Tra le parole della lingua italiana oggi cadute nell’oblio, ma ancora capaci di rivelare attraverso la loro forma e la loro storia una particolare ricchezza della nostra lingua, saevitudine occupa un posto interessante. È un sostantivo femminile di uso antico e letterario, registrato con il significato di «empietà, crudeltà». La sua rarità contemporanea non deve però far pensare a una parola marginale dal punto di vista linguistico: al contrario, saevitudine appartiene a quel vasto patrimonio di vocaboli colti che l’italiano ha ereditato dal latino, adattandoli alla propria struttura e mantenendoli, talvolta per secoli, all’interno della tradizione letteraria.
La parola è attestata, tra gli altri, in Francesco Colonna, autore della celebre Hypnerotomachia Poliphili, dove compare in un passo di forte intensità espressiva: «A me, iniqua et fera, fora omni altra saevitudine immitissima, maligna et rea più che la crudelissima Phedra contra lo innocente Hippolyto?». Il contesto è dominato da una serie di termini che insistono sull’idea della ferocia, della malvagità e dell’ingiustizia. Saevitudine, quindi, non si limita a indicare una generica cattiveria: entra in una costruzione lessicale che vuole rappresentare una forma particolarmente aspra e disumana di comportamento.
L’origine latina di saevitudine e l’ingresso nella lingua italiana
Dal punto di vista etimologico, saevitudine è una voce dotta, derivata direttamente dal latino saevitudo, -inis, sostantivo attestato già in Plauto. Alla base troviamo l’aggettivo latino saevus, cioè «crudele», «feroce», «selvaggio», «spietato». Il passaggio dal latino all’italiano non avviene dunque attraverso una trasformazione popolare della parola, ma attraverso la conservazione e il recupero di una forma colta.
La struttura della parola permette di riconoscere abbastanza chiaramente il rapporto con la radice latina. Saevus esprime la qualità della ferocia; saevitudo indica invece la condizione o il carattere proprio di chi o di ciò che è saevus. L’italiano saevitudine riprende dunque una nozione astratta: non semplicemente un atto crudele, ma la crudeltà considerata come qualità, disposizione o manifestazione della ferocia.
Questa caratteristica spiega anche il carattere letterario della voce. L’italiano ha sviluppato numerosi sostantivi astratti mediante suffissi che indicano qualità e condizioni, ma saevitudine conserva una fisionomia chiaramente latina. La sua presenza nella lingua letteraria può quindi essere ricondotta a quella continua attività di recupero del patrimonio classico che ha caratterizzato la cultura italiana.
La crudeltà come qualità morale
Il significato indicato dai repertori — «empietà, crudeltà» — è particolarmente significativo perché mette in relazione due concetti che non sono perfettamente sovrapponibili. La crudeltà riguarda la ferocia nei confronti degli altri, mentre l’empietà implica una violazione di ciò che è considerato sacro, morale o dovuto. Saevitudine può quindi collocarsi in una zona semantica in cui la ferocia non è soltanto fisica, ma anche morale.
Dire di una persona o di un comportamento che manifesta saevitudine significa evocare una durezza che oltrepassa la semplice severità. La severità può essere legittima, controllata, persino necessaria; la crudeltà, invece, implica l’assenza di pietà. Nel valore antico e letterario della parola entra proprio questa dimensione della ferocia spietata.
Il passo di Francesco Colonna è particolarmente efficace perché accumula termini semanticamente affini: «iniqua», «fera», «immitissima», «maligna», «rea», «crudelissima». La presenza di saevitudine all’interno di questa sequenza non è casuale. Il vocabolo contribuisce a costruire un’immagine estremamente negativa, nella quale la persona evocata viene descritta attraverso una progressiva intensificazione della malvagità.
Saevitudine e il latino saevus
Per comprendere meglio la parola italiana è utile soffermarsi sulla famiglia lessicale latina da cui proviene. Saevus è un aggettivo fortemente espressivo: può indicare ciò che è feroce, selvaggio, terribile, violento. Non descrive necessariamente soltanto un comportamento umano; può essere riferito anche a una forza ostile, a una condizione violenta o a qualcosa che suscita paura.
Dal medesimo nucleo deriva dunque saevitudo, che trasforma l’aggettivo in un sostantivo astratto. L’italiano saevitudine conserva questa impostazione: non indica semplicemente «uno che è crudele», ma la qualità o la condizione della crudeltà.
Il procedimento è analogo a quello che si incontra in numerosi vocaboli italiani di origine dotta. La lingua letteraria, soprattutto quando vuole assumere un tono solenne o elevato, può ricorrere a parole che mantengono una stretta relazione formale con il latino. Il risultato è un lessico più raro, ma anche capace di evocare immediatamente una determinata tradizione culturale.
