La lingua italiana possiede una struttura accentuativa generalmente stabile: ogni parola ha infatti una sede dell’accento tonico che ne determina la corretta pronuncia. Diciamo città, virtù, oceàno, fruscìo, umìle, pietà, rispettando una collocazione dell’accento ormai consolidata dall’uso e registrata dai dizionari. Tuttavia, soprattutto nella tradizione poetica, esistono alcuni fenomeni che consentono di modificare eccezionalmente la posizione dell’accento. Si tratta della sistole e della diastole, due figure prosodiche che hanno svolto un ruolo importante nella storia della letteratura italiana e che testimoniano la straordinaria flessibilità della nostra lingua.
Quando la lingua italiana assume i connotati della poesia
Questi fenomeni non devono essere considerati semplici errori di pronuncia o arbitrarie licenze poetiche. Al contrario, essi rispondono spesso a precise esigenze metriche, ritmiche ed espressive e, in molti casi, affondano le loro radici nella storia della lingua e nell’evoluzione dal latino all’italiano. Comprendere la sistole e la diastole significa quindi entrare nel laboratorio dei grandi poeti, osservando come essi abbiano saputo modellare il ritmo delle parole senza tradire la loro natura.
Il termine sistole deriva dal greco systolḗ, che significa “contrazione”. In metrica indica il fenomeno per cui l’accento tonico viene anticipato, cioè spostato verso l’inizio della parola. La parola conserva la stessa forma grafica, ma cambia temporaneamente la sua pronuncia. Un esempio celebre è offerto da Dante Alighieri nell’episodio di Ulisse dell’Inferno, quando il poeta scrive:
«né dolcezza di figlio, né la pièta
del vecchio padre…»
(Inferno, XXVI, 94-95)
Oggi la parola si pronuncia normalmente pietà, con l’accento sull’ultima sillaba. Dante, invece, la utilizza come pièta, arretrando l’accento sulla penultima sillaba. Si tratta appunto di una sistole.
Un altro esempio particolarmente noto appartiene alla poesia novecentesca. Eugenio Montale, in Arsenio, scrive:
«un frùscio immenso rade la terra»
Nell’italiano contemporaneo la pronuncia corretta è fruscìo, con l’accento sulla i. Montale sposta invece l’accento sulla u, ottenendo frùscio. In questo caso l’accento è addirittura indicato graficamente dal poeta, proprio perché si tratta di una pronuncia inconsueta.
Il fenomeno opposto prende il nome di diastole, termine derivato dal greco diastolḗ, cioè “dilatazione”. Qui accade esattamente il contrario: l’accento viene spostato in avanti, verso la fine della parola.
Uno degli esempi più celebri si trova nel Canzoniere di Francesco Petrarca:
«però che ‘n vista ella si mostra umile»
Oggi tutti pronunciamo ùmile, con l’accento sulla prima sillaba. Petrarca preferisce invece la forma umìle, che presenta l’accento spostato sulla seconda sillaba.
Analogo è il caso di Giuseppe Parini, che nel Mezzogiorno scrive:
«che un grande illustre or l’oceàno varca»
Anche qui la lingua comune dice oceàno, mentre il poeta ricorre alla variante oceàno, spostando l’accento in funzione del ritmo del verso.
A prima vista potrebbe sembrare che sistole e diastole siano semplicemente espedienti utilizzati per “far tornare i conti” della metrica. In realtà la questione è molto più complessa. Come osserva il grande studioso Wilhelm Theodor Elwert, nella maggior parte dei casi questi fenomeni non sono semplici licenze poetiche, ma recuperano antiche varianti accentuative realmente esistite nella storia della lingua.
L’esempio della parola pietà è particolarmente significativo. La forma moderna deriva dal latino PIETATEM, cioè dall’accusativo. Tuttavia il latino possedeva anche il nominativo PIETAS, nel quale l’accento cadeva diversamente. Le forme poetiche come pièta conservano proprio il ricordo di questa antica accentazione.
Lo stesso vale per altre parole dantesche come podèsta, variante poetica dell’attuale podestà. Anche in questo caso la differenza dipende dall’origine latina. Accanto alla forma derivata dall’accusativo (POTESTATEM) sopravvive infatti il riflesso del nominativo POTESTAS, che giustifica la diversa posizione dell’accento.
