Lingua italiana: come scegliere tra che, cui e il quale? Scopriamolo!

Vediamo come ovviare ogni errore quando dobbiamo scegliere tra i pronomi relativi della lingua italiana “che”, “cui” e “il quale”.

Lingua italiana come scegliere tra che, cui e il quale Scopriamolo!

Tra i pronomi relativi più frequenti della lingua italiana, che, cui e il quale occupano un posto centrale, ma non sono perfettamente intercambiabili in tutti i contesti. Nella lingua comune possono spesso riferirsi allo stesso antecedente e svolgere funzioni sintattiche analoghe; tuttavia, la loro distribuzione dipende dalla funzione che il pronome svolge nella proposizione relativa, dal registro linguistico, dalla presenza di una preposizione e, in alcuni casi, dalla necessità di evitare ambiguità. La scelta tra queste forme non è dunque soltanto una questione di eleganza stilistica: conoscere le loro differenze permette di costruire frasi più chiare, corrette e adeguate alla situazione comunicativa.

L’annosa questione dei pronomi relativi della lingua italiana

La forma più comune è senza dubbio che. Il pronome relativo che è invariabile e può svolgere, nella proposizione relativa, soprattutto la funzione di soggetto o di complemento oggetto. Possiamo dire «la ragazza che è arrivata» oppure «il libro che ho comprato». Nel primo caso che è soggetto della relativa: è la ragazza ad aver compiuto l’azione dell’arrivare. Nel secondo caso è complemento oggetto: io ho comprato il libro. Questa estrema semplicità spiega la straordinaria frequenza di che nell’italiano contemporaneo. È una forma breve, naturale e adatta tanto al parlato quanto alla maggior parte degli usi scritti.

Accanto a che esiste la serie dei pronomi relativi composti il quale, la quale, i quali, le quali. Queste forme sono variabili per genere e numero e presentano quindi un vantaggio importante: permettono di rendere esplicito il genere e il numero dell’antecedente. Tuttavia, quando il quale svolge la funzione di soggetto o, soprattutto, di complemento oggetto, è molto meno frequente di che e tende a essere caratteristico dell’uso scritto formale. Dire «il libro il quale ho comprato» è grammaticalmente possibile, ma nella lingua corrente sarebbe decisamente più naturale «il libro che ho comprato». Analogamente, «la persona la quale è arrivata» è corretta, ma appare più formale e ricercata di «la persona che è arrivata».

La differenza di frequenza diventa quindi un criterio fondamentale. Che è normalmente la scelta spontanea; il quale è una forma più marcata, spesso utilizzata quando lo richiedono particolari esigenze di chiarezza o di stile. In un testo amministrativo, giuridico, scientifico o particolarmente sorvegliato, il quale può essere invece molto frequente. Per esempio, nel linguaggio giuridico si incontra facilmente una frase come «il tutore deve chiedere l’autorizzazione al giudice tutelare, il quale può anche nominare un curatore speciale». Qui la forma il quale si inserisce perfettamente nel registro formale del testo.

Uno dei casi in cui il quale può risultare utile è quello dell’eventuale ambiguità dell’antecedente. Immaginiamo la frase: «Ho visto la sorella di Paolo, che ha una laurea in legge». Chi possiede la laurea? La sorella oppure Paolo? La forma invariabile che non permette di stabilirlo automaticamente. In teoria potremmo sostituire che con «la quale» se intendiamo la sorella, oppure con «il quale» se intendiamo Paolo. La differenza di genere rende infatti esplicito il riferimento. Tuttavia, è importante non pensare che il quale debba essere utilizzato sistematicamente ogni volta che potrebbe esserci un’ambiguità.

Nella lingua corrente, una frase come «ho visto la sorella di Paolo, la quale ha una laurea in legge» può risultare pedantesca o comunque poco naturale. È spesso preferibile modificare la costruzione: «Ho visto la sorella di Paolo, che è laureata in legge» oppure «Ho visto la sorella di Paolo, che ha conseguito una laurea in legge». Se l’ambiguità rimane, la soluzione migliore può essere ancora più esplicita: «Ho visto la sorella di Paolo, che è laureata in legge, mentre Paolo non lo è».

