Lingua italiana: si può dire “alla bisogna”?

Scopriamo assieme se l’espressione della lingua italiana “alla bisogna” è un’espressione sgrammaticata o la possiamo dire senza sbagliare.

Lingua italiana si può dire alla bisogna

L’espressione alla bisogna appartiene a quel gruppo particolarmente interessante di locuzioni della lingua italiana nelle quali sopravvivono parole o forme grammaticali che, considerate isolatamente, sono ormai rare, antiquate o addirittura uscite dall’uso comune. Oggi, infatti, il sostantivo bisogna non viene normalmente impiegato come parola autonoma: quando vogliamo indicare una necessità, una necessità pratica o qualcosa di cui abbiamo bisogno, utilizziamo il sostantivo maschile bisogno. Eppure bisogna non è affatto una parola inventata o un errore: è una forma antica, femminile, largamente attestata nella storia dell’italiano fin dal XIII secolo e sopravvissuta, soprattutto, proprio all’interno di espressioni cristallizzate.

Un’informazione sulla lingua italiana… alla bisogna

Tra queste, alla bisogna è probabilmente una delle più riconoscibili. La locuzione può essere interpretata come «quando occorre», «quando ce n’è necessità», «all’occorrenza», «nel momento del bisogno» e viene generalmente usata per indicare qualcosa che viene fatto o utilizzato quando se ne presenta la necessità. Dire, per esempio, che «lo strumento è disponibile alla bisogna» significa che esso può essere utilizzato quando occorre, mentre «si farà ricorso a lui alla bisogna» equivale a dire che ci si rivolgerà a quella persona quando sarà necessario.

Per comprendere davvero il significato dell’espressione bisogna però partire dalla storia della parola bisogna. Come mostrano il Tommaseo-Bellini, il Grande dizionario della lingua italiana e il TLIO, bisogna rappresenta una variante femminile di bisogno, attestata nella lingua italiana almeno dal Duecento. La sua storia è quindi profondamente intrecciata con quella di bisogno, ma le due forme non hanno avuto esattamente la stessa fortuna. Bisogno si è imposto progressivamente come forma normale nell’italiano comune, mentre bisogna è diventata sempre più marginale, fino a essere percepita come una voce antica, letteraria o appartenente a particolari espressioni.

Il Tommaseo-Bellini, nella voce dedicata a bisogna, osservava infatti che essa era ormai una forma minoritaria e ricordava come fosse stata considerata antiquata già da alcuni autori del passato. Nella lingua moderna, dunque, incontriamo quasi esclusivamente bisogno come sostantivo autonomo: diciamo «ho bisogno di aiuto», «c’è bisogno di pazienza», «abbiamo bisogno di tempo», non normalmente «ho bisogna di aiuto». La presenza di bisogna sopravvive invece soprattutto nelle locuzioni tradizionali.

Questa sopravvivenza è particolarmente significativa perché ci mostra uno dei meccanismi più affascinanti della storia delle lingue: le parole possono scomparire dall’uso autonomo e continuare a vivere all’interno di espressioni fisse. È un fenomeno molto comune. Una locuzione, infatti, può conservare per secoli una parola che nel resto della lingua ha progressivamente perso vitalità. Quando l’espressione diventa stabile, i parlanti non percepiscono più necessariamente tutti i suoi elementi come parole liberamente sostituibili.

La locuzione viene imparata e trasmessa nel suo complesso. È così che una forma antica può arrivare fino all’italiano contemporaneo anche quando non sarebbe più naturale utilizzarla al di fuori di quella determinata combinazione. Alla bisogna rappresenta esattamente questo tipo di fossilizzazione linguistica: bisogna non è più, nella lingua corrente, il normale equivalente femminile di bisogno, ma resta perfettamente riconoscibile nella locuzione.

La storia semantica della parola aiuta inoltre a comprendere perché bisogna abbia sviluppato rapporti particolarmente stretti con l’idea di faccenda, cosa da fare, incombenza, occorrenza. Il Tommaseo-Bellini sottolineava infatti una distinzione interessante rispetto a bisogno: «Bisogna dunque è più affine a Faccenda che a Bisogno». L’osservazione è importante perché permette di capire che bisogna non rappresentava semplicemente una variante fonetica o morfologica di bisogno, ma aveva sviluppato sfumature semantiche proprie. In particolare, poteva indicare ciò che doveva essere fatto, una faccenda da sbrigare, un’occorrenza, una necessità concreta. Il Tommaseo collegava questo valore anche all’idea di qualcosa che «debba fare», mettendo in relazione il termine con il concetto di azione necessaria o da compiere.

