“Devo andare nello spazio”, il fumetto di Riccardo Atzeni che racconta quanto è difficile tornare sulla Terra

Andare nello spazio può essere un mestiere. Per Mocci significa salire ogni giorno sulla sua utilitaria, lasciare la Terra e recuperare quello che le persone hanno smarrito lassù e vorrebbero riavere. L’assurdità della premessa viene accolta da Devo andare nello spazio con una naturalezza che permette a Riccardo Atzeni di raccontare qualcosa di molto più terrestre: tutte…

“Devo andare nello spazio”, il fumetto di Riccardo Atzeni che racconta quanto è difficile tornare sulla Terra

Andare nello spazio può essere un mestiere. Per Mocci significa salire ogni giorno sulla sua utilitaria, lasciare la Terra e recuperare quello che le persone hanno smarrito lassù e vorrebbero riavere. L’assurdità della premessa viene accolta da Devo andare nello spazio con una naturalezza che permette a Riccardo Atzeni di raccontare qualcosa di molto più terrestre: tutte quelle cose che perdiamo senza sapere davvero se desideriamo ritrovarle.

Pubblicato da BAO Publishing, il fumetto costruisce attorno al suo protagonista una storia che mescola ironia, malinconia e fantascienza, lasciando che l’elemento fantastico diventi progressivamente il modo attraverso cui osservare una famiglia segnata dalle distanze. Mocci ha superato i trent’anni, sua sorella è una scrittrice in rapida ascesa e suo padre è malato, forse più gravemente di quanto lui voglia ammettere. Tra loro esistono ferite che il tempo non ha risolto e, soprattutto, un passato che Mocci preferisce tenere abbastanza lontano da non doverlo affrontare.

Così, ogni volta che dovrebbe andare a trovare suo padre, c’è sempre la stessa risposta: deve andare nello spazio.

“Devo andare nello spazio”: quando essere occupati diventa un modo per non affrontare ciò che fa male

Il lavoro di Mocci ha qualcosa di meravigliosamente paradossale. Passa le giornate a recuperare gli oggetti perduti dagli altri, mentre nella propria vita sembra incapace di avvicinarsi a ciò che ha perso lui stesso.

La fantascienza di Atzeni nasce proprio da questo cortocircuito. Lo spazio non è tanto una destinazione lontana quanto un luogo simbolico nel quale Mocci può continuare a muoversi senza arrivare mai dove dovrebbe. Cercare qualcosa per conto degli altri è più semplice che interrogarsi sulle proprie assenze, e avere continuamente una missione da compiere permette di rimandare quella per cui non esistono istruzioni.

Dietro l’ironia della situazione si riconosce allora un comportamento estremamente comune: riempire il tempo per evitare ciò che ci aspetta quando ci fermiamo. Il lavoro, gli impegni e perfino le piccole incombenze quotidiane possono diventare alibi perfetti quando affrontare una persona significa affrontare contemporaneamente tutto quello che quella relazione porta con sé. Nel caso di Mocci, al centro di questa fuga c’è suo padre.

Il rapporto tra i due non sembra poter essere ridotto alla semplice nostalgia per un legame familiare deteriorato. Il protagonista è stato deluso da quell’uomo e il rancore possiede quindi una ragione, ma il peggioramento delle condizioni di salute del padre introduce qualcosa che modifica inevitabilmente la prospettiva: il tempo a disposizione potrebbe non essere infinito.

È qui che una storia apparentemente stravagante comincia a porre una domanda molto concreta. Quanto possiamo aspettare prima di affrontare una relazione irrisolta?

Recuperare ciò che si perde non significa riportarlo com’era prima

L’idea più interessante di Devo andare nello spazio è probabilmente racchiusa nel mestiere stesso del protagonista. Mocci recupera oggetti perduti perché qualcuno li rivuole indietro. Eppure la perdita, quando riguarda le persone, funziona diversamente.

Possiamo ritrovare qualcuno senza ritrovare il rapporto che avevamo con lui. Possiamo perdonare senza cancellare ciò che è successo e possiamo riconoscere il dolore di una persona senza assolverla da quello che ci ha provocato. Persino quando una relazione viene ricucita, la cucitura rimane parte della sua storia.

Atzeni sembra muoversi proprio dentro questa zona complicata, evitando di trasformare il rapporto padre-figlio in una semplice riconciliazione sentimentale. Il perdono diventa piuttosto una possibilità di fare i conti con ciò che è accaduto prima che siano gli eventi a decidere quando quel confronto dovrà finire.