Il comportamento di cui è diverso. Cui è un pronome relativo invariabile che viene normalmente utilizzato come complemento indiretto, soprattutto preceduto da una preposizione: «la persona con cui ho parlato», «il problema di cui discutiamo», «la città in cui vivo», «il professore a cui ho scritto». In questi casi cui è estremamente naturale e frequente. A differenza di quanto avviene con che soggetto o oggetto, infatti, non possiamo generalmente sostituire semplicemente cui con che mantenendo la stessa struttura: «la persona con che ho parlato» non appartiene all’italiano standard. Bisogna quindi ricorrere a «con cui», oppure, in un registro più formale, a «con la quale».

Come complemento indiretto, dunque, cui e il quale sono entrambi pienamente utilizzabili. Possiamo dire «il funzionario al quale ho parlato» oppure «il funzionario a cui ho parlato». La prima forma è più esplicita e variabile, la seconda è più breve e comunissima. Nella maggior parte delle situazioni quotidiane, cui rappresenta la soluzione più naturale: «il collega con cui lavoro», «la ragazza di cui ti ho parlato», «il progetto a cui stiamo lavorando». Il quale, la quale, i quali e le quali tendono invece ad acquistare particolare utilità nei contesti formali o quando la forma variabile contribuisce alla chiarezza.

Un caso particolarmente importante riguarda i complementi introdotti dalla preposizione di. In determinate costruzioni è preferibile usare cui invece della forma articolata del quale, soprattutto quando nella stessa espressione è già presente un altro complemento introdotto da di. Si pensi a una frase come «il ministro della Difesa, il cui progetto di riforma è fermo in Parlamento».

La forma «il progetto di riforma del quale…» risulterebbe molto più pesante, perché produrrebbe una successione di di che appesantirebbe la frase. Il relativo cui, in questo caso nella forma possessiva «il cui», consente una costruzione molto più scorrevole. È uno dei motivi per cui la padronanza dei pronomi relativi non consiste nella semplice sostituzione meccanica di una forma con un’altra: bisogna considerare anche la struttura complessiva della frase.

Esistono inoltre alcune espressioni cristallizzate nelle quali cui è particolarmente caratteristico del linguaggio giuridico e burocratico. Si pensi alla formula «il delitto di cui all’articolo…» oppure a espressioni come «le disposizioni di cui sopra». In questi casi cui contribuisce a creare una formulazione sintetica e tipica di determinati registri. Non si tratta necessariamente di una forma da imitare nella lingua quotidiana: «di cui sopra» appartiene infatti a un linguaggio amministrativo e burocratico ben riconoscibile. La stessa funzione potrebbe essere espressa in modo più semplice in un testo comune, per esempio «le disposizioni indicate sopra».

Un altro contesto nel quale il quale è normalmente preferibile riguarda le costruzioni in cui il relativo dipende da un numerale, da un pronome indefinito oppure da una struttura che contiene già un complemento. Sono tipiche costruzioni come «tre dei quali», «uno dei quali», «alcuni dei quali», «ognuna delle quali». In questi casi la forma variabile è sostanzialmente la norma: «Ho letto cinque libri, tre dei quali erano romanzi», «Abbiamo affrontato diversi problemi, alcuni dei quali molto complessi», «Sono state esaminate varie questioni, ognuna delle quali richiedeva una soluzione specifica».

La sostituzione con cui non funzionerebbe nello stesso modo: «tre di cui» può comparire in altri contesti, ma quando il relativo segue direttamente il numerale o l’indefinito con valore partitivo la costruzione «tre dei quali» è quella caratteristica.

Anche quando il relativo dipende da un verbo che appartiene alla stessa proposizione relativa, la forma composta può essere necessaria o particolarmente naturale. Si possono avere frasi come «quella è la questione sulla quale bisogna riflettere», «sono state affrontate diverse problematiche, per ognuna delle quali occorre trovare una soluzione» oppure «questo è il principio seguendo il quale si deve procedere». In tali costruzioni la forma variabile consente di mantenere chiaramente visibile il rapporto sintattico tra antecedente e relativo.

