Cosa resta di una vita quando togliamo il tempo? Sheila Heti smonta dieci anni di diario in Diari alfabetici

Avatar Alessia Alfonsi

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Un diario dovrebbe avere una regola elementare: ieri viene prima di oggi. Scriviamo una data, raccontiamo ciò che è accaduto e, pagina dopo pagina, produciamo involontariamente una versione narrativa della nostra esistenza. Anche quando nessuno leggerà quelle parole, il semplice ordine cronologico suggerisce che una vita possieda una direzione: eravamo qualcuno, è successo qualcosa, siamo…

Diari alfabetici Cosa resta di una vita quando togliamo il tempo? Sheila Heti smonta dieci anni di diario

Un diario dovrebbe avere una regola elementare: ieri viene prima di oggi. Scriviamo una data, raccontiamo ciò che è accaduto e, pagina dopo pagina, produciamo involontariamente una versione narrativa della nostra esistenza. Anche quando nessuno leggerà quelle parole, il semplice ordine cronologico suggerisce che una vita possieda una direzione: eravamo qualcuno, è successo qualcosa, siamo diventati qualcun altro.

Sheila Heti ha preso dieci anni dei propri diari e ha eliminato proprio questa certezza.

In Diari alfabetici, pubblicato in Italia da il Saggiatore, la scrittrice canadese recupera le singole frasi accumulate nel corso di un decennio e le sottrae alla loro posizione originaria. Non importa più quando siano state scritte, quale evento le abbia provocate o quale pensiero le precedesse. A decidere la loro nuova collocazione è semplicemente la prima lettera: A con A, B con B, fino alla Z.

Potrebbe sembrare un esercizio formale, quasi un gioco combinatorio sulla scia di Georges Perec e Raymond Queneau. In realtà, l’operazione diventa molto più inquietante quando ci accorgiamo che il materiale sottoposto all’esperimento non è inventato. È una vita.

Diari Alfabetici, Sheila Heti, tradotto da Federica Aceto, Il Saggiatore

Siamo abituati a pensare alla memoria come a un archivio, ma ricordare significa soprattutto ordinare.

Quando raccontiamo una relazione finita, per esempio, selezioniamo retrospettivamente alcuni episodi e costruiamo tra loro una causalità. Quel gesto anticipava ciò che sarebbe successo. Quella conversazione avrebbe dovuto farmi capire qualcosa. Quella giornata, che allora sembrava irrilevante, adesso appare decisiva. Il passato viene continuamente riscritto dal punto nel quale lo osserviamo.

Il diario sembrerebbe sottrarsi almeno in parte a questo meccanismo perché registra il presente quando il futuro è ancora sconosciuto. Chi scrive il 4 maggio non sa cosa accadrà il 5. Una persona amata può occupare intere pagine senza che chi scrive sappia ancora che, qualche anno più tardi, quella persona sarà diventata quasi un’estranea.

Heti compie allora un gesto paradossale: prende una forma letteraria costruita intorno alla successione del tempo e le sottrae il tempo.

Il risultato non è il caos, ma mergono altri ordini.

Forse non siamo una storia, ma un insieme di cose alle quali continuiamo a tornare

Quando scompare la cronologia, diventa impossibile seguire Sheila Heti come seguiremmo la protagonista di un’autobiografia. Non possiamo osservare ordinatamente una relazione cominciare, attraversare una crisi e terminare; non sappiamo necessariamente se un dubbio appartenga alla donna di venticinque anni o a quella di trentacinque.

Ma proprio questa perdita permette di vedere qualcosa che la narrazione cronologica nasconde. Le ripetizioni.

Amore, amicizie, sesso, denaro, ambizione, scrittura, insicurezze, città, uomini e donne entrano ed escono dal testo, mentre alcune domande sembrano tornare indipendentemente dagli anni trascorsi. Accostate alfabeticamente, frasi nate in momenti lontanissimi possono improvvisamente rispondersi. Heti sostituisce così allo sviluppo la ricorrenza.

Una biografia tradizionale ci chiede: che cosa ti è successo? Diari alfabetici sembra chiedere: a che cosa hai continuato a pensare mentre tutto ti succedeva? Ed è una differenza enorme.

Se togliamo il contesto, quanto rimane di noi?

C’è poi un’altra conseguenza dell’esperimento. Una frase privata nasce quasi sempre all’interno di qualcosa che non ha bisogno di essere spiegato.

“Non voglio più vederlo” è perfettamente comprensibile per chi la scrive quella sera. Sa chi è “lui”, ricorda la discussione, conosce ciò che è accaduto prima. Dieci anni dopo, forse, parte di quel contesto è già scomparsa persino per l’autrice. Heti compie volontariamente questa erosione.

Le frasi vengono separate dalle giornate che le rendevano comprensibili e costrette a convivere con altre alle quali originariamente non erano legate. Una confessione dolorosa può trovarsi accanto a un’osservazione insignificante; il sesso vicino al lavoro, una riflessione sulla scrittura accanto a un commento quotidiano.

La gerarchia che normalmente imponiamo alla nostra esistenza salta.

Ed emerge una domanda sorprendentemente difficile: quali momenti meritano davvero di essere considerati importanti?

Il privato diventa letteratura proprio quando Heti smette di raccontarlo

La parte più interessante dell’operazione riguarda il confine fra diario e letteratura.

