“Il femore di Rimbaud”, il romanzo di Franz Bartelt che trasforma il poeta maledetto in una truffa perfetta

Quanto vale un calzino bucato se è appartenuto ad Arthur Rimbaud? Probabilmente nulla, se resta un vecchio calzino. Moltissimo, invece, se diventa l’ultima traccia materiale di uno dei poeti più mitizzati della letteratura europea. A quel punto non stiamo più comprando un oggetto, ma la possibilità di possedere un frammento di una leggenda. Franz Bartelt…

“Il femore di Rimbaud”, il romanzo di Franz Bartelt che trasforma il poeta maledetto in una truffa perfetta

Quanto vale un calzino bucato se è appartenuto ad Arthur Rimbaud? Probabilmente nulla, se resta un vecchio calzino. Moltissimo, invece, se diventa l’ultima traccia materiale di uno dei poeti più mitizzati della letteratura europea. A quel punto non stiamo più comprando un oggetto, ma la possibilità di possedere un frammento di una leggenda.

Franz Bartelt costruisce Il femore di Rimbaud, in uscita il 7 agosto 2026 per Prehistorica Editore nella traduzione di Alice Laverda e Lamberto Santuccio, proprio attorno a questo meccanismo, spingendolo fino all’assurdo. Il protagonista Majésu Monroe fa il rigattiere, ma gli oggetti che propone ai clienti hanno ben poco dell’ordinario: tra le sue rarità figurano un ritratto di Cristo realizzato a matita da un ufficiale romano e, soprattutto, il calzino bucato di Arthur Rimbaud.

La plausibilità, evidentemente, non è il suo forte. La capacità di raccontare, invece, sì.

Da qui prende forma un romanzo che utilizza i codici del noir e del poliziesco, li contamina con il grottesco e la commedia e costruisce una satira che passa dagli accademici alla finanza, dalla polizia alla magistratura. Dietro la sua corsa rocambolesca, però, Bartelt sembra porre una domanda molto seria: quanto del valore che attribuiamo alle cose dipende dalla loro realtà e quanto dalla storia che abbiamo deciso di credere?

Il femore di Rimbaud, di Franz Bartelt, Prehistorica editore

Il titolo contiene già una provocazione, ma per comprenderla bisogna ricordare cosa rappresenti Arthur Rimbaud nell’immaginario occidentale.

Rimbaud non è soltanto l’autore di Una stagione all’inferno e delle Illuminazioni. È diventato il prototipo del poeta maledetto, il ragazzo prodigio che sconvolge la poesia francese, vive una relazione tempestosa con Paul Verlaine, abbandona giovanissimo la letteratura e trascorre parte della propria vita lontano dall’Europa, tra commerci e viaggi, prima di morire nel 1891 a soli trentasette anni.

E il femore non è scelto casualmente. Negli ultimi mesi della sua vita Rimbaud soffrì di un tumore al ginocchio destro e la gamba gli venne amputata a Marsiglia.

Bartelt prende dunque un elemento biografico reale e lo trasforma in qualcosa di potenzialmente commerciabile. Il corpo dello scrittore entra nello stesso circuito delle sue opere, della sua biografia e della sua immagine: persino ciò che manca può diventare una reliquia.

Quando uno scrittore diventa più grande dei propri libri

Attorno ad alcuni autori accade qualcosa di particolare. A un certo punto non leggiamo più soltanto ciò che hanno scritto, ma consumiamo la loro identità.

Oscar Wilde, Sylvia Plath, Virginia Woolf, Franz Kafka, Yukio Mishima e Rimbaud sono esempi molto diversi di scrittori la cui biografia è diventata parte della ricezione dell’opera. Lettere, fotografie, case, oggetti personali, amori, malattie e morti vengono cercati perché promettono un accesso più intimo alla persona che esiste dietro il testo.

Rimbaud porta questo meccanismo quasi al paradosso perché ha smesso di scrivere prestissimo. L’autore che avrebbe potuto produrre decine di altre opere ha scelto di abbandonare la letteratura, e proprio questa assenza ha contribuito alla costruzione del mito.

Il femore di Rimbaud sembra divertirsi con questa fame di autenticità: se desideriamo abbastanza ardentemente possedere qualcosa che ci avvicini al mito, quanto siamo disposti a sospendere il dubbio?

Un calzino bucato diventa allora perfetto. È ridicolo e insieme stranamente plausibile all’interno del mercato delle reliquie culturali, dove l’oggetto più insignificante può cambiare completamente valore quando viene associato a un nome celebre.

Majésu Monroe vende oggetti, ma soprattutto vende storie

Il protagonista del romanzo ha compreso qualcosa che riguarda il mercato molto più di quanto riguardi l’antiquariato: un oggetto senza racconto è soltanto materia.

Majésu propone reliquie di celebrità e improbabili reperti storici, ma ciò che permette alla truffa di funzionare è la sua “favella”. Non basta inventare: bisogna costruire una narrazione abbastanza seducente da far desiderare che sia vera.

Il rigattiere diventa così una specie di narratore interno al romanzo. Fa, in maniera fraudolenta, qualcosa che la letteratura dichiara apertamente di fare da sempre: prende elementi della realtà, li ricombina e convince qualcuno a entrare nella storia.

La differenza è che il romanziere scrive “romanzo” sulla copertina. Majésu mette un prezzo sull’etichetta.

In questo cortocircuito che Bartelt può giocare con la credulità del lettore senza limitarsi alla storia di un truffatore, perché tutti, nel romanzo, sembrano avere bisogno di qualcosa in cui credere.