Un discorso analogo riguarda anche parole ancora oggi perfettamente vive nell’italiano contemporaneo. Si pensi a tempesta. La pronuncia moderna presenta l’accento sulla penultima sillaba (tempésta), ma la sua storia etimologica mostra come essa derivi anch’essa da una forma latina con accentazione differente. La poesia medievale e rinascimentale conserva spesso tracce di queste oscillazioni.
Dal punto di vista metrico, sistole e diastole rappresentano strumenti di grande utilità. La poesia italiana, soprattutto quella tradizionale fondata sull’endecasillabo e sul settenario, richiede infatti una distribuzione molto precisa degli accenti ritmici. Talvolta una diversa collocazione dell’accento tonico permette di ottenere una scansione più armoniosa del verso oppure di evitare sgradevoli accumuli di accenti consecutivi.
Si tratta quindi di fenomeni che riguardano non soltanto la fonetica, ma anche la musica della poesia. I grandi autori italiani erano perfettamente consapevoli del valore sonoro delle parole e sapevano modificarne la pronuncia quando ciò contribuiva a rendere il verso più armonioso o più efficace.
È importante sottolineare che tali modificazioni non erano arbitrarie. I poeti non inventavano nuove accentazioni senza alcun criterio, ma si appoggiavano quasi sempre a possibilità già offerte dalla tradizione linguistica. In questo senso sistole e diastole rappresentano una sorta di dialogo continuo tra lingua parlata, storia della lingua e lingua poetica.
Nel corso dei secoli questi fenomeni sono diventati progressivamente più rari. L’italiano moderno ha infatti fissato con maggiore rigidità la posizione dell’accento tonico, riducendo la libertà accentuativa che caratterizzava la lingua medievale e rinascimentale. Oggi leggere pièta, frùscio, umìle o oceàno produce inevitabilmente un’impressione di arcaismo o di ricercatezza stilistica.
Ciò non significa però che tali forme siano sbagliate. All’interno del loro contesto letterario esse costituiscono soluzioni perfettamente legittime e rappresentano un prezioso documento dell’evoluzione dell’italiano. Gli studiosi di metrica e di storia della lingua continuano infatti a considerarle elementi fondamentali per comprendere la pronuncia e la sensibilità ritmica dei grandi autori.
Dal punto di vista linguistico, sistole e diastole mostrano inoltre quanto la pronuncia di una parola non sia sempre stata immutabile. La lingua italiana, come tutte le lingue vive, ha conosciuto nel corso dei secoli oscillazioni fonetiche, varianti regionali e differenti tradizioni di lettura. La poesia ha spesso conservato queste possibilità anche quando la lingua comune le aveva ormai abbandonate.
Uno studio proficuo
Lo studio di questi fenomeni consente anche di leggere con maggiore consapevolezza i classici della nostra letteratura. Comprendere perché Dante scriva pièta oppure perché Petrarca preferisca umìle significa cogliere sfumature che sfuggono a una lettura superficiale. Dietro ogni scelta accentuativa si nasconde infatti una precisa intenzione artistica, ma anche una testimonianza della storia dell’italiano.
La sistole e la diastole dimostrano infine come la poesia sia sempre stata il luogo privilegiato della sperimentazione linguistica. I poeti non modificano l’accento per capriccio, ma per dare al verso una particolare musicalità, per rispettarne la struttura metrica o per recuperare antiche possibilità della lingua. In questo modo essi trasformano la pronuncia stessa in uno strumento espressivo.
Oggi questi fenomeni appartengono quasi esclusivamente alla storia della lingua e della letteratura, ma continuano a rappresentare un capitolo affascinante della grammatica storica italiana. Essi ricordano che la lingua non è un sistema rigido e immobile, bensì una realtà dinamica, capace di adattarsi alle esigenze della comunicazione e dell’arte. Attraverso la sistole e la diastole possiamo osservare da vicino il lavoro dei grandi poeti, che hanno saputo piegare il ritmo delle parole senza tradirne l’identità, trasformando persino lo spostamento di un semplice accento in uno strumento di straordinaria bellezza espressiva.

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