5 libri con protagoniste donne che sfidano il posto che il mondo ha scelto per loro

Scopri questi 5 libri che hanno come protagoniste donne che hanno sfidato i canoni e il posto che la società ha scelto per loro.

5 libri con protagoniste donne che sfidano il posto che il mondo ha scelto per loro

Ci sono protagoniste che conquistano il lettore per ciò che fanno e altre che rimangono impresse per il modo in cui costringono a guardare diversamente il mondo intorno a loro. Le cinque donne al centro di questi libri appartengono a epoche, paesi e generi letterari molto lontani, ma condividono una condizione: vivono dentro società che hanno già stabilito quale dovrebbe essere il loro posto. Una donna chicana degli anni Settanta rinchiusa in un ospedale psichiatrico, una gentildonna della Reggenza inglese che decide di vivere da sola, l’amante di Bernini sottratta all’immagine che la storia ha costruito di lei, una scrittrice che precipita nella crisi psichica e una donna che attraversa un futuro nel quale persino il genere è stato ripensato.

Leggerle significa allora interrogarsi anche sulla libertà femminile e sulle forme, spesso invisibili, attraverso cui viene limitata. Perché una protagonista interessante non deve necessariamente essere esemplare, eroica o sempre capace di scegliere correttamente. Può essere contraddittoria, fragile, arrabbiata, eccentrica e persino disturbante. È proprio nella possibilità di essere tutto questo che la letteratura restituisce alle donne qualcosa che per molto tempo è stato concesso soprattutto ai personaggi maschili: il diritto alla complessità.

5 romanzi con protagoniste femminili da conoscere

1. “Donna sul filo del tempo” di Marge Piercy, SUR

Connie Ramos appartiene a un presente che sembra aver deciso di toglierle progressivamente qualsiasi possibilità di essere ascoltata. È una donna chicana, povera, vive nella New York degli anni Settanta e viene ingiustamente rinchiusa in un ospedale psichiatrico. La sua posizione sociale rende immediatamente evidente uno dei nuclei più potenti di Donna sul filo del tempo: chi possiede il diritto di stabilire quando una donna è credibile, razionale, adeguata? Piercy costruisce la propria fantascienza partendo proprio dal corpo e dalla voce di qualcuno che il sistema ha già classificato.

L’incontro con Luciente cambia completamente la prospettiva. Questa figura androgina sembra provenire dal 2137 e permette a Connie di entrare in contatto con Mattapoisett, una comunità futura nella quale molte delle strutture considerate inevitabili nel suo presente sono state superate. Il denaro non esiste, le risorse vengono condivise, il rapporto con la natura è radicalmente diverso e soprattutto i ruoli di genere hanno perso il significato che possiedono nella società di Connie. Anche la maternità non appartiene più esclusivamente alle donne, diventando responsabilità collettiva. Piercy utilizza così il futuro per mettere sotto osservazione il presente: ciò che siamo abituati a considerare naturale potrebbe essere soltanto il risultato di una particolare organizzazione sociale.

Ma Donna sul filo del tempo diventa ancora più interessante quando rifiuta di trasformare il futuro in una soluzione semplice. Mattapoisett rappresenta soltanto una delle possibilità e altre prospettive molto più inquietanti incombono sulla storia. Il futuro dipende quindi da ciò che viene scelto nel presente e Connie, proprio lei che nel proprio tempo viene considerata irrilevante, si trova paradossalmente al centro di questa possibilità.

Pubblicato originariamente nel 1976, il romanzo conserva una forza sorprendente per la maniera in cui intreccia genere, classe sociale, razzismo, controllo medico, libertà riproduttiva ed ecologia. La fantascienza permette a Piercy di rendere visibili strutture di potere che nella quotidianità rischiano di sembrare normali proprio perché siamo abituati a viverci dentro.

Connie è una protagonista memorabile perché la sua battaglia riguarda innanzitutto il diritto a possedere la propria realtà. Il suo viaggio pone così una domanda ancora attualissima: quanto di ciò che consideriamo inevitabile lo è davvero? Immaginare una società differente, suggerisce Piercy, è già un gesto politico, perché prima di cambiare il mondo bisogna riuscire a concepire che possa essere diverso.