In questo senso, lo spazio acquista un significato ulteriore. È la distanza portata alle sue conseguenze più estreme, il luogo perfetto in cui rifugiarsi quando sulla Terra esistono questioni troppo vicine per essere guardate senza dolore.

Mocci può attraversare distanze astronomiche, ma quelle che separano due persone sedute nella stessa stanza possono essere molto più difficili da percorrere.

Padri, figli e tutte le conversazioni rimandate

Il rapporto con il padre permette inoltre al fumetto di toccare una forma particolare di perdita, quella che comincia quando una persona è ancora presente.

La malattia cambia il tempo delle relazioni perché introduce la consapevolezza di un limite. Tutto ciò che sembrava rimandabile assume improvvisamente un peso diverso: una visita mancata, una telefonata evitata, una domanda mai fatta. Non perché la vicinanza della fine cancelli automaticamente il passato, ma perché costringe a chiedersi che cosa vogliamo farne.

Mocci deve quindi confrontarsi con due verità che possono convivere: suo padre lo ha deluso e suo padre potrebbe non esserci per sempre. Una non elimina l’altra.

È proprio questa ambivalenza a rendere interessante il tema del perdono. Perdonare non coincide necessariamente con dichiarare innocente qualcuno, né richiede di dimenticare. Può significare decidere quale posto concedere a quella ferita nella propria vita, sottraendole il diritto di determinare ogni scelta futura.

E forse crescere significa anche scoprire che i genitori possono essere contemporaneamente le persone che abbiamo amato, quelle che ci hanno ferito e individui fragili che hanno fallito in modi che da bambini non potevamo comprendere.

L’ironia come linguaggio delle cose che fanno male

Un racconto del genere avrebbe potuto facilmente scegliere un registro apertamente drammatico. Devo andare nello spazio, invece, affida molto della propria identità a un tono tenero e scanzonato, sostenuto dai dialoghi e da un’ironia che non sembra utilizzata per sminuire il dolore, ma per renderlo abitabile.

D’altronde, alcune delle conversazioni più importanti della nostra vita non avvengono necessariamente attraverso grandi dichiarazioni. Spesso passano attraverso battute, esitazioni, silenzi, discorsi apparentemente insignificanti che permettono di avvicinarsi lentamente a quello che non sappiamo dire.

Il contrasto tra la dimensione cosmica del lavoro di Mocci e la familiarità dei suoi problemi accentua ulteriormente questo effetto. L’universo può essere enorme, ma ciò che occupa davvero la nostra mente continua a essere incredibilmente piccolo: una telefonata, un litigio, un padre, una sorella, una frase pronunciata molti anni prima.

Atzeni utilizza così l’impossibile per raccontare qualcosa di riconoscibile senza costringerlo dentro il realismo. Lo spazio diventa una metafora abbastanza ampia da contenere la fuga, l’assenza, la perdita e infine il ritorno.

Cosa siamo disposti a recuperare?

La domanda che resta dopo Devo andare nello spazio riguarda allora il significato stesso del recuperare.

Non tutto ciò che perdiamo deve essere ritrovato. Alcune relazioni possono richiedere una distanza necessaria e alcune ferite non devono essere negate in nome di un perdono imposto. Esistono però anche legami che continuiamo a evitare perché affrontarli significa riconoscere quanto ci abbiano segnato.

Mocci recupera nello spazio le cose che gli altri hanno perso; il suo viaggio più difficile comincia quando deve chiedersi cosa desidera fare delle proprie.

È questa semplicità a dare forza alla premessa fantastica del fumetto: possiamo andare lontanissimo pur di non tornare in un luogo che ci fa male, ma prima o poi dobbiamo decidere se quella distanza ci sta proteggendo oppure se è diventata soltanto un altro modo per restare fermi.

E allora lo spazio raccontato da Riccardo Atzeni finisce per assomigliare molto a quello che costruiamo tra noi e le persone che ci hanno ferito: immenso finché lo osserviamo da lontano, attraversabile soltanto quando troviamo un motivo per provare a tornare.

Intervista a Riccardo Atzeni

1.
Il titolo Devo andare nello spazio sembra racchiudere insieme una fuga e un desiderio. Quando è nato e che significato ha assunto per lei nel corso della scrittura?