Una parola da leggere nel contesto
Una caratteristica importante dei vocaboli antichi è che il loro significato non dovrebbe essere isolato dalla frase nella quale compaiono. Nel caso di saevitudine, la semplice definizione «crudeltà» è corretta, ma non esaurisce tutte le sfumature del termine.
Nel passo di Colonna, infatti, il sostantivo è inserito in una domanda fortemente retorica e in una rappresentazione esasperata della malvagità. La crudeltà evocata viene comparata a quella di Fedra nei confronti dell’innocente Ippolito, uno degli esempi classici di passione distruttiva e ingiustizia. Il riferimento mitologico rende ancora più evidente il carattere colto della parola.
Saevitudine si trova quindi perfettamente a suo agio in un linguaggio ricercato, nel quale la scelta delle parole contribuisce alla solennità della rappresentazione. In un testo quotidiano moderno, invece, sarebbe naturale ricorrere a crudeltà, ferocia, spietatezza, empietà, a seconda del contesto.
Una parola oggi antica
I vocabolari qualificano saevitudine come letteraria e antica. Questa doppia indicazione è importante. «Antica» significa che la parola appartiene soprattutto a una fase storica precedente della lingua; «letteraria» indica che il suo ambito di conservazione è stato in particolare quello della scrittura colta.
La sua scomparsa dall’uso comune non rappresenta dunque un’anomalia. Molte parole italiane hanno seguito un percorso simile: sono state utilizzate dagli scrittori, talvolta riprese dal latino o dal greco, hanno avuto una certa circolazione nella lingua letteraria e successivamente sono state sostituite da vocaboli più comuni e immediati.
Nel caso di saevitudine, la concorrenza di parole come crudeltà e ferocia è particolarmente significativa. Entrambe sono immediatamente comprensibili al parlante contemporaneo e possiedono una lunga tradizione nell’italiano. Saevitudine, invece, conserva una marcata impronta dotta e appare oggi soprattutto come una parola da repertorio storico-letterario.
Perché recuperare parole come saevitudine
Conoscere una parola rara non significa necessariamente volerla reintrodurre nell’italiano quotidiano. La funzione di un vocabolo antico può essere soprattutto quella di permetterci di comprendere meglio la storia della lingua e della cultura.
Saevitudine ci mostra, innanzitutto, quanto l’italiano sia profondamente legato al latino. La sua stessa forma conserva la traccia di una parola latina antica e di una famiglia lessicale costruita attorno all’idea della ferocia. In secondo luogo, ci permette di osservare come la tradizione letteraria abbia conservato parole che nell’uso comune sono poi scomparse. Infine, il termine testimonia la capacità della lingua di trasformare una qualità concreta — l’essere saevus, feroce — in un concetto astratto, la saevitudo, cioè la ferocia considerata come caratteristica.
La parola possiede inoltre una forza particolare proprio perché è rara. Se oggi incontrassimo in un testo narrativo o poetico l’espressione «la sua saevitudine», la percepiremmo immediatamente come ricercata, solenne, forse arcaizzante. L’autore potrebbe sfruttare proprio questa distanza dall’uso quotidiano per conferire al personaggio o alla situazione una maggiore gravità.
Dalla saevitudo alla crudeltà
La storia di saevitudine può essere quindi letta come un piccolo esempio della storia generale dell’italiano. Una parola latina, saevitudo, legata all’aggettivo saevus, entra nel patrimonio della lingua italiana nella forma dotta saevitudine. Per un certo periodo viene utilizzata nella tradizione letteraria per esprimere una nozione di ferocia, crudeltà, empietà; successivamente perde progressivamente terreno di fronte a vocaboli più comuni e vitali.
Eppure il vocabolo non è privo di interesse. Anzi, proprio la sua rarità permette di cogliere un aspetto fondamentale della lingua italiana: il vocabolario non è costituito soltanto dalle parole che usiamo ogni giorno, ma anche da quelle che appartengono alla memoria dei testi, alla tradizione letteraria, alla storia culturale e ai rapporti secolari con le lingue classiche.
Saevitudine è dunque una parola antica per un concetto tutt’altro che antico: la crudeltà. Oggi diciamo normalmente crudeltà, ferocia, spietatezza; leggere saevitudine significa invece entrare in un italiano più raro e solenne, nel quale la derivazione latina diventa parte integrante dell’effetto espressivo. È proprio in questa distanza dall’uso quotidiano che il termine conserva il suo valore: non soltanto una voce da vocabolario storico, ma una testimonianza concreta della straordinaria stratificazione del lessico italiano.

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