2. “Una donna di classe” di Georgette Heyer, Astoria

Annis Wychwood ha raggiunto un’età nella quale la società che la circonda si aspetterebbe probabilmente che accettasse il destino previsto per una donna della sua condizione. Lei sceglie invece Bath. Lascia la casa natale e soprattutto l’autorità di un fratello che pretende di interferire con le sue decisioni, preferendo essere considerata eccentrica piuttosto che consegnare la propria vita a un matrimonio poco desiderabile. È già sufficiente questa scelta per capire perché Una donna di classe sia qualcosa di più di una brillante commedia sentimentale ambientata nell’Inghilterra della Reggenza.

Georgette Heyer costruisce in Annis una protagonista dotata di quella forma di indipendenza che diventa particolarmente interessante quando inserita in una società rigidamente regolata dalle convenzioni. La sua libertà economica le concede possibilità che molte altre donne non possiedono, ma non la sottrae allo sguardo sociale. Essere una donna non sposata e intenzionata a decidere autonomamente significa comunque diventare un’eccezione, e Annis sembra avere imparato a convivere perfettamente con questa condizione.

La sua tranquillità viene complicata dall’incontro con Lucilla e Ninian, due giovani in fuga da un matrimonio progettato dalle rispettive famiglie nonostante nessuno dei due desideri realmente sposare l’altro. Annis decide di prendere Lucilla sotto la propria protezione e finisce così per incontrare Oliver Carleton, tutore della ragazza, uomo intelligente, anticonformista, spregiudicato e dotato di una sincerità capace di diventare irritante. Tra Annis e Oliver nasce naturalmente uno dei grandi piaceri della narrativa di Heyer: il corteggiamento costruito attraverso conversazioni, scontri verbali e riconoscimento reciproco.

Il romance funziona proprio perché Annis non aspetta l’arrivo di un uomo che le permetta finalmente di iniziare a vivere. Possiede già una casa, una posizione e soprattutto una volontà. L’amore può quindi diventare una scelta anziché una necessità, differenza fondamentale in una storia ambientata in un mondo nel quale il matrimonio rappresentava spesso la principale destinazione sociale attribuita alle donne.

Dietro la leggerezza, l’ironia e il gioco delle convenzioni, Una donna di classe racconta qualcosa di molto moderno: essere liberi significa poter scegliere anche ciò che tradizionalmente ci si aspetterebbe da noi, purché quella decisione ci appartenga davvero. Annis non deve rifiutare l’amore per dimostrare la propria indipendenza. Deve semplicemente poter decidere chi amare senza rinunciare a essere padrona della propria vita.

3. “Costanza” di Rachel Blackmore, Newton Compton editore 

Roma, 1636. Costanza Piccolomini è una giovane donna sposata quando incontra Gian Lorenzo Bernini, artista già celebrato e uomo abituato a esercitare il proprio potere tanto attraverso il talento quanto attraverso la posizione conquistata nella società romana. Tra loro nasce una relazione clandestina destinata a diventare uno degli episodi più tormentati della vita dello scultore. Rachel Blackmore sceglie però di compiere un’operazione precisa: spostare il centro della storia dall’uomo famoso alla donna che per secoli è rimasta soprattutto il volto di un busto.

Il punto di partenza è particolarmente significativo perché Costanza è realmente sopravvissuta nell’immaginario attraverso lo sguardo maschile. Il celebre ritratto scolpito da Bernini ha conservato i suoi lineamenti, la bocca socchiusa, i capelli spettinati e un’impressione straordinariamente viva, ma proprio quella sopravvivenza artistica rischia di trasformarla eternamente nella musa di qualcun altro. Il romanzo prova invece a immaginarla come soggetto della propria esistenza, restituendole desideri, contraddizioni e possibilità.

