Tra le tante espressioni che caratterizzano la lingua italiana regionale e popolare, una delle più curiose è certamente la locuzione avere di bisogno, insieme alle varianti essere di bisogno e fare di bisogno. Oggi, nell’italiano standard, queste costruzioni sono generalmente considerate scorrette o, quanto meno, estranee alla norma grammaticale. Eppure la loro storia racconta una vicenda sorprendente, perché dimostra come ciò che oggi appare sgrammaticato sia stato, per secoli, perfettamente legittimo nella lingua letteraria e abbia trovato posto nelle opere di alcuni dei più grandi scrittori italiani.
Lingua italiana e locuzioni gergali
Questa constatazione offre una lezione importante: la lingua non è un sistema immobile, ma un organismo vivo che cambia continuamente. Forme un tempo considerate corrette possono diventare obsolete, mentre altre, nate come regionalismi o innovazioni, possono conquistare progressivamente la norma. La vicenda di avere di bisogno è un esempio emblematico di questa continua evoluzione.
Nell’italiano contemporaneo la costruzione corretta è una sola: avere bisogno di qualcosa, avere bisogno di qualcuno, c’è bisogno di aiuto, abbiamo bisogno di tempo. La preposizione di segue sempre il sostantivo bisogno, introducendo il complemento necessario a completarne il significato. Dire, invece, ho di bisogno di un libro, sono di bisogno di aiuto oppure fa di bisogno una soluzione viene generalmente percepito come un errore grammaticale oppure come un regionalismo fortemente marcato.
Questo giudizio, tuttavia, vale esclusivamente per l’italiano standard odierno. Se volgiamo lo sguardo al passato, il quadro cambia radicalmente.
Tra il Quattrocento e il Seicento le costruzioni con di bisogno sono infatti ampiamente documentate nella tradizione letteraria italiana. Numerosi autori, soprattutto di area toscana, ricorrono con naturalezza a queste espressioni. Tra essi figurano nomi prestigiosi come Jacopo Passavanti, Franco Sacchetti, Luigi Pulci, Giovan Maria Cecchi, Agnolo Firenzuola, Anton Francesco Grazzini, detto il Lasca, Niccolò Machiavelli e Benvenuto Cellini. In tutti questi scrittori la presenza di avere di bisogno o di altre costruzioni analoghe non rappresenta una stranezza, ma riflette un uso vivo della lingua parlata e scritta dell’epoca.
È significativo osservare come tali espressioni non siano limitate esclusivamente al toscano popolare, ma appartengano anche alla lingua letteraria. Esse convivono con altre costruzioni oggi scomparse, testimoniando una fase dell’italiano nella quale la distribuzione delle preposizioni non era ancora completamente stabilizzata.
Uno degli esempi più interessanti proviene da Alessandro Manzoni. Durante il lungo lavoro di revisione linguistica dei Promessi sposi, culminato nell’edizione definitiva del 1840, Manzoni intervenne su migliaia di particolari per avvicinare il romanzo al fiorentino vivo. Ebbene, nel capitolo XXVII inserì proprio una costruzione che oggi definiremmo anomala: «se faceva più di bisogno». È importante sottolineare che questa espressione non era presente nella prima edizione del 1827, ma fu aggiunta deliberatamente nella cosiddetta “Quarantana”, segno evidente che Manzoni la considerava una forma autenticamente toscana e pienamente legittima.
Questo episodio è particolarmente istruttivo. Se il massimo artefice della lingua italiana moderna introduce consapevolmente una costruzione oggi ritenuta errata, significa che il confine tra corretto e scorretto dipende sempre dall’epoca storica e dall’evoluzione dell’uso linguistico.
La diffusione della locuzione non si limita però alla Toscana. Anche autori appartenenti ad altre aree linguistiche italiane ricorrono a costruzioni analoghe. Le troviamo nelle opere del veneziano Carlo Goldoni, dell’erudito Francesco Algarotti, dello scrittore triestino Italo Svevo, del marchigiano Giacomo Leopardi, dell’emiliano Gian Domenico Romagnosi, del piemontese Giuseppe Giacosa e di altri ancora. Questo dimostra che avere di bisogno non era un fenomeno esclusivamente toscano, ma una possibilità espressiva conosciuta in gran parte della tradizione letteraria italiana.
Naturalmente, ciò non significa che tali costruzioni fossero universalmente diffuse o predominanti. Esse convivevano con la forma oggi standard avere bisogno di, in una fase della lingua caratterizzata da una maggiore oscillazione sintattica.
