Johann Gottfried Herder, tra le voci più originali dell’illuminismo tedesco e precursore del romanticismo, affida a una pagina degli Studi e progetti per la scultura una delle definizioni più dense e ambiziose che la filosofia moderna abbia mai tentato del sentimento umano.
Vale la pena riportarla per intero, perché ogni sua clausola apre un mondo:
“Il sentimento è il primo, più profondo e quasi unico senso degli uomini; la fonte della maggior parte dei nostri concetti e del nostro sentire; il primo vero organum dell’anima che raccoglie le manifestazioni esterne; il senso che, pur abbracciando completamente e allo stesso modo l’anima e gli altri sensi come comportamenti, contiene in sé parti e abbreviazioni; la misura della nostra sensibilità; la vera origine del vero, del buono, del bello!”
e nell’originale:
Gefühl ist der erste, profundeste und fast einzige Sinn der Menschen: die Quelle der meisten unser Begriffe und Empfindungen: das wahre und erste Organum der Seele, Vorstellungen von außen zu sammeln: der Sinn, der die Seele gleichsam ganz umgibt, und die andren Sinnen als Arten, Teile oder Verkürzungen in sich enthält: die Maße unsrer Sinnlichkeit: der wahre Ursprung des Wahren, Guten, Schönen!
Un rovesciamento della gerarchia razionalista
Per comprendere la portata di questa affermazione occorre collocarla nel suo contesto polemico. La cultura filosofica del Settecento, erede di Cartesio e forgiata dal razionalismo illuminista, aveva costruito un edificio del sapere in cui la ragione occupava il vertice indiscusso: era lei a giudicare, ordinare, verificare. I sensi, quando non venivano apertamente sospettati di ingannare, erano relegati a un ruolo ancillare, semplici fornitori di materiale grezzo che l’intelletto avrebbe poi elaborato e purificato.
Herder compie un gesto di rottura radicale. Definendo il sentimento “primo, più profondo e quasi unico senso degli uomini”, egli non lo colloca accanto agli altri sensi, in una lista paritaria, ma lo pone a fondamento di essi. Il sentimento non è uno dei cinque sensi: è la condizione stessa che rende possibile ogni percezione, il terreno su cui gli altri sensi possono attecchire e operare. È, per usare le sue stesse parole, l’”organum dell’anima”, lo strumento originario attraverso cui l’interiorità umana entra in contatto con ciò che le sta fuori.
Il sentimento come matrice generativa per Johann Gottfried Herder
Particolarmente significativa è l’affermazione che il sentimento sia “la fonte della maggior parte dei nostri concetti”. Qui Herder anticipa intuizioni che troveranno pieno sviluppo solo più tardi, nella fenomenologia e in certe correnti della psicologia del Novecento: l’idea che il pensiero concettuale, per quanto possa apparire come un’attività puramente astratta e disincarnata, affondi in realtà le proprie radici in una esperienza previa, corporea e affettiva.
Prima di pensare il mondo, lo sentiamo. Prima di categorizzarlo, ne siamo toccati. Il concetto, in questa prospettiva, non è mai la cosa originaria ma sempre una sedimentazione successiva, una cristallizzazione tardiva di un’esperienza che nasce altrove. Questo non significa, per Herder, che il sentimento sia irrazionale o antitetico alla ragione. Significa piuttosto che la ragione stessa ha una genealogia sensibile, che non può essere compresa se la si isola artificialmente dal terreno affettivo da cui proviene.
Un senso che contiene tutti gli altri sensi
Il passaggio più enigmatico e insieme più suggestivo della citazione è quello in cui Herder descrive il sentimento come il senso che “abbraccia completamente e allo stesso modo l’anima e gli altri sensi come comportamenti” e che “contiene in sé parti e abbreviazioni”. L’immagine è quasi topologica: il sentimento non sta accanto alla vista, all’udito, al tatto, ma li avvolge, li circonda, li include come sue articolazioni parziali. Vedere, udire, toccare sarebbero dunque modalità particolari, “abbreviazioni”, di quell’unico grande atto sentire che struttura l’intera vita psichica.
Questa concezione unitaria dell’esperienza sensibile si oppone frontalmente a ogni atomismo empirista, a quella tendenza — tipica di certo sensismo settecentesco — a scomporre la percezione in dati elementari isolati per poi ricostruirla per addizione. Per Herder l’esperienza umana è originariamente totale, olistica: si sente prima di sentire questo o quel particolare, così come si vive prima di vivere questo o quell’episodio della propria vita.
Vero, buono, bello: l’unità originaria dei valori
L’affermazione conclusiva è la più audace: il sentimento come “vera origine del vero, del buono, del bello”. Qui Herder sfida direttamente la tripartizione kantiana delle facoltà — intelletto per il vero, ragion pratica per il buono, giudizio per il bello — che pure la filosofia tedesca a lui contemporanea stava elaborando con rigore sistematico. Herder non nega che queste distinzioni abbiano una loro validità funzionale, ma insiste che, a monte di ogni distinzione, vi sia un’unità originaria: verità, moralità e bellezza nascono da una medesima sorgente affettiva, prima di differenziarsi in facoltà separate.
È una visione che restituisce dignità filosofica piena all’esperienza estetica e morale, sottraendola al sospetto di essere mera soggettività opinabile: se il sentimento è “misura della nostra sensibilità” e insieme origine del vero, allora sentire bene, sentire in profondità, diventa esso stesso una forma di conoscenza, non un suo surrogato imperfetto.
Le intuizioni di Herder su questo punto avrebbero irrigato profondamente il romanticismo, l’ermeneutica ottocentesca e, per vie più tortuose, anche certa fenomenologia novecentesca interessata alla dimensione prerazionale e affettiva dell’esperienza. Rileggerle oggi, in un’epoca che tende a scindere ancora una volta cognizione ed emozione, ragione e sentimento, significa riscoprire un pensiero capace di tenere insieme ciò che le classificazioni troppo nette rischiano sempre di separare artificialmente.

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