La frase del titolo mi è venuta in mente molto presto, quando ancora non avevo le idee chiare su come sviluppare la storia. All’epoca avevo poche certezze, sapevo che sarebbe stata una storia di lavoratori precari nello spazio, e che il protagonista aveva bisogno di trovare continuamente scuse per non affrontare una parte dolorosa della sua vita privata. Quel “devo andare nello spazio” finiva quindi per coprire questa doppia funzione, uno slancio verso la scoperta che nascondeva un meccanismo di sottrazione. Il viaggio è spesso raccontato nel senso dell’apertura verso il mondo, a me piaceva l’idea di mostrarlo come fuga dalle responsabilità.

2.
L’idea di recuperare nello spazio gli oggetti perduti è un’immagine molto originale. Come è nata questa metafora e cosa rappresenta, secondo lei, rispetto alle perdite che ciascuno affronta nella vita?

Forse nella genesi della storia sono riemersi i ricordi del liceo classico: nell’Orlando Furioso, Ariosto dice che sulla Luna vanno a finire le cose che i terrestri perdono. Sono tutti beni intangibili: i sospiri degli amanti, le preghiere dei peccatori, e infine il senno di Orlando, che finisce dentro un’ampolla. Siccome io ho scritto questa storia nella contemporaneità, quello che perdiamo noi è decisamente più concreto: il mio spazio è pieno di cianfrusaglie. Soprattutto si trova il tipo di spazzatura che ormai produciamo di più, ovvero quella digitale. È una spazzatura che ci sembra intangibile, a differenza del secco o della plastica. Ma i nostri file digitali hanno un impatto molto reale sul territorio: le distese di server che li contengono sono ovunque nel mondo, e occupano decine di chilometri quadrati. I data center che supportano la potenza di calcolo dell’intelligenza artificiale stanno diventando il bersaglio delle proteste di molte comunità in diversi paesi, che temono lo spaventoso consumo di risorse idriche da parte di questi impianti. Lo spazio quindi diventa uno specchio del nostro consumo, e di come questa foga con cui interagiamo con la tecnologia ci fa perdere di vista altre cose, cose che rischiano di sfuggirci per sempre perché il tempo e la vita funzionano così, cose che sono legate a ciò che ci rende umane.

3.
Il rapporto tra Mocci e suo padre è il cuore emotivo del fumetto. Quanto è stato importante raccontare un legame familiare fatto di silenzi, incomprensioni e possibilità di perdono, evitando giudizi netti sui personaggi?

Le storie familiari mi piacciono da morire. Dall’Odissea a Lessico Famigliare mi sembra che la letteratura finisca sempre da quelle parti, a parlare di madri, padri, figli e figlie. Mi piacciono le storie in cui ci sono famiglie che nascondo segreti grandi e terribili, ma amo anche le storie di piccole incomprensioni. Il mio racconto fa parte della seconda categoria; quella del protagonista è una famiglia nella quale grandi pasticci vengono allestiti con pochi ingredienti: una cosa non detta, un confronto evitato per giorni, mesi e poi anni. È come la teoria del caos spiegata dal dottor Malcom: Una farfalla batte le ali a Pechino e a New York arriva la pioggia invece che il Sole. Ecco nelle famiglie spesso succede così: non si sa mai quanto un piccolo gesto possa avere ripercussioni nelle trame di relazioni così infinitamente stratificate come quelle familiari, fatte di un passato enorme, di reti attorcigliate che non si possono mai veramente districare. Spesso è anche difficile trovare dei colpevoli, oltretutto mi sembra anche noioso andarli a cercare. Per questo ho cercato di non essere severo con questi personaggi. Ma credo sia onesto definirli dei gran pasticcioni.

4.
Nel libro convivono elementi surreali e situazioni profondamente quotidiane. Cosa le permette il fumetto, rispetto ad altri linguaggi narrativi, quando si tratta di raccontare emozioni difficili da esprimere a parole?

Il fumetto è un linguaggio che ho scoperto presto nella mia formazione di lettore. Vicino a casa avevo una biblioteca: un giorno avevo visto su uno scaffale un volumetto dei Peanuts di Charles Schulz. È uno dei primi ricordi che ho di questa forma di racconto. Poi sono arrivati Topolino, i supereroi della Marvel, Asterix, i manga, Marjane Satrapi e Joe Sacco. Il 13 febbraio del 2000 ricordo che sfogliando i quotidiani che mio padre aveva portato a casa mi ero imbattuto nell’ultima striscia dei Peanuts. Schulz per una coincidenza era morto il giorno prima. Nella vignetta Charlie Brown risponde al telefono, qualcuno gli chiede di Snoopy. Il bracchetto è in cima alla sua cuccia, davanti alla macchina per scrivere. Lo abbiamo visto centinaia di volte tentare la carriera del più grande romanziere del mondo, una sequenza infinita di fallimenti. Questa volta però non sta scrivendo di notti buie e tempestose. Trasmette invece l’ultimo saluto di Schulz. Un messaggio sobrio, nello stile dell’autore, che si chiude con un saluto ai suoi personaggi: “Charlie Brown, Snoopy, Linus, Lucy… come potrò mai dimenticarli…”. Queste ultime parole mi fecero scoppiare a piangere. Avevo diciotto anni, non sapevo nulla del mondo, mentre Charlie Brown e i suoi amici per cinquant’anni avevano riso, pianto, amato senza essere corrisposti, perso tutte le partite di baseball. Quel giorno avevo capito che i personaggi delle strisce possono essere più veri del vero, e che i fumetti sono la cosa più bella del mondo.