Un diario viene generalmente associato alla spontaneità. Non deve necessariamente possedere struttura, ritmo, personaggi o conclusione perché nasce prima dell’eventuale lettore. È uno spazio nel quale la scrittura può semplicemente depositarsi.

Heti conserva il materiale ma distrugge la struttura che gli aveva dato la vita.Poi ne introduce una completamente artificiale: l’alfabeto.

È difficile immaginare un criterio più impersonale. La A non conosce il dolore contenuto nella frase che sta ordinando. Non sa se quella relazione abbia segnato dieci anni della vita dell’autrice oppure sia durata tre settimane. Non distingue una confessione fondamentale dalla lista mentale di una giornata qualsiasi.

Eppure proprio questa indifferenza produce connessioni che l’autrice non avrebbe potuto progettare, l’alfabeto diventa una macchina narrativa.

Chi sta costruendo l’autoritratto: Sheila Heti o chi legge?

Una volta eliminato l’ordine degli eventi, anche il lavoro del lettore cambia. Davanti a un’autobiografia cerchiamo normalmente una persona attraverso la sua storia. Qui dobbiamo ricostruirla attraverso frammenti.

Una frase contraddice quella precedente. Una Sheila desidera qualcosa che un’altra Sheila sembra rifiutare. Opinioni incompatibili possono finire vicinissime perché iniziano con la stessa lettera, benché siano state formulate a distanza di anni.

Ma quale delle due è quella autentica? Entrambe.

È forse questo uno degli aspetti più affascinanti di Diari alfabetici: mostra quanto sia artificiale l’idea che un individuo debba essere perfettamente coerente con se stesso.

Cambiamo idea. Amiamo qualcuno e contemporaneamente desideriamo allontanarcene. Vogliamo una cosa e, ottenendola, ne desideriamo un’altra. Una convinzione che sembrava definitiva può diventare incomprensibile qualche anno più tardi.

La cronologia attenua queste contraddizioni perché ci permette di giustificarle attraverso il cambiamento: prima pensavo questo, poi sono diventata diversa.

Heti elimina il “prima”. Restano due pensieri incompatibili appartenuti alla stessa persona. E forse è un autoritratto molto più realistico.

L’esperimento di Heti parla anche del nostro presente

C’è qualcosa di sorprendentemente contemporaneo in un libro costruito attraverso la frammentazione di un diario.

La nostra memoria digitale funziona ormai spesso in modo simile. Cerchiamo una parola nelle vecchie conversazioni e vediamo apparire insieme messaggi scritti a distanza di anni; una piattaforma ci ripropone una fotografia senza preoccuparsi della persona che siamo diventati nel frattempo; digitiamo un nome e ritroviamo pezzi di una relazione sparsi tra email, fotografie e chat.

La tecnologia permette di interrogare il passato non cronologicamente, ma attraverso parole chiave.

In questo senso, l’alfabeto di Heti produce qualcosa di simile a un motore di ricerca analogico della propria esistenza: spezza il flusso e avvicina frammenti perché condividono una caratteristica formale, non perché appartengano allo stesso momento.

Il risultato può sembrare arbitrario. Ma anche la memoria lo è.

Perché Diari alfabetici può cambiare il modo in cui pensiamo al diario

Chi tiene un diario potrebbe riconoscere facilmente il paradosso da cui parte il libro. Scriviamo per conservare qualcosa, ma accumulando pagine produciamo un archivio talmente vasto che difficilmente torneremo a leggerlo per intero.

Heti fa l’opposto di ciò che normalmente faremmo con quell’archivio.

Non seleziona soltanto i grandi momenti per costruire la storia della propria vita. Non decide che un amore meriti cinquanta pagine e una mattina insignificante nessuna. Mescola le scale dell’esperienza e permette alla lingua di creare una nuova gerarchia.

Per questo Diari alfabetici può essere interessante anche oltre il suo carattere sperimentale. Costringe a osservare il diario non semplicemente come custode dei ricordi, ma come materia manipolabile.

E offre anche un’idea bellissima a chi pratica journaling: tornare dopo anni sulle proprie pagine non necessariamente per rileggerle dall’inizio alla fine, ma per cercare ricorrenze. Una parola, una persona, una paura, un desiderio. Vedere come cambiano e soprattutto scoprire ciò che, contro ogni previsione, continua a tornare.

Cosa resta di una vita quando le togliamo il tempo?

È la domanda che sembra contenere tutto l’esperimento di Sheila Heti.

Se togliamo date, cause, conseguenze e quella rassicurante linea che conduce dall’infanzia al presente, non scompare necessariamente l’identità. Forse ne appare un’altra.

Non la persona che raccontiamo di essere diventati, ma quella che emerge dalla frequenza dei nostri pensieri; dalle persone nominate continuamente; dalle paure che assumono forme diverse e ritornano; dalle domande che credevamo di avere risolto e che qualche anno dopo abbiamo scritto nuovamente.

La cronologia racconta il cambiamento, la ripetizione racconta la persistenza.

Ed è forse proprio qui che Diari alfabetici smette di essere soltanto un esperimento formale: invece di chiedere alla vita di trasformarsi in una storia ordinata, permette alle sue contraddizioni di restare visibili, perché dieci anni non sono necessariamente una linea.

Possono essere anche migliaia di frasi che, una volta messe in un ordine che non appartiene più alla vita, finiscono per mostrarci ciò che la vita, mentre accadeva, non riusciva ancora a vedere.