Dall’oceano alla tela: l’Odissea raccontata attraverso i grandi capolavori dell’arte

Dalla scultura classica a De Chirico, l’Odissea ha da sempre ispirato capolavori d’arte: un viaggio visivo tra le sfide di Ulisse e i grandi insegnamenti del suo ritorno.

Dall'oceano alla tela l'Odissea raccontata attraverso i grandi capolavori dell'arte

Se l’Iliade è il poema della guerra, dell’ira e del destino ineluttabile, l’Odissea è l’epopea dell’uomo, della conoscenza e dell’inquietudine. Il viaggio di Ulisse verso la sua amata Itaca è molto più di un tragitto geografico attraverso le insidie del Mediterraneo, ma la metafora perfetta dell’esistenza umana. Non sorprende, quindi, che la storia del “multiforme” eroe omerico abbia attraversato i secoli, trasformandosi in una fonte inesauribile di ispirazione per artisti di ogni epoca.

Le opere d’arte che hanno raccontato l’Odissea

Dalla ceramica greca ai maestri del Rinascimento, dai drammi romantici alle visioni surrealiste del Novecento, l’arte ha saputo dare volto a Penelope, corpo ai mostri marini e colore alla nostalgia del ritorno. Ripercorriamo insieme alcuni dei più celebri capolavori dedicati all’Odissea.

Il vaso del Pittore delle Sirene e la scultura di Sperlonga

Il rapporto tra il poema omerico e le arti figurative affonda le sue radici nell’antichità classica. Uno degli esempi più iconici è lo Stamnos attico a figure rosse attribuito al Pittore delle Sirene (480-470 a.C.), oggi custodito al British Museum. In questo celebre vaso, Ulisse appare legato all’albero maestro della nave, teso nello sforzo di resistere al canto ammaliatore di creature alate dal volto femminile.

Alttrettanto imponente è il gruppo scultoreo di Sperlonga, rinvenuto nella grotta della villa dell’imperatore Tiberio. La drammaticità plastica con cui viene raffigurato l’accecamento di Polifemo esprime visivamente il trionfo della metis (l’astuzia e l’intelligenza pragmatica di Ulisse) sulla forza bruta e incontrollata del gigante.

“Il ritorno di Ulisse” del Pinturicchio

Nel Rinascimento, il mito omerico viene riletto attraverso una lente morale e umanistica. Tra il 1508 e il 1509, il maestro perugino Pinturicchio realizza l’affresco Il ritorno di Ulisse (oggi conservato alla National Gallery di Londra).

L’opera inquadra una scena intima: Penelope è intenta a tessere la sua celebre tela mentre viene insidiata dai Proci sullo sfondo. In primo piano, il giovane Telemaco irrompe nella stanza per annunciare il ritorno del padre, che varca la soglia in abiti da mendicante. Più che la celebrazione dell’impresa bellica, il dipinto elogia la virtù della pazienza, la fedeltà e la ricostruzione dell’armonia familiare.

“Ulisse alla corte di Alcinoo” di Francesco Hayez

Con il Romanticismo, il viaggio si carica di sfumature intime, malinconiche e identitarie. Nel 1814, Francesco Hayez dipinge la monumentale tela Ulisse alla corte di Alcinoo, oggi esposta al Museo Nazionale di Capodimonte a Napoli.

Hayez cattura un momento di profonda vulnerabilità dell’eroe. Accolto nella reggia del re dei Feaci, Ulisse si copre il volto con un lembo del mantello per celare le lacrime mentre l’aedo Demodoco canta la caduta di Troia. Non vediamo l’infallibile guerriero, bensì un uomo travolto dalla memoria, dal dolore delle perdite e dalla nostalgia di casa: una figura che incarna alla perfezione la sensibilità romantica dell’Ottocento.

“Ulisse e le Sirene” di John William Waterhouse

A fine Ottocento, la pittura Pre-Raffaellita trova nelle avventure omeriche un bacino inesauribile di suggestioni simboliche. Nel 1891, l’artista britannico John William Waterhouse dipinge la sua celebre versione di Ulisse e le Sirene.

Waterhouse rinuncia alle classiche sirene con la coda di pesce e recupera l’iconografia arcaica delle arpie con corpi d’uccello e volti di donna che sciamano attorno alla nave. Lo sguardo di Ulisse, febbrile e tormentato, racconta la tensione psicologica tra l’irresistibile desiderio di cedere all’ignoto e la ferrea volontà di rimanere saldo al proprio destino.

“Il ritorno di Ulisse” di Giorgio de Chirico

Nel Novecento, il mito perde la sua dimensione epica per trasformarsi in una riflessione filosofica sulla modernità. Nel 1968, Giorgio de Chirico realizza una delle sue opere metafisiche più celebri: Il ritorno di Ulisse.

L’artista descontestualizza il mito collocandolo all’interno di una stanza borghese: un uomo rema solitario sopra una piccola barca adagiata su un pezzetto di mare che sembra un tappeto, circondato da mobili tradizionali come poltrone e armadi. L’oceano diventa uno spazio domestico e l’avventura si trasforma in una navigazione intima, interiore e psicologica.

Cosa ci comunicano e ci insegnano queste opere d’arte oggi

Al di là del loro valore estetico e storico, queste interpretazioni visive dell’Odissea continuano a parlarci con straordinaria attualità. Esse ci insegnano, prima di tutto, che il viaggio più lungo e complesso è sempre quello diretto verso noi stessi.

Guardare Ulisse attraverso gli occhi dei grandi maestri significa riconoscere che la fragilità e la determinazione non sono concetti opposti, ma componenti inscindibili della natura umana. Siamo eroi quando affrontiamo i mostri della quotidianità con l’ingegno, ma siamo profondamente umani quando ci concediamo il lusso di piangere per ciò che abbiamo perduto, esattamente come nell’opera di Hayez.

La Penelope di Pinturicchio ci ricorda il valore della costanza e dell’attesa in un mondo contemporaneo ossessionato dalla velocità e dall’immediatezza. Le sirene di Waterhouse mettono in guardia dai richiami e dalle distrazioni che rischiano di farci smarrire la rotta, mentre la stanza metafisica di De Chirico ci mostra che l’avventura non richiede sempre di solcare oceani sconfinati: spesso la vera esplorazione avviene tra le mura della nostra mente e nella riscoperta del quotidiano.

In definitiva, la storia dell’arte ci comunica che Itaca non è soltanto un luogo fisico, ma uno stato dell’anima: rappresenta il punto d’approdo, l’autenticità e ciò che dà senso al nostro errare. Finché continueremo a contemplare queste tele, ritroveremo in Ulisse non un personaggio distante del mito greco, ma uno specchio fedele di chi siamo ogni giorno.

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