Ci sono parole che, già nella loro forma, sembrano suggerire il significato che custodiscono. Bric-à-brac è una di queste. L’espressione francese, entrata anche nella lingua italiana, possiede infatti un suono particolare, quasi giocoso e frammentario, che sembra evocare il tintinnio e il movimento disordinato di molti piccoli oggetti accostati gli uni agli altri. In italiano bric-à-brac è un sostantivo maschile invariabile e indica soprattutto «roba vecchia, cianfrusaglie, oggetti riuniti a caso e spesso destinati a essere rivenduti».
Il termine può però assumere anche un significato più ampio e descrivere l’aspetto di una stanza, di un’abitazione o di un ambiente arredato con mobili e oggetti eterogenei, raccolti senza una precisa uniformità, talvolta secondo un gusto volutamente estetizzante, antiquario o decadente. È proprio questo secondo significato ad aver reso la parola particolarmente suggestiva nella storia della cultura e della letteratura: il bric-à-brac non è più soltanto un insieme casuale di vecchie cose, ma può diventare una vera e propria estetica dell’accumulo.
Una voce onomatopeica che dal francese è entrata nella lingua italiana
Dal punto di vista linguistico, bric-à-brac è una voce francese: in francese si scrive bric-à-brac, con gli accenti e i trattini che ne caratterizzano la grafia originaria. I dizionari italiani la registrano come voce di origine francese e la riconducono a una formazione di carattere onomatopeico. Il suo stesso ritmo fonico contribuisce dunque alla sua espressività. La ripetizione di suoni simili, bric e brac, produce una sorta di effetto imitativo e suggerisce qualcosa di frammentario, composito, assemblato alla rinfusa.
Non siamo di fronte a una parola che descrive semplicemente un oggetto determinato: bric-à-brac evoca piuttosto una pluralità di oggetti, una confusione di forme, materiali, epoche e funzioni. È una parola che sembra avere bisogno della molteplicità per realizzare pienamente il proprio significato.
Il concetto di bric-à-brac è strettamente legato alla presenza di oggetti eterogenei raccolti insieme. Un vecchio orologio, una statuetta, un vaso scheggiato, una cornice dorata, un piccolo mobile, un soprammobile di provenienza incerta, una fotografia ingiallita: presi singolarmente, questi oggetti possono avere un valore modesto o semplicemente affettivo; riuniti nello stesso ambiente, però, possono costituire un bric-à-brac. La caratteristica fondamentale è infatti l’eterogeneità. Non necessariamente gli oggetti devono essere brutti, inutili o privi di valore: ciò che li accomuna è soprattutto il fatto di appartenere a mondi differenti e di essere stati accostati secondo un criterio non rigidamente uniforme.
Per questa ragione, la parola può avere una sfumatura lievemente ironica o critica. Dire che una stanza è piena di bric-à-brac può significare che vi sono troppe cose, che l’arredamento è confuso, che gli oggetti si sono accumulati nel tempo senza un preciso progetto. Ma il termine non è necessariamente dispregiativo. In determinati contesti, il bric-à-brac può essere ricercato e intenzionale. Un ambiente può essere progettato appositamente per dare l’impressione di essere pieno di oggetti trovati, antichi, curiosi e diversi fra loro. In questo caso il disordine apparente è il risultato di una scelta estetica.
È proprio questa ambivalenza a rendere interessante la parola. Il bric-à-brac può essere contemporaneamente disordine e composizione, accumulo e scelta, casualità e artificio. Un ambiente pieno di oggetti può sembrare casuale, ma dietro quell’apparente casualità può nascondersi una precisa volontà estetica. Il gusto del bric-à-brac nasce spesso dalla capacità di trasformare la varietà in atmosfera: non importa che ogni oggetto appartenga allo stesso stile, perché è proprio la loro diversità a produrre un effetto complessivo.
L’espressione tra Otto e Novecento
Nella cultura europea dell’Otto e del Novecento questo gusto per l’accumulo di oggetti ebbe una particolare fortuna. L’interesse per l’antico, per il curioso, per il raro e per il decadente contribuì a trasformare gli interni domestici in veri e propri piccoli musei privati. Le stanze potevano essere riempite di mobili, tessuti, quadri, ceramiche, libri, statue e oggetti provenienti da epoche diverse. Il valore dell’ambiente non risiedeva necessariamente nell’armonia tradizionale delle sue parti, ma nella capacità di creare un’atmosfera particolare. Il bric-à-brac diventa così una forma di estetica dell’eccesso, nella quale l’abbondanza degli oggetti produce una sensazione di ricchezza sensoriale.
Non è casuale, quindi, che la parola possa essere utilizzata anche in riferimento a determinati ambienti dannunziani. L’espressione «il bric-à-brac di certi interni dannunziani» richiama infatti un mondo nel quale l’oggetto non è semplicemente funzionale, ma diventa elemento di scenografia, simbolo di raffinatezza, memoria, sensualità o gusto estetizzante. Nella sensibilità decadente l’ambiente domestico può trasformarsi in una sorta di teatro, dove mobili e suppellettili contribuiscono a costruire una personalità e un’atmosfera. L’accumulo non è dunque necessariamente sinonimo di trascuratezza: può essere ricercato, sofisticato e perfino ostentato.