L’amore con Bernini assume così contorni progressivamente più oscuri. Il desiderio dell’artista di rendere Costanza immortale attraverso l’arte convive con un bisogno di possesso che rivela quanto facilmente l’adorazione possa trasformarsi in controllo. Quando la relazione entra in crisi e il tradimento porta alla violenza e allo scandalo, emerge con chiarezza l’enorme differenza tra ciò che un uomo potente e una donna possono permettersi nella Roma del Seicento. La reputazione femminile è fragile, il giudizio pubblico spietato e la possibilità di ricominciare tutt’altro che scontata.

È proprio qui che la figura di Costanza acquista maggiore interesse. La sua storia non termina nel momento in cui Bernini smette di essere il centro della sua esistenza. Anzi, è precisamente da quella frattura che può cominciare il processo attraverso cui la donna raccontata dagli altri tenta di riappropriarsi della propria identità.

Costanza parla quindi anche del modo in cui costruiamo la memoria delle donne legate agli uomini celebri. Quante sono diventate semplicemente mogli, amanti, muse o vittime nelle biografie maschili? Cambiare prospettiva significa domandarsi che cosa accada quando spostiamo lo sguardo oltre l’artista e osserviamo finalmente la persona ritratta. Costanza Piccolomini smette così di essere soltanto il volto immortalato nel marmo e torna, almeno attraverso l’immaginazione narrativa, a possedere una storia.

4. “I volti” di Tove Ditlevsen, Fazi

Lise Mundus è una scrittrice di libri per ragazzi nella Copenaghen della fine degli anni Sessanta. È anche una madre, una moglie e una donna che avverte progressivamente l’impossibilità di tenere insieme tutte le identità che la sua vita le richiede. Il matrimonio con Gert è attraversato dall’infelicità e dal risentimento: lui vive il successo professionale della moglie quasi come un’umiliazione, porta avanti altre relazioni e ha smesso da tempo di offrirle quella vicinanza sulla quale dovrebbe poggiare la loro intimità. Intanto Lise non riesce più a scrivere e il mondo intorno a lei comincia lentamente a perdere consistenza.

Da questo punto Tove Ditlevsen conduce il lettore dentro la percezione della protagonista. Lise sviluppa la convinzione che il marito e la donna di servizio stiano complottando contro di lei, i pensieri diventano sempre più incontrollabili e durante la notte compaiono volti deformati, immagini che sembrano rivelare qualcosa nascosto dietro l’apparenza delle persone. Il crollo psichico non viene osservato comodamente dall’esterno. Siamo trascinati dentro una coscienza nella quale distinguere ciò che accade da ciò che viene percepito diventa progressivamente più difficile.

È questa vicinanza a rendere I volti una lettura tanto disturbante quanto potente. Ditlevsen evita di ridurre Lise alla figura della donna folle, una delle immagini più persistenti della tradizione letteraria. La crisi della protagonista possiede una dimensione personale e psichica, ma si sviluppa anche dentro una rete di ruoli, aspettative e relazioni che la stanno consumando. Essere moglie, madre e scrittrice significa continuamente negoziare lo spazio che ciascuna identità sottrae alle altre.

Il tema della follia finisce così per intrecciarsi a quello della libertà. Nel momento in cui perde progressivamente il controllo della propria vita, Lise arriva persino a interrogarsi sul significato liberatorio di quella stessa perdita. Se la normalità coincide con l’obbligo di sostenere ruoli che la stanno soffocando, che cosa significa davvero tornare normale?

Ditlevsen scrive una protagonista che non chiede al lettore di essere ammirata, ma di essere attraversata. La sua vulnerabilità può essere sgradevole, dolorosa e contraddittoria, proprio come può esserlo l’esperienza umana. I volti diventa così anche un romanzo sulla frantumazione dell’identità femminile quando una donna non riesce più a riconoscersi nelle immagini che gli altri le restituiscono.