L’amore tra Majésu e Noème non promette esattamente stabilità

Poi arriva Noème, giovane figlia di una coppia molto ricca che sembra intenzionata a far pagare ai genitori quelli che considera i crimini della borghesia.

Majésu e Noème appartengono apparentemente a mondi differenti, ma condividono un rapporto conflittuale con le regole e una passione decisamente poco moderata per l’alcol. L’incontro produce una relazione immediata e altrettanto precaria, inserendo nel romanzo una storia sentimentale che non promette di ricondurre nessuno dei due alla normalità.

È una scelta significativa perché Bartelt sembra costruire i propri personaggi lontano dalla rispettabilità. Majésu vive di invenzioni, Noème rifiuta il mondo dal quale proviene, ed entrambi si muovono ai margini di quella società che il romanzo osserva con sarcasmo. La loro storia diventa quindi un altro modo per mettere alla prova il concetto di autenticità. Un uomo che mente professionalmente può essere sincero quando ama?

Una ragazza che costruisce la propria identità contro la famiglia sta scegliendo liberamente chi essere oppure continua, attraverso il rifiuto, a definire se stessa in relazione ai genitori?

Il romanzo sembra particolarmente adatto a personaggi così perché nessuno possiede una posizione morale abbastanza stabile da giudicare definitivamente gli altri.

La truffa funziona perché qualcuno vuole essere truffato

Il bersaglio di Bartelt, infatti, non sembra essere soltanto chi inganna.

Il romanzo attraversa ambienti accademici, finanza, polizia e giustizia mostrando una società nella quale la rispettabilità istituzionale non garantisce necessariamente maggiore onestà rispetto alle attività di un rigattiere.

Perché il truffatore ha bisogno della credulità della vittima, ma spesso anche del suo desiderio. Se qualcuno vuole disperatamente possedere il calzino di Rimbaud, Majésu non deve creare quel desiderio dal nulla: deve soltanto offrirgli un oggetto sul quale posarsi.

La satira può allora spostarsi dal singolo impostore a un intero sistema nel quale il valore viene prodotto continuamente attraverso reputazione, prestigio, denaro, titoli e appartenenza. Chi stabilisce che una cosa vale? Chi possiede l’autorità necessaria per dichiararla autentica?

Quanto siamo disposti a pagare perché qualcuno confermi che ciò che desideriamo è importante?

Un noir che preferisce il caos alla cupezza

Il femore di Rimbaud utilizza noir e poliziesco, ma dalla descrizione editoriale emerge chiaramente che Bartelt non sembra interessato alla costruzione di un noir tradizionalmente cupo. Il meccanismo del crimine diventa piuttosto uno strumento per produrre sorprese, accelerazioni, situazioni grottesche e humour.

Il riferimento alle “brusche sterzate” di Quentin Tarantino suggerisce proprio questo gusto per il cambiamento improvviso di registro: il comico può diventare violento, l’assurdo incontrare il criminale e ciò che sembrava una farsa rivelare qualcosa di meno rassicurante.

Il risultato promette quindi di essere un romanzo difficilmente riconducibile a un’unica etichetta, nel quale l’intreccio poliziesco sostiene una satira sociale e la satira, a sua volta, permette di parlare di denaro, cultura, classe e desiderio. Rimbaud resta sullo sfondo, ma la sua presenza aleggia su tutto.

Perché continuiamo a desiderare un pezzo dei nostri scrittori?

Forse è questa la domanda più curiosa che il romanzo lascia emergere. Possiamo leggere tutte le poesie di Rimbaud. Possiamo studiare la sua vita, visitare i luoghi nei quali ha abitato, osservare fotografie e manoscritti. Eppure un oggetto che gli fosse realmente appartenuto eserciterebbe un fascino differente.

Perché? Probabilmente perché la letteratura è immateriale, mentre noi continuiamo ad avere bisogno della materia. Un manoscritto porta la traccia della mano che lo ha scritto, una casa conserva l’illusione di una presenza, un vestito sembra ridurre la distanza fra il personaggio storico e il corpo che un tempo lo indossava.

Bartelt prende questa pulsione e la porta fino alla sua conclusione più grottesca: se vogliamo il corpo dell’autore, allora diamogli letteralmente un osso.

Il femore di Rimbaud diventa così il simbolo perfetto della trasformazione della cultura in feticcio.

“Il femore di Rimbaud” ci ricorda che credere è anche una forma di desiderio

La forza dell’idea da cui parte Franz Bartelt sta nella sua apparente stupidità. È proprio perché il calzino di Rimbaud o il ritratto di Cristo realizzato da un ufficiale romano sono palesemente assurdi che il romanzo può spingersi oltre la semplice storia di una truffa.

Majésu Monroe vive vendendo autenticità inventata dentro una società che produce continuamente valori altrettanto convenzionali. Noème vuole ribellarsi alla ricchezza dalla quale proviene. Le istituzioni che dovrebbero rappresentare ordine e autorevolezza finiscono coinvolte nella stessa rappresentazione caustica.

E in mezzo a tutto questo rimane Rimbaud, morto da più di un secolo e ancora capace di generare desiderio, forse non compreremmo davvero il suo femore.

Ma davanti a una sua lettera autografa, alla prima edizione di un libro, alla penna di uno scrittore amato o alla stanza nella quale ha vissuto, quella logica improvvisamente ci sembrerebbe molto meno assurda.

il confine tra il collezionista e il credulone è più sottile di quanto siamo disposti ad ammettere, soprattutto quando qualcuno ci racconta esattamente la storia che desideravamo sentire.