Da questa prospettiva, alla bisogna assume un significato estremamente trasparente. Se bisogna è ciò che occorre fare, ciò che si presenta come necessità o incombenza, «alla bisogna» significa letteralmente, in una lettura storica, «di fronte alla necessità», «quando si presenta la faccenda da affrontare», «quando occorre». Il significato moderno della locuzione — «all’occorrenza» — è dunque il risultato naturale di questa evoluzione. La preposizione alla introduce una situazione o una circostanza: quando arriva la necessità, quando si presenta l’occasione in cui qualcosa è necessario, allora si interviene.

Alla bisogna e espressioni similli

È interessante confrontare alla bisogna con espressioni oggi più comuni come all’occorrenza, quando serve, quando necessario, in caso di necessità o all’occorrenza. Dal punto di vista comunicativo, le alternative moderne sono generalmente più frequenti e immediate. Alla bisogna, invece, possiede una sfumatura particolare: può apparire letteraria, tradizionale, popolare o leggermente ironica a seconda del contesto. Non è però necessariamente arcaizzante. Può essere utilizzata anche nell’italiano contemporaneo, soprattutto quando chi parla vuole dare alla frase un tono più espressivo o evocare un modo di dire tradizionale.

La locuzione può inoltre comparire in costruzioni come «accingersi alla bisogna», dove il significato si avvicina a quello di «prepararsi a fare ciò che occorre», «mettersi all’opera quando arriva il momento». In questi casi diventa ancora più evidente il legame storico tra bisogna e l’idea di faccenda, compito o necessità pratica. Non si tratta semplicemente del «bisogno» inteso come stato di necessità personale, ma della situazione concreta che richiede un’azione.

La parola presenta dunque un percorso molto interessante: da sostantivo relativamente vitale nell’italiano antico a forma marginale nell’italiano moderno, fino alla sua conservazione in locuzioni cristallizzate. Questo processo è un esempio di come la lingua non proceda attraverso cancellazioni nette, ma attraverso stratificazioni. Il lessico contemporaneo conserva moltissimi fossili linguistici: parole che non useremmo spontaneamente in una frase libera, ma che riconosciamo immediatamente quando le incontriamo in un proverbio, in una locuzione o in una formula tradizionale. Alla bisogna appartiene proprio a questa categoria.

La situazione è particolarmente interessante se si considera il rapporto fra norma, uso e tradizione. Un parlante contemporaneo che incontrasse bisogna fuori da una locuzione potrebbe considerarla insolita o addirittura sbagliata, soprattutto perché la forma dominante è bisogno. Ma sarebbe errato concludere che bisogna sia una forma linguisticamente illegittima. La storia della lingua dimostra esattamente il contrario. La parola possiede una lunga tradizione e una documentazione letteraria significativa. La sua rarità moderna non è quindi il risultato di una presunta scorrettezza originaria, ma dell’evoluzione del sistema lessicale italiano, che ha progressivamente privilegiato bisogno.

Questo è un punto importante anche dal punto di vista dell’educazione linguistica. Molte parole che oggi sembrano strane o incomprensibili diventano perfettamente intelligibili quando se ne ricostruisce la storia. Bisogna non è un errore derivato da bisogno, né una deformazione popolare recente: è una forma antica che ha avuto una propria storia. La locuzione alla bisogna è quindi una piccola testimonianza della continuità dell’italiano attraverso i secoli. Ogni volta che la pronunciamo, inconsapevolmente recuperiamo una forma che appartiene a uno strato più antico della nostra lingua.

Il fenomeno si può osservare anche in numerose altre espressioni italiane. La lingua conserva frequentemente termini ormai desueti all’interno di formule che continuano a essere comprese e utilizzate. Questo avviene perché le locuzioni sono particolarmente resistenti al cambiamento: vengono trasmesse come blocchi relativamente stabili e possono sopravvivere anche quando i singoli elementi che le compongono cambiano significato o perdono produttività. È per questo che il vocabolario di una lingua non coincide semplicemente con l’insieme delle parole che i parlanti usano liberamente ogni giorno. Esiste anche una sorta di memoria fraseologica, fatta di proverbi, modi di dire, locuzioni e formule che conservano tracce di epoche linguistiche differenti.