La parola bric-à-brac è particolarmente efficace proprio perché consente di condensare in un’unica espressione un’intera situazione visiva. Dire semplicemente «insieme di oggetti diversi» sarebbe linguisticamente corretto, ma molto meno evocativo. Bric-à-brac suggerisce immediatamente un ambiente affollato di cose, spesso piccole, disparate, curiose e non facilmente classificabili. È una parola che non si limita a nominare: rappresenta. Il suo valore è quindi anche stilistico e figurativo.
Da questo punto di vista, il termine appartiene a quella categoria di forestierismi che sono stati accolti nell’italiano non soltanto perché mancava una parola equivalente, ma anche perché la voce straniera possedeva una particolare capacità espressiva. L’italiano dispone infatti di numerose parole vicine a bric-à-brac: cianfrusaglie, anticaglie, ciarpame, ammasso, accumulo, oggetti vari, minuterie. Nessuna di queste, tuttavia, coincide perfettamente con il significato e soprattutto con l’effetto stilistico di bric-à-brac. «Cianfrusaglie» tende a sottolineare il modesto valore degli oggetti; «anticaglie» richiama soprattutto le cose vecchie o antiche; «ciarpame» possiede una connotazione decisamente negativa. Bric-à-brac, invece, può conservare una sfumatura di curiosità, raffinatezza o eccentricità.
Anche l’idea di mercato dell’usato è importante per comprendere la parola. Il bric-à-brac può essere costituito da oggetti raccolti e messi insieme per essere venduti. In questo senso il termine richiama negozi di antiquariato, mercatini, botteghe di oggetti usati e luoghi nei quali il passato viene continuamente ricomposto attraverso il commercio di cose provenienti da case, famiglie ed epoche differenti. Il bric-à-brac è dunque anche una forma di memoria materiale: attraverso gli oggetti sopravvivono frammenti di vite precedenti, abitudini, gusti e stili.
C’è poi una dimensione quasi narrativa dell’oggetto raccolto. Ogni elemento di un bric-à-brac può avere una storia: un mobile può provenire da una casa scomparsa, una fotografia può raffigurare persone dimenticate, un soprammobile può essere stato acquistato in un viaggio, un orologio può appartenere a un’altra epoca. Quando tutti questi oggetti vengono riuniti, formano una specie di archivio visivo del passato. Il disordine delle cose può quindi diventare un ordine della memoria. È forse questo uno dei motivi per cui il bric-à-brac ha avuto tanta fortuna nella sensibilità letteraria e artistica: gli oggetti raccontano anche quando nessuno li descrive esplicitamente.
È interessante osservare inoltre come bric-à-brac non debba essere confuso con un semplice «disordine». Una stanza disordinata può essere tale perché gli oggetti sono fuori posto; una stanza piena di bric-à-brac, invece, può essere perfettamente ordinata e persino attentamente progettata. Il concetto riguarda soprattutto la varietà e l’accostamento di elementi diversi. Il disordine, quando c’è, è spesso un effetto secondario. Una biblioteca con libri di epoche e formati diversi, statue, stampe, fotografie, strumenti scientifici e ricordi di viaggio potrebbe costituire un bric-à-brac anche se ogni cosa fosse collocata con cura.
In questo senso, il termine è diventato particolarmente utile per descrivere stili di arredamento e sensibilità estetiche. Può riferirsi a un gusto antiquario, decadente, eclettico o volutamente eccentrico. L’eclettismo è infatti uno dei concetti più vicini al bric-à-brac: mettere insieme elementi appartenenti a tradizioni diverse significa rinunciare alla purezza di uno stile unico e accettare la ricchezza della contaminazione. Un ambiente può così mescolare mobili ottocenteschi, oggetti orientali, ceramiche popolari, quadri moderni e fotografie d’epoca. Il risultato può apparire stravagante, affascinante oppure soffocante, a seconda dello sguardo di chi lo osserva.
La fortuna italiana della parola mostra dunque come un forestierismo possa acquisire una vita propria nella lingua d’arrivo. Bric-à-brac resta riconoscibilmente francese nella grafia e nella struttura, ma è pienamente comprensibile anche al lettore italiano colto e viene utilizzato per descrivere non soltanto oggetti, ma vere e proprie atmosfere. Il suo ingresso nell’italiano testimonia ancora una volta quanto il lessico sia sensibile ai cambiamenti culturali: quando una società sviluppa un interesse per determinati oggetti, stili o forme di vita, anche la lingua trova il modo di nominarli.
In definitiva, bric-à-brac è una parola molto più ricca di quanto possa sembrare a prima vista. Indica un insieme di vecchie cose e cianfrusaglie, ma può anche evocare un’intera estetica fondata sull’accumulo, sull’eterogeneità e sulla memoria. Può avere una sfumatura ironica, quando suggerisce un arredamento troppo carico e confuso, oppure positiva e ammirata, quando descrive un ambiente ricco di oggetti curiosi e preziosi. Il suo carattere onomatopeico ne accentua inoltre la forza espressiva: bric-à-brac sembra quasi riprodurre verbalmente la confusione sonora e visiva di tante piccole cose accostate.
È, insomma, una parola che trasforma un semplice mucchio di oggetti in una scena, in un’atmosfera, persino in una storia. E proprio per questo continua a essere particolarmente efficace quando si vuole descrivere quel fascino indefinibile che nasce dall’incontro casuale — o apparentemente casuale — di cose diverse, appartenenti a tempi, stili e mondi differenti.

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