5.
La storia alterna momenti di malinconia e ironia con grande naturalezza. È un equilibrio che ricerca consapevolmente nei suoi lavori o è qualcosa che nasce spontaneamente durante la scrittura?

In tutta onestà non penso di aver cercato consapevolmente niente di questa storia. È stato il mio primo esperimento come autore di testi e immagini. Ed è stato un percorso molto accidentato, pieno di dubbi e moltissime incertezze. Sapevo che il dialogo silenzioso fra padre e figlio mi avrebbe guidato nella costruzione della storia, ma il viaggio è stato più faticoso del previsto. Lo spazio si è riempito di personaggi stravaganti e situazioni grottesche come spesso sono le cose che guardiamo passivamente sui social, e alla fine si è trasformato in un contraltare della vita molto concreta che si svolge sulla terra. Da questo punto di vista si è rivelato particolarmente salvifico l’uso dei generi letterari: la fantascienza mi ha permesso di deformare alcuni aspetti della realtà, solo per restituirne altri in maniera più efficace. Questo lavoro di filtro che fanno i generi è sempre molto fruttuoso. In questo percorso è stato prezioso anche il supporto della casa editrice, che ha davvero sposato con grande affetto questo libro tanto nella sua genesi (e nei miei momenti di crisi) quanto nel suo viaggio nelle librerie.

6.
Molti lettori potrebbero riconoscersi nel desiderio di rimandare un confronto doloroso con una persona cara. Spera che la storia venga letta soprattutto come un racconto sul perdono, oppure ci sono altri temi che le stanno particolarmente a cuore?

Se potessi esprimere un desiderio, più di tutto vorrei che questa storia fosse vissuta come uno specchio: qualcosa in cui potersi riflettere. Non so quanto consapevolmente io abbia creato un protagonista così pasticcione e a tratti immaturo, ma è successo. E alla fine è andata bene così, che Mocci fosse il riflesso di quelle parti di noi di cui non andiamo troppo fieri, che non esibiamo con orgoglio, ma che inevitabilmente abbiamo, e che influenzano il nostro modo di muoverci e danno forma alle nostre imperfezioni. È anche un modo per ammettere che non sempre questi tratti sono un veicolo per una vittoria finale. Oggi la comunicazione ruota molto attorno al racconto di sé, di come siamo brave, belli, di successo, di come anche gli errori, le difficoltà, le condizioni mentali debbano sempre e comunque essere raccontate solo ed esclusivamente attraverso il filtro del marketing, della simpatia e della bellezza. Un continuo rigurgito di “storytelling” positivista che a me sembra la riproposizione, con un linguaggio nuovo, della perfezione dei corpi a tutti i costi che tante generazioni ha rovinato negli anni ’80 e ‘90. Forse certe volte è ok ricordarci che alcune imperfezioni che abbiamo sono semplicemente lì e no, non è obbligatorio trasformarle magicamente in fantastici superpoteri né ha senso cercare di rivenderle per essere parte di un meccanismo economico opaco.

7.
Se dovesse scegliere una sola tavola di Devo andare nello spazio che rappresenta l’anima del fumetto, quale sarebbe e perché?

Lascerei la risposta a chi sarà così gentile da leggerlo. Per me che solitamente faccio il lavoro di illustratore, che consiste nel raccontare una storia con una singola immagine, fare un fumetto mi ha permesso di confrontarmi invece con la possibilità di disegnare i volti, gli ambienti e i paesaggi decine e decine di volte. È stato faticoso e ci ho messo due anni a fare queste quasi duecento pagine ad acquerello, però mi ha fatto capire che certe storie possono essere racchiuse in un solo disegno, mentre altre hanno bisogno di tanto spazio, e possono regalare sfide e prospettive diverse.