Quante volte è capitato di ascoltare nei telegiornali, di leggere in un romanzo o di sentire in una conversazione al bar frasi come “hanno sparato quel ragazzo” oppure “l’uomo è stato sparato alla gamba”? Sebbene nell’uso parlato di molte regioni d’Italia questa formulazione appaia del tutto naturale, dal punto di vista della grammatica italiana sorvegliata ci troviamo di fronte a una scorrettezza sintattica.
Il verbo sparare possiede infatti un doppio comportamento – transitivo e intransitivo – regolato da norme precise che definiscono quali complementi possa reggere. Per fare chiarezza su questo dubbio molto diffuso, analizziamo le indicazioni fornite dal Vocabolario Treccani e dalle schede di consulenza linguistica dell’Accademia della Crusca.
L’uso transitivo: cosa si può davvero “sparare”?
Nell’italiano standard, il verbo sparare ammette la costruzione transitiva diretta (ovvero accompagnata da un complemento oggetto senza preposizione) solo a una condizione fondamentale: l’oggetto dell’azione deve rappresentare ciò che viene espulso, scagliato o azionato con violenza, e mai il destinatario o il bersaglio del colpo. Come illustrato dal Vocabolario Treccani, si spara l’elemento inanimato che esce dall’arma o l’azione stessa dell’esplosione. È quindi del tutto corretto dire:
Sparare un colpo, sparare una cartuccia, sparare un proiettile.
Sparare una fucilata, sparare una revolverata, sparare una raffica.
La lingua italiana ha poi felicemente esteso l’uso transitivo di questo verbo a numerosi contesti figurati o espressivi della vita quotidiana. È pienamente legittimo dire che qualcuno “spara una sciocchezza” o “spara balle” per indicare affermazioni esagerate o inventate. Allo stesso modo, si parla di uno stereo che “spara musica a tutto volume” o di un negoziante che “spara prezzi esorbitanti”. Anche sul piano fisico e dinamico, sparare può indicare l’atto di sferrare un colpo violento, come nel caso del mulo che “spara calci” o del calciatore che “spara il pallone in rete”. In tutti questi ambiti, l’oggetto diretto rimane invariabilmente una cosa, un’azione o un concetto non animato.
L’uso intransitivo: la regola inamovibile del bersaglio
La situazione cambia radicalmente quando l’attenzione si sposta sul bersaglio dell’azione, sia esso un oggetto, un animale o un essere umano. In questo contesto, la sintassi dell’italiano richiede in modo rigido l’uso intransitivo del verbo. Per specificare la persona o l’entità verso cui è diretto il proiettile, sparare necessita dell’introduzione di una preposizione reggente come a, contro o su.
Il bersaglio non è mai l’oggetto diretto della frase, bensì un complemento indiretto. Le sole formulazioni ammesse nella lingua colta e sorvegliata sono:
Sparare a qualcuno (es. “I cacciatori hanno sparato al cinghiale”, “Il malvivente ha sparato al poliziotto”).
Sparare contro qualcuno o qualcosa (es. “I soldati hanno sparato contro il nemico”).
Sparare su qualcuno (es. “Le guardie hanno sparato sulla folla”).
Come ribadiscono chiaramente sia la Treccani sia l’Accademia della Crusca: si spara a qualcuno, non si spara qualcuno.
Il fenomeno dell’italiano regionale e l’errore del passivo
La tendenza a costruire il verbo sparare in modo transitivo direttamente riferito a persone o animali (lo hanno sparato, ha sparato il capriolo, ha sparato la moglie) rappresenta uno dei regionalismi più radicati nel nostro Paese, in particolare nelle regioni centro-meridionali.
L’Accademia della Crusca e la Treccani sottolineano come questo fenomeno derivi dal sostrato dei dialetti locali e dalla forte attrazione dell’accusativo preposizionale, in cui il complemento oggetto animato tende a sovrapporsi alle strutture sintattiche locali. Se nei testi letterari o nei dialoghi narrativi tale espressione può essere intenzionalmente impiegata per caratterizzare un personaggio o restituire il sapore del parlato locale (si pensi ad alcuni passaggi di opere di Ignazio Silone o di autori contemporanei), nello scritto formale e nella comunicazione istituzionale essa costituisce un errore di norma sintattica.
Questo vincolo genera una diretta conseguenza sulla forma passiva. Per le regole della grammatica italiana, solo i verbi transitivi diretti possono essere trasformati al passivo. Dal momento che nell’italiano standard non è consentito “sparare una persona”, non è di conseguenza corretto dire “il rapinatore è stato sparato dalla polizia”. In questi casi occorre ricorrere a verbi transitivi idonei come colpire, ferire o uccidere (“il rapinatore è stato colpito dalla polizia”) oppure a forme impersonali come “gli è stato sparato”.
Padroneggiare queste distinzioni significa acquisire consapevolezza stilistica e rispetto per la struttura della nostra lingua. Riconoscere il confine tra uso figurato, norma colta ed espressività regionale permette di scegliere sempre il registro linguistico più adatto. Che si stia scrivendo un romanzo, redigendo un saggio o dialogando quotidianamente, ricordare che si spara un proiettile, ma si spara a una persona, restituisce alle parole la loro precisione e la loro naturale eleganza.
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