Il quale può inoltre essere scelto per variazione stilistica, soprattutto quando nella stessa frase o in frasi vicine si susseguono molti che. In una prosa accuratamente costruita, una serie eccessiva di che può creare monotonia o rendere meno immediatamente leggibili i rapporti sintattici. La sostituzione occasionale con il quale può allora produrre una maggiore varietà. Non significa, tuttavia, che il quale sia automaticamente «più corretto» o che che debba essere evitato. Al contrario, utilizzare il quale in ogni possibile posizione renderebbe spesso il testo artificioso.

Un altro contesto significativo è quello successivo a una pausa forte, rappresentata da punto, punto e virgola o due punti. In testi letterari o giornalistici possiamo trovare frasi nelle quali il quale introduce una proposizione che, dal punto di vista sintattico, mantiene un rapporto con quanto precede ma assume quasi un valore dimostrativo. È una costruzione tipica soprattutto della lingua scritta e può produrre un effetto di continuità argomentativa.

Nel parlato, invece, sarebbe molto più naturale ricorrere a un pronome dimostrativo o personale, eventualmente preceduto da una congiunzione: «È arrivato alla presenza del padrone di casa. Questi, circondato dai parenti, stava nel mezzo della sala» oppure «I bombardieri partono in gran segreto. Questi vengono però avvistati dai radar». Il parlato tende infatti a spezzare e semplificare le relazioni sintattiche che la scrittura può invece mantenere attraverso il quale.

Il quale può essere inoltre favorito quando l’antecedente è distante dal relativo. Se tra il sostantivo antecedente e il pronome relativo si inserisce una lunga sequenza di parole, la forma variabile può aiutare il lettore a individuare più facilmente il riferimento. Anche in questo caso, tuttavia, la soluzione più frequente rimane spesso che. La lingua italiana contemporanea non tende infatti a sostituire automaticamente che con il quale ogni volta che l’antecedente è lontano. La scelta dipende dalla complessità della frase, dal registro e dalle esigenze di chiarezza.

È interessante, infine, osservare che la distribuzione dei pronomi relativi è cambiata nel corso della storia dell’italiano. Nella prosa più antica, e in particolare nella scrittura dantesca, sembra emergere una distinzione tra che, caratteristico delle relative limitative, e il quale, maggiormente associato alle relative esplicative.

In una costruzione limitativa, il contenuto della relativa serve a restringere e determinare il significato dell’antecedente: «la cosa che ho visto». In una relativa esplicativa, invece, la proposizione aggiunge un’informazione sull’antecedente già identificato: «la cosa, la quale mi aveva colpito, …». Questa opposizione storica è significativa, ma non deve essere trasformata in una regola rigida dell’italiano contemporaneo. L’uso moderno è molto più flessibile e che è oggi largamente dominante.

In sintesi:

Scegliere tra che, cui e il quale è soprattutto una questione di funzione sintattica, chiarezza e registro. Come regola pratica, possiamo ricordare che che è la forma più comune quando il relativo è soggetto o complemento oggetto: «la persona che è arrivata», «il libro che ho letto». Cui è normalmente la scelta più naturale quando il relativo è preceduto da una preposizione: «la persona con cui parlo», «il libro di cui discuto», «la città in cui vivo».

Il quale, con le sue forme variabili, è particolarmente utile nei complementi indiretti, nelle costruzioni come «uno dei quali» e «ognuna delle quali», nei registri formali e nei casi in cui genere e numero devono contribuire a rendere più chiaro il riferimento. Può inoltre servire alla variazione stilistica, dopo una pausa forte o quando l’antecedente è molto distante.

La scelta migliore, quindi, non consiste nel considerare una forma più «corretta» delle altre. Consiste nel sapere quando una forma è più naturale, più chiara o più adatta al registro richiesto. Nell’italiano quotidiano, che e cui coprono una parte enorme delle esigenze comunicative; il quale interviene soprattutto quando la precisione sintattica, la formalità o la varietà stilistica lo rendono opportuno. Una buona padronanza dei pronomi relativi nasce proprio dalla capacità di passare dall’una all’altra forma senza rigidità, costruendo frasi che siano insieme grammaticalmente corrette, chiare e naturali.