5. “Mia signora di pietra e vento” di Katia Tenti, Neri Pozza

Tra le protagoniste femminili più interessanti da incontrare in un romanzo storico c’è sicuramente Margarete di Tirolo-Gorizia, figura realmente esistita e a lungo schiacciata da una memoria costruita quasi interamente dagli uomini. Katia Tenti parte proprio da questa frattura tra storia e reputazione per costruire Mia signora di pietra e vento, un romanzo che attraversa il Trecento e arriva fino al presente, interrogandosi su quanto sia difficile restituire una voce autentica a una donna quando ciò che resta di lei è stato filtrato per secoli dal pregiudizio.

Margarete appare inizialmente come una bambina affacciata sui possedimenti della propria famiglia, immersa in un paesaggio che ha qualcosa di solenne e selvatico. È l’unica erede di un casato strategico negli equilibri politici dell’Europa medievale e proprio per questo il suo destino sembra già deciso. Il matrimonio non appartiene alla sfera privata, ma è uno strumento di potere, mentre la felicità personale diventa un lusso che nessuno ritiene necessario concederle. Da qui nasce il nucleo più forte del romanzo: Margarete comprende presto che la sua identità rischia di essere definita esclusivamente attraverso il ruolo che altri hanno scelto per lei.

La sua ribellione assume allora un valore politico prima ancora che sentimentale. Margarete si oppone a un marito crudele e incapace, sfida il Pontefice, entra in conflitto con gli Asburgo e tenta di esercitare direttamente un potere che, per una donna del suo tempo, continua a essere percepito come un’anomalia. Il romanzo mostra bene quanto ogni scelta femminile venga sottoposta a un giudizio differente rispetto a quella maschile: ciò che in un uomo sarebbe ambizione, fermezza o strategia, in una donna può facilmente trasformarsi in scandalo, eccesso, disobbedienza.

Non sorprende allora che Margarete sia passata alla storia anche con il soprannome di Maultasch, “Boccalarga”, appellativo denigratorio che ha contribuito a deformarne l’immagine nei secoli. Tenti lavora proprio su questa violenza della memoria, mostrando come l’identità pubblica di una donna possa essere riscritta fino a sostituirsi alla persona reale. La protagonista diventa così interessante anche per un lettore contemporaneo: il romanzo non racconta soltanto una nobildonna medievale, ma affronta il meccanismo attraverso cui il potere stabilisce quali donne meritino rispetto e quali possano essere trasformate in caricature.

A questa vicenda si intreccia quella di Arianna Miele, antropologa contemporanea incaricata di curare una mostra dedicata proprio a Margarete. A distanza di sette secoli, Arianna si trova davanti a un problema simile: distinguere la donna dal simbolo. Il ritrovamento di un possibile editto attribuito alla contessa, che avrebbe sancito l’inviolabilità del corpo delle sue suddite, potrebbe rappresentare una scoperta straordinaria, ma anche diventare il terreno sul quale proiettare idee e battaglie del presente. La ricerca storica assume così una dimensione etica: raccontare una donna significa rispettarne la complessità, senza trasformarla nell’eroina perfetta che vorremmo trovare nel passato.

Il parallelismo tra Margarete e Arianna è una delle intuizioni più interessanti del romanzo. Entrambe sono chiamate a confrontarsi con ciò che il mondo pretende da loro, entrambe devono difendere uno spazio di autonomia e soprattutto entrambe scoprono quanto sia facile essere definite da uno sguardo esterno. Per Arianna ricostruire la storia di Margarete significa quindi anche interrogare la propria vita, il rapporto con la maternità, il lavoro e le aspettative che continuano a gravare sulle donne, seppure in forme profondamente diverse.

Mia signora di pietra e vento trova così il proprio centro nella libertà femminile e nel modo in cui essa viene raccontata, concessa o negata. Margarete non interessa perché possa diventare un modello senza contraddizioni, ma proprio perché la sua vicenda mostra quanto sia necessario recuperare le donne del passato sottraendole alle semplificazioni che le hanno rese sante, mostri, muse o scandali. Ed è forse questo il motivo migliore per inserirla tra le protagoniste femminili da conoscere: la sua storia ci ricorda che ogni volta che una donna riemerge dall’oblio, il compito più importante non è trasformarla in ciò che vorremmo fosse stata, ma restituirle finalmente il diritto di essere stata complessa.