La loro presenza nella letteratura spiega anche perché molti vocabolari dell’Ottocento registrassero avere di bisogno, essere di bisogno e fare di bisogno come costruzioni perfettamente accettabili. Solo nel corso del Novecento la norma grammaticale ha progressivamente privilegiato l’ordine moderno, relegando le forme più antiche nell’ambito del regionalismo o dell’arcaismo.
Oggi queste costruzioni sopravvivono soprattutto negli italiani regionali, alimentate dalla continua influenza dei dialetti locali. In molte aree della penisola, infatti, il dialetto possiede strutture sintattiche che favoriscono naturalmente la presenza della preposizione di prima del sostantivo bisogno.
L’area lombarda costituisce uno degli esempi più evidenti. Il dialetto milanese registra tradizionalmente forme come avè de bisogn e fà de bisogn, documentate già nell’Ottocento dal celebre Vocabolario milanese-italiano di Francesco Cherubini. Ancora oggi queste espressioni sopravvivono nel parlato di alcune persone anziane o poco scolarizzate, influenzando anche l’italiano regionale.
Una situazione analoga si osserva in Emilia, dove la lessicografia dialettale ottocentesca documenta costruzioni perfettamente corrispondenti. Anche in Liguria sono presenti forme equivalenti, come il genovese avé de bésögnu, ancora riconoscibili nell’italiano regionale di alcune località.
Particolarmente interessante è il caso della Sicilia. Qui il costrutto aviri di bisognu è documentato fin dal XIX secolo nel Nuovo vocabolario siciliano-italiano di Antonino Traina. Ancora oggi l’influenza del dialetto rende frequente, soprattutto nel parlato spontaneo, l’espressione avere di bisogno. Non sorprende quindi ritrovarla nelle opere di Andrea Camilleri, che ha spesso riprodotto con grande fedeltà i tratti dell’italiano regionale siciliano.
È curioso notare come alcuni parlanti colti continuino a utilizzare queste costruzioni anche in contesti formali. Diverse testimonianze segnalano che in alcune zone della Sicilia orientale, ad esempio, espressioni come avere di bisogno possono essere pronunciate perfino da professionisti, insegnanti o avvocati. In questi casi il peso della tradizione regionale riesce talvolta a prevalere sulla norma scolastica.
Un po’ di sociolinguistica
Dal punto di vista sociolinguistico, tuttavia, la situazione attuale è abbastanza chiara. Nell’italiano standard avere di bisogno viene generalmente percepito come un regionalismo o come un tratto di parlato popolare. Chi desidera utilizzare un italiano neutro e conforme alla norma dovrebbe quindi preferire sempre la costruzione avere bisogno di.
Un’altra costruzione che merita attenzione è avere bisogno qualcuno oppure avere bisogno qualcosa, cioè senza la preposizione di. Questa forma è oggi sempre più frequente nel parlato spontaneo, nei social network, in alcuni articoli giornalistici e perfino nella narrativa contemporanea meno sorvegliata. Si tratta però di un uso che la grammatica continua a considerare scorretto. Il sostantivo bisogno, infatti, regge tradizionalmente la preposizione di, e pertanto le forme corrette rimangono avere bisogno di qualcuno e avere bisogno di qualcosa.
Questa osservazione permette di comprendere un principio fondamentale della lingua: non tutto ciò che si diffonde nell’uso entra automaticamente nella norma. Alcune innovazioni finiscono per essere accettate; altre rimangono circoscritte a determinati registri o varietà regionali.
La storia di avere di bisogno insegna dunque una lezione preziosa. Le categorie di “giusto” e “sbagliato” nella lingua sono quasi sempre relative alla fase storica considerata. Un’espressione oggi percepita come sgrammaticata può aver goduto, in passato, della piena legittimità letteraria; allo stesso modo, forme oggi perfettamente corrette potrebbero un giorno apparire arcaiche o superate.
Per questo motivo la linguistica moderna invita a distinguere sempre tra norma e uso. La norma stabilisce quale forma sia preferibile nell’italiano standard contemporaneo; l’uso, invece, documenta la ricchezza e la varietà delle forme realmente impiegate dai parlanti nelle diverse epoche e nelle diverse regioni.
La locuzione avere di bisogno rappresenta un piccolo ma affascinante frammento della storia dell’italiano. Pur essendo oggi estranea alla lingua comune e da evitare nello scritto formale, essa conserva il valore di una preziosa testimonianza della tradizione letteraria e delle profonde radici dialettali della nostra lingua. Ricordarne la storia significa comprendere meglio come l’italiano si sia formato nel corso dei secoli e come, dietro ogni apparente “errore”, possa nascondersi un’antica forma un tempo perfettamente legittima.

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