo:

Sì, lo avrei preferito. La vita è già dura senza chiarezza: figuriamoci poi con la chiarezza. Ah, la tua maledetta ossessione di voler chiarire a ogni costo ogni cosa!

Voler “chiarire a ogni costo ogni cosa” significa non lasciare spazio all’incertezza, pretendere che sentimenti, relazioni e contraddizioni possano sempre essere spiegati e ricondotti a un ordine. Ma anche questa è un’illusione di controllo.

Ci sono emozioni che, come scrive Francesco, non possono essere “comandate”; esperienze che non possiamo comprendere fino in fondo; fragilità che non possiamo eliminare semplicemente perché ci disturbano.

Accettare la propria vulnerabilità significa allora anche rinunciare all’ossessione di dover controllare, spiegare e risolvere tutto. Non è una resa, ma il riconoscimento di un limite profondamente umano.

Forse è proprio questo il punto a cui conduce Penelope alla guerra: la forza non consiste nel riuscire a non essere più vulnerabili, ma nel non considerare la nostra vulnerabilità una sconfitta.

“Non aver paura”: la grande lezione umana di Oriana Fallaci

“Non aver paura”, allora, assume alla fine di Penelope alla guerra un significato diverso da quello da cui siamo partiti. Non significa non provare paura, né costruirsi un’armatura abbastanza resistente da non essere più feriti. Giò parte, combatte la propria “guerra”, rivendica la propria indipendenza, ma torna con un cuore e un cervello ancora “vulnerabili”. E proprio nelle ultime pagine riesce a fare ciò che da bambina aveva giurato di non fare mai: piangere.

È qui che si misura anche la grandezza di Oriana Fallaci. Già nel suo primo romanzo, la scrittrice rifiuta personaggi semplici, perfetti, facilmente divisibili tra forti e deboli. Giò può essere indipendente e avere paura, combattere e piangere; Richard può mostrarsi fragile senza che questo basti a definirlo debole.

La giornalista e inviata porta uomini e donne davanti alle loro contraddizioni e lascia che siano proprio quelle contraddizioni a renderli profondamente umani.

A più di sessant’anni dalla pubblicazione del romanzo, è forse questa la lezione che conserva una sorprendente attualità. Continuiamo a vivere in una cultura che spesso associa la forza alla sicurezza, al controllo, alla capacità di farcela da soli. Eppure il romanzo di Oriana Fallaci suggerisce qualcosa di molto meno rassicurante e, proprio per questo, più umano: non esiste una vita nella quale possiamo mettere definitivamente al riparo il cuore dalla paura, dal bisogno degli altri, dalle ferite e dalle perdite.

“La perfezione non esiste”, ricorda Francesco a Giò.

La “vera guerra” di cui parla Fallaci non è allora quella combattuta per diventare inattaccabili, ma quella che continua dentro le relazioni, nelle emozioni che non possiamo comandare e nel confronto con ciò che sfugge al nostro controllo.

È una guerra che non promette l’invulnerabilità e non assegna la fragilità alle donne o il coraggio agli uomini: restituisce entrambi alla stessa, imperfetta condizione umana.

Forse dovremmo allora imparare a pronunciare diversamente quelle tre parole. “Non aver paura” non come un ordine a nascondere ciò che sentiamo, ma come un invito a non avere paura di avere paura.

Perché riconoscere di essere vulnerabili non significa rinunciare alla propria forza. Significa smettere di credere che, per essere forti, dobbiamo fingere di non poter essere feriti.