Dalle filandine a oggi: perché “fare rete” tra donne è ancora una rivoluzione

Dalle filandine de “Il tempo delle viole” a oggi: Elena Commessatti dimostra come fare rete tra donne sia una costante forma di resistenza e crescita.

Dalle filandine a oggi perché fare rete tra donne è ancora una rivoluzione

Quanto rumore può fare il silenzio di donne a cui la storia ha negato la voce, nel momento in cui decidono finalmente di unirsi? Su questo ci invita a riflettere la scrittrice Elena Commessatti attraverso un viaggio tra passato e presente, spinta dal desiderio di ridare voce a quelle donne che la storia ha silenziato, per permettere loro di raccontare chi erano e cosa non hanno potuto essere.

Il fulcro di questa profonda riflessione è il valore senza tempo della solidarietà femminile, intesa come strumento di resistenza e di emancipazione, un concetto che trova la sua massima espressione nel suo romanzo “Il tempo delle viole“.

Il tempo delle viole di Elena Commessatti

Ambientato nel Friuli di fine Ottocento, sulle sponde del fiume Tagliamento, il libro nasce proprio come un “romanzo corale” dedicato alle vite delle filandine. Queste bambine e giovani donne lavoravano negli opifici per trasformare i bachi da seta in filo, vivendo in condizioni di povertà e sofferenza, con le mani bruciate dall’acqua bollente, la fame e lo sguardo minaccioso dei padroni.

Eppure, l’autrice ci mostra come proprio in quel duro ambiente di lavoro nascesse una forte identità di sorellanza: stando sedute l’una accanto all’altra, queste donne trovavano la forza di cantare, superando la natura schiva e silenziosa del loro popolo per far esplodere il proprio coraggio.

Attraverso le tre protagoniste del romanzo – Aurora, Bianca e Viola – Commessatti ci dimostra l’importanza vitale di “fare rete”. Queste tre giovani, pur essendo diverse tra loro, diventano alleate per combattere i soprusi, ribellandosi e fondando addirittura una società segreta, “Le viole di Udine”, nata proprio per aiutare concretamente le altre donne.

Leggendo le parole dell’autrice, emerge un messaggio potentissimo che unisce ieri e oggi: che ci si trovi tra i macchinari di una filanda dell’Ottocento o nella società contemporanea, l’unione tra donne e il “respiro della sorellanza” rimangono una rivoluzione quotidiana e un motore inarrestabile per il cambiamento e la crescita collettiva.

Elena Commessatti e la solidarietà femminile: l’importanza di fare rete tra donne

Amo molto contaminare i generi letterari e mescolare il passato con il contemporaneo, mixare musiche e serie tv di questi anni con romanzi d’appendice dell’Ottocento e articoli di cronaca nera con le più frivole, e apparentemente superficiali, cronache mondane. Su tutto ci sono le donne con le loro storie. E che donne. Sono persone, che non hanno più una voce per gridare cosa sono state, cosa non hanno potuto dire, cosa non sono potute essere.

Mi appassiona aprire la scatola dei ricordi, magari di latta, e portare queste fotografie sbiadite in superficie. Dare vita alle loro vesti, ai colori di uno sguardo, ai movimenti che solo una scrittura che corre può raccontare. Riportarle alla verità, perché possano parlare ancora.

E poi ci sono i luoghi da valorizzare, sono una Nancy Drew che investiga i misteri dello spazio (con il costume da bagno sempre nel baule), come se il romanzo fosse anche una guida turistica sentimentale, di chi come me è innamorata dell’Italia e della mia regione, il Friuli Venezia Giulia. Sono cresciuta in mezzo al bello e alla natura di un luogo magico come questo, terra di frontiera e di paesaggi che cambiano di continuo. Alti posti di montagna e di solitudine, distese d’acqua lagunari, fiumi che scorrono maestosi. Uno su tutti: il Tagliamento, il re dei fiumi alpini, l’ultimo libero e selvaggio.

Ed è questo fiume, anche lui diventato un personaggio, il mondo ancestrale su cui nasce la mia storia, “Il tempo delle viole”, perché è tempo di raccontare le vite delle “filandine”, le bambine, le ragazze e le donne che a fine Ottocento nel Nord Italia lavoravano in filanda, per trasformare il baco da seta in filo da lavorare: l’inizio di un processo produttivo che poi avrebbe portato alle camicette eleganti da sfoggiare nei salotti buoni della città. Non certo nei salotti che nemmeno esistevano nelle case di Carpacco, un paese reale che vive tuttora, in provincia di Udine, e che al tempo, realmente, possedeva un opificio attivo e florido di macchinari e lavoranti.

Così “Il tempo delle viole” nasce innanzitutto come romanzo corale, con la volontà di dare nomi e facce alle tante donne che hanno vissuto insieme la sofferenza in una condizione di povertà, ma anche di emancipazione, perché questo sarebbe stato il loro lavoro fino alla metà del Novecento, con uno stipendio che prima o poi avrebbero tenuto anche per se stesse, non solo per la famiglia, o per i mariti prepotenti e lontani, magari emigranti.

Volevo dare forma ai loro sogni, a quegli occhi con la luce del progresso nello sguardo, eppure così stanchi da non riuscire a pensare che il domani potrebbe essere diverso. Una vicenda di paese, sul fiume, e di città, dove le donne sono protagoniste di un’identità di sorellanza e di aiuto, come davvero avveniva in un luogo di lavoro come quello.

Stare sedute una accanto all’altra, con le mani a bruciarsi per il calore nell’acqua della bacinella, con la puzza dei bachi da seta addosso e lo stomaco che grida dalla fame, con gli occhi minacciosi dei padroni e le violenze dei maschi, e nonostante tutto: cantare. Cantare a squarciagola villotte friulane, ma anche strofe di opere e operette che al tempo erano di moda, e decidere che l’unione fa la forza, basta avere il coraggio di far esplodere la sofferenza in parole che non rimangono più imprigionate nello sterno.

E le donne friulane sanno che il gene è quello di popolo schivo, che sopporta nel silenzio, e che dunque fa fatica a esprimersi. Le friulane sono coraggiose, lo sono sempre state, in tempo di guerra come di pace, nei gesti silenziosi, nelle azioni concrete, ma parlano poco.

Aurora, Bianca e Viola, le mie protagoniste sono amiche, e scoprendosi a poco poco, pur diverse, alleate, nel combattere i soprusi, sono tridimensionali. Loro invece parlano, parlano eccome, e gridano, ridono, si ribellano. Piangono. E insieme inventano una società segreta “Le viole di Udine”, che a fine Ottocento a Udine e sulle colline friulane è in grado di diventare lo strumento operativo con cui si muovono per aiutare le altre.

E’ vero siamo a fine Ottocento, e siamo proprio qui, in un mondo prevalentemente rurale e contadino, eppure siamo dentro una storia di progresso e di invenzioni geniali come quella del metodo di svuotamento della lampada ad incandescenza, nata dal genio di Arturo Malignani, che poi vendette la propria invenzione a Edison (con una società firmata dal notaio, garante la sorellastra Adele, la prima che credette in lui. C’è anche Adele nel romanzo).

Siamo in odore di sindacati, partiti politici, società di mutuo soccorso, ed è in questo contesto, di scioperi, intrecci e cambiamenti, che si muovono le “mie” ragazze. Personaggi che hanno la forza scultorea delle sorelle March, ma anche il languore misterioso delle sorelle Lisbon, perché è come se Aurora, Bianca e Viola fossero una famiglia speciale, dove il respiro della sorellanza ha il colore senza tempo della rivoluzione che si compie ogni giorno.